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Criticismo kantiano

Il criticismo kantiano – così come in generale tutta quanta la filosofia di Kant - è definito la rivoluzione copernicana della metafisica.

Per capire a fondo in che cosa esso consista, è opportuno ricordare il contesto culturale cui si riferisce.
In ambito filosofico esistevano infatti due differenti correnti di pensiero: empirismo e razionalismo, i quali si distinguono per il concetto di “ragione” che hanno.
Per i primi infatti la ragione è la facoltà di rielaborare i dati forniti dall’esperienza, mentre per i secondi la ragione è la dimensione ontologica (l’essenza) dell’uomo, la realtà nella sua totalità.

L’empirista Locke analizza le modalità attraverso cui noi conosciamo.

La sua filosofia, sebbene empirista, è stata definita “prudente”, poiché non prescinde mai da contenuti metafisici.
Hume è invece un empirista “coerente”, poiché ritiene che dall’esperienza derivino sia oggetti che leggi. Questo limita la conoscenza, perché dall’esperienza non potranno mai derivare leggi universali a partire da casi particolari.
L’empirismo conclude dunque che non esistono leggi universali. Al massimo teorie particolaristiche determinate tramite induzione (che è il processo attraverso il quale analizzando il particolare si trovano caratteristiche identiche che vengono poi generalizzate in concetti).
La scienza è quindi probabile, e i concetti universali sono solo una necessità umana. Come l’abitudine e il legame causa-effetto.
Hume è dunque uno scettico, al punto da demolire anche le teorie di Newton che, sebbene empirista, ha una concezione assoluta di spazio-tempo, ovvero indipendente da qualunque fattore esterno.
Secondo Newton, infatti, Dio ha creato il mondo in movimento, le cui coordinate sono spazio e tempo. Ma questa conclusione è – secondo Hume - dogmatica e metafisica, e quindi contraria all’empirismo.

Il razionalismo ha invece una concezione armonica della vita, perché vede nel mondo un ordine matematico (come i pitagorici e Platone). E’ un atteggiamento filosofico che fa della ragione lo strumento che ordina e giudica la verità, ed è principio della conoscenza (ambito metafisico e strumentale).
Vi sono, in realtà, due tipi di razionalismo nella storia della metafisica:

1) quello greco, che pone identità tra intelligibile (ragione) e mondo. La ragione è alla base del mondo;
2) quello cartesiano, che pone la stessa identità, ma riconosce solo nella “ragione del soggetto” il principio della conoscenza, e da questo principio deduce anche la struttura del reale. Per Cartesio, infatti, la dimensione reale del mondo è data dall’attività razionale del soggetto, ed è questa a fargli intuire anche la propria esistenza (cogito ergo sum). Ed è Dio a garantire che non viviamo nell’inganno, e che esiste quindi un mondo reale. Cartesio è dunque deista: Dio ha creato il mondo in movimento sulla base del principio meccanicistico dell’inerzia.

Il dibattito tra empiristi e razionalisti risveglia Kant dal suo “sonno dogmatico” (come egli stesso lo definì), e lo aiuta così ad elaborare le sue nuove teorie metafisiche.
Anche Kant usa infatti il termine “razionalismo” per definire le proprie ideologie, ma in accezione diversa, contraria ad entrambi i razionalismi, che considera dogmatici.
Tant’è vero che Kant critica i razionalisti ricorrendo ad una metafora: “Cartesio fa assumere alla ragione quel comportamento assurdo di una colomba che per volare meglio va oltre l’atmosfera terrestre.”
L’atmosfera rappresenta, nella metafora di Kant, l’esperienza.
Però, sostiene Kant, non è possibile neanche restare nel campo della sola esperienza, come ritengono gli empiristi, altrimenti si nega la validità universale della scienza.
Da questo momento si parla dunque del razionalismo critico (criticismo) kantiano.

Kant afferma inoltre che “L’illuminismo è l’uscita della ragione dalla minorità”.
Si allontana però anche dall’illuminismo, contestando le sue teorie relative ai fondamenti con cui la ragione conosce in modo universale, necessario ed estensivo.

La filosofia di Kant è dunque chiamata criticismo poiché esamina la ragione con la ragione stessa.
Questa posizione permette a Kant di stabilire i limiti – ma anche le modalità - della conoscenza come dato di fatto.
L’esperienza resta comunque la condizione per eccellenza, che rende possibile la conoscenza.

In altre parole, prima di Kant si riteneva che il soggetto dovesse solo rilevare quelle caratteristiche che l’oggetto rifletteva sul soggetto, il quale le doveva pertanto codificare. Kant dice invece che non è l’oggetto a mostrarsi, ma è il soggetto a definire le modalità mediante le quale l’oggetto gli appare.
Ciascun soggetto ha leggi della conoscenza soggettive, a priori, ma universali e necessarie, perché uguali in ogni uomo.
Sono modi (modalità) attraverso cui noi conosciamo.
L’importanza della filosofia di Kant sta dunque anche nell’aver “ribaltato” la conoscenza dall’oggetto al soggetto, ed ecco il perché essa viene definita rivoluzione copernicana della conoscenza.

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