gaiabox di gaiabox
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Questa crisi ebbe un carattere generale: essa incise nel modo di pensare dell'uomo occidentale, nell'immagine che egli aveva costruito di se stesso, nella prospettiva che veniva elaborando del futuro.

1. Il tramonto della cultura europea Negli ultimi decenni dell'Ottocento, i capisaldi della cultura occidentale (il razionalismo, 'a fiducia nel progresso economico e sociale, l'entusiasmo per le conquiste della tecnica e della scienza) furono scossi dall'irrompere di una serie di drammatiche contraddizioni: le profonde ingiustizie sociali; le conquiste della tecnologia trasformate in strumenti di morte e di dominio; il contrasto tra la crescita del benessere materiale e la caduta della moralità e della spiritualità; l'emergere di comportamenti irrazionalistici negli individui e nelle folle. Tutti questi elementi stimolarono la riflessione degli intellettuali sulla crisi della cultura europea.

2. La nascita di nuovi modelli culturali Se alcuni intellettuali trassero dalla radicalità della crisi motivi per dubitare addirittura della sopravvivenza della civiltà occidentale (e altri vagheggiarono impossibili ritorni al passato), molti saldarono Invece la denuncia del disagio con la ricerca di nuove vie. In molti casi la crisi coincise con vere e proprie rivoluzioni culturali di grande profondità e ricchezza. E il caso dell'arte, con il dissolversi delle forme tradizionali e la proposta di nuove soluzioni espressive; della psicoanalisi, che venne elaborando un approccio completamente nuovo alla personalità; del pensiero scientifico le cui continue innovazioni inaugurarono un approccio più critico al sapere; dell'economia e della po-litica, infine, costrette ad abbandonare le illusioni ottocentesche del "capitalismo perfetto e a confrontarsi con le forme nuove della società di massa. Se da un lato, dunque, la crisi ebbe aspetti drammatici (e partorì figli mostruosi come le guerre e i totalitarismi), dall'altro si costituirono al suo interno le dimensioni fondamentali della contemporaneità. Certamente, nel pessimismo che attraversa le riflessioni degli uomini che ne furono testimoni, si può leggere la perdita (forse definitiva) di un ideale rassicurante, quello del progresso irreversibile della civiltà europea. «Noi, civiltà, sappiamo di essere mortali»: con queste parole, nel 1919, all'indomani del conflitto mondiale, il filosofo e poeta Paul Valéry commenterà il chiudersi di un'epoca.

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