Ominide 14 punti

La conoscenza secondo Cartesio, Locke e Kant


Cartesio è una figura chiave nel passaggio dalla filosofia rinascimentale a quella dell’età moderna, infatti i suoi studi e speculazioni relativi al tema della gnoseologia non si limitano solo ad un’indagine ontologica, ma trovano applicazione nel mondo materiale; è perciò necessario che la filosofia abbia una funzionalità pratica nella vita, che permetta all’uomo di migliorare se stesso e il mondo che lo circonda. A partire da queste premesse, Cartesio sviluppò il cosiddetto “metodo cartesiano”, stabilito sulla base di regole immediatamente intuibili relative alle scienze matematiche: evidenza, analisi, sintesi ed enumerazione e revisione. Per evidenza si intende l’intuizione chiara e distinta di tutti gli oggetti del pensiero e l’esclusione di ogni elemento sul quale possa sorgere un dubbio; l’analisi è la scomposizione di tali oggetti del pensiero, da considerarsi separatamente, partendo dalle problematiche più semplici; con la sintesi si passa dalle conoscenze più semplici alle più complesse in modo graduale; infine, l’enumerazione controlla l’analisi e la revisione controlla la sintesi. Mediante queste regole, il metodo cartesiano risulta essere universale e inattaccabile, poiché si fonda su elementi precisi e definiti del mondo della matematica e della geometria. Siccome il criterio basilare della verità è l’evidenza, l’unico problema sorge nell’individuazione di essa: la realtà tangibile può essere ingannevole in quanto soggetta alla percezione sensibile (questo è il dubbio metodico) e al contempo anche la matematica e la geometria si rivelano fallaci dal momento in cui si ammette la possibilità che un'entità superiore, il cosiddetto “genio maligno”, faccia apparire come reale ciò che non lo è (dubbio iperbolico); l’unica certezza che resta all’uomo è pertanto il dubbio. L’uomo, dubitando, può quindi dimostrare la propria esistenza, poiché solo chi esiste può dubitare, e per questo motivo l’uomo non esiste se non come una cosa che dubita, cioè che pensa; da ciò deriva la famosa formula “Cogito ergo sum” (penso dunque sono). Partendo dalla certezza dell’esistenza umana, Cartesio sviluppa tre categorie di idee: le avventizie, estranee o venute dall’esterno; le fattizie, formate o prodotte dall’uomo; le innate, cioè contenuti del pensiero da sempre presenti in ogni uomo indipendentemente da ogni cosa esterna, tra queste Dio. Dio non può essere né determinato né percepito attraverso l’esperienza dall’uomo, perché in tal caso l’uomo stesso sarebbe Dio, quindi se Dio esiste deve per forza proteggere l’uomo dal genio maligno, garantendogli con certezza che la realtà del mondo è la stessa da egli percepita mediante l’esperienza sensibile (metodo dell’evidenza e immediatezza che verifica la validità del metodo cartesiano).
John Locke, con la sua filosofia empiristica tesa a individuare i limiti della conoscenza umana, si contrappose efficacemente al razionalismo cartesiano e all’adozione di un “metodo” in grado di condurre a conoscenze assolute e verità indiscutibili in ogni campo del sapere. Egli propose infatti per la prima volta nella storia della filosofia il cosiddetto “problema critico”, presentandolo e spiegando in cosa consista nelle prime pagine dell’opera “Saggio sull’intelletto umano” (1690): si tratta di un’indagine preliminare sui limiti della conoscenza e di una riflessione per stabilire fin dove il nostro intelletto possa raggiungere una conoscenza valida, al fine di evitare ricerche inutili e sterili. Tale prospettiva risulta simile a quella di Cartesio per quanto riguarda l’esigenza di un’indagine preliminare sul modo in cui gli uomini conoscono la realtà, diversa perché, mentre la teoria del metodo presuppone una fiducia illimitata nella ragione, il problema critico riflette la convinzione che le capacità della ragione siano limitate, con l’obiettivo di definire con precisione tali limiti. Locke affronta il problema critico partendo dalla classificazione delle idee, cioè le rappresentazioni mentali delle cose, distinguendole tra le idee di sensazione, ottenute tramite le sensazioni, e le idee di riflessione, che nascono dalle operazioni del nostro spirito; sensazione e riflessione sono le due fonti della conoscenza, grazie alle quali si formano in noi quelle idee semplici che, combinate tra loro, definiscono idee complesse fondamentali nel processo conoscitivo. Secondo Locke, è l’esperienza a fornire il materiale della conoscenza, ma non si tratta della conoscenza stessa perché essa consiste nell’istituzione di un accordo o di un disaccordo delle idee tra loro; in base a ciò egli suddivide la conoscenza in due specie diverse: la conoscenza intuitiva, quando l’accordo o il disaccordo di due idee è visto immediatamente e in virtù delle stesse idee (si tratta del fondamento della certezza e dell’evidenza di ogni conoscenza), e la conoscenza dimostrativa, quando l’accordo o il disaccordo tra due idee non è percepito immediatamente, ma è reso evidente mediante l’uso di idee intermedie dette “prove”. Accanto a queste due specie di conoscenza si affianca la conoscenza delle cose esistenti al di fuori delle idee, e con essa sorge un problema relativo all’impostazione della dottrina di Locke: se la conoscenza consiste nel percepire l’accordo o il disaccordo tra le idee, in che modo è possibile giungere a conoscere una realtà diversa dalle idee? Esistono perciò 3 ordini di realtà: l’io, la cui esistenza si definisce attraverso l’intuizione e secondo il metodo cartesiano (“Cogito ergo sum”); Dio, la cui esistenza si definisce attraverso la dimostrazione causale per cui non derivando nulla dal nulla, è necessario ammettere l’esistenza di un essere eterno che abbia prodotto ogni cosa; le cose, la cui conoscenza si definisce attraverso le sensazioni che esse producono in noi, garantendo quindi l’esistenza della cosa esterna (con grande fiducia nelle facoltà umane). Tuttavia, quando l’oggetto non è più testimoniato dai sensi, la certezza della sua esistenza sparisce ed è sostituita da una semplice probabilità, da cui deriva la conoscenza probabile, conforme con un’esperienza passata.
Per quanto riguarda il pensiero di Kant, egli pone come scopo della propria filosofia il fatto di stabilire un criterio valido per la conoscenza della realtà (criticismo kantiano), e perciò si interroga sui limiti entro i quali l’intelletto (ragione) risulta essere uno strumento valido in grado di condurre a una conoscenza scientifica universale (indagine epistemologica). In questo senso, Kant riprende il problema critico sollevato da Locke, ossia l’indagine sugli ambiti e sui limiti della conoscenza umana, ritenendo che l’applicazione della ragione sia limitata all’ambito dell’esperienza, il cosiddetto “mondo fenomenico” (“mondo di ciò che appare”), lontano dal “mondo noumenico” entro cui la ragione non può spingersi. Per la prima volta in campo gnoseologico, Kant ritiene che per stabilire e valutare la validità della conoscenza sia necessario compiere una verifica sul soggetto e non più sull’oggetto conosciuto, egli attua quindi un vero e proprio cambiamento di prospettiva, una rivoluzione pari a quella attuata da Niccolò Copernico in campo astronomico: la cosiddetta “rivoluzione copernicana kantiana”. Nell’ambito della ragione teoretica, essa consiste nel porre l’uomo al centro dell’indagine epistemologica e si basa sul fatto che non è la realtà fenomenica a forgiare il pensiero umano, ma viceversa è il soggetto a dare forma alla realtà empirica attraverso il suo intelletto. Sulla base di queste osservazioni, nella “Critica della ragion pura” attraverso la teoria a priori trascendentale, Kant afferma che alla base del processo conoscitivo ci siano strutture a priori: da una parte le intuizioni pure a priori, ovvero spazio e tempo, le quali ordinano la percezione empirica della realtà, cioè il mondo fenomenico; dall’altra le categorie a priori, che permettono di ordinare i dati provenienti dall’esperienza sensoriale secondo quantità, qualità, relazione e modalità. Benché anch’egli ritenga che la conoscenza sia valida entro i limiti dell’esperienza sensibile, Kant, con la sua rivoluzione copernicana, va oltre il pensiero di Locke perché, affermando che l’esperienza empirica dipende da strutture a priori della mente umana con carattere universale, egli risolve il problema epistemologico della validità della conoscenza dell’uomo. Insieme alle strutture a priori, nel processo conoscitivo sono fondamentali i giudizi, che si dividono in: sintetici a priori, con carattere razionale e universale e in grado di estendere la nostra conoscenza (sono i giudizi della scienza); analitici a priori, anch’essi oggettivamente e universalmente validi ma non aggiungono nulla alle nostre conoscenze; sintetici a posteriori, non universalmente validi ma in grado di estendere la nostra conoscenza (sono giudizi empirici). In seguito a queste formulazioni, Kant ritiene inoltre che la metafisica non possa essere considerata scienza perché, essendo svincolata dal mondo fenomenico, non può condurre alla formulazione di giudizi sintetici a priori, cioè passare dalla dimensione empirica fino a formulare concetti di verità universale; attraverso la metafisica è quindi impossibile raggiungere una conoscenza scientifica.
Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email