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Cartesio

René Descartes, meglio conosciuto come Cartesio, nacque nel 1596 in una benestante famiglia francese appartenente alla nobiltà di toga. Suo padre era un giudice e aveva ottenuto il titolo di nobiltà dallo stato. Frequentò il prestigioso collegio gesuita di La Flèche e si laureò in giurisprudenza, anche se gli interessi di Cartesio erano diretti alla scienza. La sua preoccupazione principale fu sempre quella di evitare rogne. Decise di provare la carriera militare partecipando alla Guerra dei trent’anni ma, siccome era un dormiglione, si rese conto che questa non era la scelta giusta per lui. Si dedicò quindi totalmente alla filosofia. Entrò in contatto epistolare con tutti i maggiori filosofi del suo tempo. Aveva in mente di pubblicare, sull’esempio di Bacone, un’opera complessiva sul mondo e la realtà alla luce del nuovo sapere scientifico, che doveva essere intitolata appunto Il mondo. Vedendo però la fine che aveva fatto Galileo, decise di non pubblicare interamente il suo trattato poiché sosteneva chiaramente il sistema copernicano, ma rese pubbliche solamente le tre parti scientifiche, intitolate Diottrica, Geometria e Meteore. Importante fu l’introduzione a questi tre testi che venne pubblicata nel 1637 con il titolo Discorso sul metodo. Scrisse un’opera chiamata Meditazioni in cui espose tutto il suo sistema filosofico, un’opera di morale intitolata Passioni dell’anima e moltissimi altri trattati. Divenne famoso in tutta Europa così che la regina di Svezia lo chiamò alla sua corte. Ella però si alzava prestissimo ogni mattina e pretendeva che Cartesio le facesse lezione di filosofia nelle ore prima dell’alba. Nel 1650 Cartesio morì a causa di una polmonite.

Cartesio fu il maggiore esponente del razionalismo, corrente di pensiero che riponeva una fiducia assoluta nella ragione. Cartesio sottolineò che aveva fatto moltissime esperienze, ma nonostante ciò non aveva un criterio sicuro attraverso il quale scoprire la verità assoluta. In questo modo fece anche una critica verso il metodo di studio dei suoi tempi, che era basato sull’apprendimento mnemonico delle conclusioni a cui erano giunti i grandi del passato. L’unica disciplina che non criticò apertamente fu la matematica e quindi si basò su di essa per fondare il suo metodo. Cartesio decise di formulare un metodo per evitare di commettere errori. Enunciò innanzitutto le quattro regole di cui è composto:
1. regola dell’evidenza, cioè dare per scontato solo ciò che è indiscutibilmente evidente;
2. regola dell’analisi, cioè scomporre tutte le questioni in parti più semplici;
3. regola della sintesi, cioè cogliere il significato di ogni parte in cui è stato scomposto il problema;
4. regola del controllo dell’enumerazione, cioè ricontrollare sempre tutto ciò che si è fatto per evitare errori o sviste.
Queste regole erano state riprese dal metodo scientifico di Galilei.

La dimostrazione del cogito
La questione più importante in Cartesio riguardava la dimostrazione del fondamento delle sue regole. Trovare la dimostrazione del fondamento delle quattro regole del metodo cartesiano significava trovare qualcosa che fosse a prova di dubbio. Bisognava quindi provare a mettere in dubbio tutte le credenze, procedimento che era chiamato dubbio metodico. Le prime cose di cui dubitare erano i sensi, perché possono ingannare e non sono affidabili. Cartesio mise in dubbio anche le verità matematiche. Introdusse il dubbio iperbolico, che è il culmine del dubbio metodico, che confutava le credenze date più per scontato perché Cartesio diceva che poteva esistere un genio malefico che si divertiva a ingannarci e a farci credere delle cose che non sono vere. A questo punto rimaneva una cosa che era sicuramente vera: per pensare, per parlare e per sbagliare è evidente che gli uomini debbano esistere. È quindi indiscutibile che gli uomini esistano come pensiero. Da qui ha origine il motto cartesiano cogito ergo sum. Trovato il fondamento, si trattava di andare a ritroso per provare l’efficacia di tutte le credenze che si basavano sul cogito. Il pensiero ha dei contenuti che sono le idee. Cartesio distinse le idee avventizie, che sembrano provenire dall’esterno, e le idee fattizie (o fittizie), che sono inventate dalla fantasia degli uomini. Ci sono inoltre delle idee innate che sembrano non provenire dall’esterno e nemmeno essere state inventate dagli uomini. Una di queste idee era l’idea di cogito: infatti ogni essere vivente appena nato ha la consapevolezza di esistere. Un’altra idea innata era l’idea di Dio. Per affermare ciò, Cartesio utilizzò tre prove. Innanzitutto affermò che l’idea di Dio è la perfezione massima e quindi non può essere creata dall’uomo che è imperfetto. Concluse quindi che l’idea di Dio doveva per forza esserci stata mandata da Dio stesso. In secondo luogo provò l’esistenza di Dio affermando che l’uomo non si è creato da solo altrimenti si sarebbe creato perfetto, ma è stato creato da un essere perfetto, cioè da Dio. Una terza prova utilizzata da Cartesio fu la prova ontologica di Sant’Anselmo: gli uomini hanno in mente l’idea di perfezione e alla perfezione non può mancare l’esistenza, quindi Dio, che è la perfezione assoluta, esiste. Cartesio chiarì che una cosa perfetta non inganna e quindi Dio ci ha creati efficienti e dotati di sensi che funzionano bene. Gli errori sono dovuti a un utilizzo precipitoso degli strumenti che ci sono stati donati da Dio.

Venne criticato il cogito perché, per giustificare l’evidenza, Cartesio utilizzava il criterio dell’evidenza, affermando che è evidente che gli uomini pensino. Cartesio si difese dicendo che il cogito è un’autoevidenza, una cosa ancora più intuitiva dell’evidenza. Un’altra critica, che gli venne mossa da Thomas Hobbes, fu che era sbagliata la convinzione di esistere per forza come pensiero perché il pensiero poteva essere una caratteristica del corpo. Questa volta la difesa da parte di Cartesio fu meno efficace.
Cartesio elaborò un rigoroso dualismo. Affermò innanzitutto che esisteva Dio, il quale diede origine a due dimensioni fondamentali, ossia la res cogitans (il pensiero) e la res extensa (la materia). Esse sono due sostanze eterogenee tra di loro: la prima è infinita, spirituale, consapevole e indeterminata, mentre la seconda è finita, materiale, inconsapevole e determinata. La realtà è composta di queste due sostanze che non hanno niente in comune. L’unico essere in cui le due sostanze interagiscono è l’uomo. Nell’uomo c’è la ghiandola pineale, in cui la res cogitans e la res extensa si incontrano. Questa affermazione è erronea poiché Cartesio si fece influenzare dall’eccessivo entusiasmo nei confronti dei numerosi passi avanti compiuti negli studi di anatomia. Nella visione di Cartesio la res extensa era strettamente legata al meccanicismo e gli animali erano visti come dei semplici automi, delle macchine prive di vita che erano animate da Dio. Anche il corpo umano era visto come una macchina molto sofisticata e ciò contribuì allo sviluppo della medicina. La pecca di Cartesio, che era comune a tutto il razionalismo, era quella di pretendere di dimostrare tutto deduttivamente attraverso un metodo che si presumeva rigoroso e di trascurare l’aspetto sperimentale.

La metafisica cartesiana
Cartesio definì la sostanza come ciò che è causa di se stesso. Quindi la sostanza prima è Dio, mentre le sostanze seconde sono la res cogitans e la res extensa. Cartesio parlò di un Dio che si adattava facilmente a quello cristiano e così riuscì a evitare rogne, memore dell’esperienza di Galileo. Nelle riflessioni di Cartesio, effettivamente, Dio appare solo per presentare le due sostanze di cui è fatta la realtà e poi non viene quasi più citato.

La fisica cartesiana
Importante fu il contributo di Cartesio alla geometria analitica, con l’introduzione degli assi cartesiani. Il mondo fisico è contraddistinto dallo spazio, che è studiato dalla geometria. Quindi per Cartesio a uno spazio fisico corrisponde uno spazio geometrico. Siccome lo spazio geometrico era omogeneo e infinito, anche quello fisico doveva essere tale, ma in questo modo si creavano molti problemi perché si negava il moto. Uno dei principali problemi che sorsero era quello di conciliare l’assenza di moto alla presenza del vuoto e per far ciò Cartesio ricorse alla quantità di moto inerziale. Il merito di Cartesio fu l’aver distinto la sfera della natura, in cui funzionano solo i modelli matematici e meccanici, da quella del pensiero, in cui funzionano tutti i modelli, dando un importante contributo al nuovo sapere scientifico. Spiegò il moto dei pianeti con una teoria molto distante dalla verità che parlava di vortici e di materia sottile. Il contributo di Cartesio alla fisica fu molto scadente.

La morale cartesiana
Le principali opere di riferimento per analizzare la morale di Cartesio sono il Discorso sul metodo e Le passioni dell’anima. Cartesio sognava di poter trovare un modo per applicare il suo metodo allo studio dei comportamenti umani. Elaborò inizialmente delle regole di morale provvisoria nella speranza di scoprire successivamente delle regole un po’ più fondate. Esse erano tre:
- seguire le leggi e la religione della maggioranza della popolazione del luogo in cui si vive;
- essere decisi e risoluti una volta che si è presa una decisione;
- essere sempre disposti a cambiare le proprie idee piuttosto che la natura delle cose.
Nelle Passioni dell’anima Cartesio fece una riflessione sulle passioni umane, che influenzano molto le azioni degli uomini. Cartesio disse che in sé non sono negative perché sono naturali. Distinse poi le azioni (atti che gli uomini compiono volontariamente seguendo la ragione) dalle affezioni (comportamenti che non dipendono dalla volontà, ma dalle passioni). Secondo Cartesio alla base delle affezioni ci sono gli spiriti vitali, cioè delle influenze che il corpo esercita sull’anima nella ghiandola pineale. Sta all’uomo la possibilità di gestire al meglio gli impulsi delle passioni attraverso l’esercizio della ragione.

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