CARTESIO

Anche Cartesio, come Bacone e Galileo, ebbe una grande fede nella scienza e anche lui credette che mediante essa l'uomo avrebbe trasformato il mondo e riorganizzato la propria vita. Ma il progresso scientifico e tecnico e lo stesso orientamento della condotta morale presupponevano l'adozione di canoni rigorosi, che sottraessero i princìpi accolti ad ogni possibile dubbio. Anche per lCartesio dunque la fondazione del metodo è un preliminare necessario alla costruzione dell'edificio del sapere. Nel Discorso sul metodo (1637) egli individua, prendendo come modello il ragionamento matematico, i criteri a cui deve uniformarsi la ricerca di proposizioni certe, alla cui evidenza anche lo spirito più programmaticamente diffidente deve arrendersi senza perplessità.

Cogito ergo sum: I sensi ci ingannano, tutta la realtà può essere l'ombra di un sogno, le stesse verità più incontrovertibili della matematica potrebbero mascherare errori imposti da un demone maligno e mistificatore. Ma proprio dal dubbio metodico portato alle sue conseguenze estreme scaturisce la luce di una certezza assoluta: quella appunto dell'esistenza del mio io, che pensa che dubita ed è magari ingannato, ma per il fatto stesso che dubito io esisto: cogito ergo sum (posso dubitare di tutto tranne dle fatto che sto dubitando).

Dal dubbio metodico all'Esistenza di Dio : Poggiando sul punto fermo della certezza del “me pensante”, attraverso l'indagine dei contenuti del pensiero (idee), Cartesio dimostra l'esistenza di Dio, la cui perfezione è a sua volta garanzia della veridicità delle idee “chiare e distinte”. L'uomo cartesiano ha in sè 3 tipi di idee:
1) Le idee innate che l'uomo ha fin dalla nascita
2)Le idee avventizie che trovano riscontro nella natura
3)Le idee fittizie idee false, non empiricamente dimostrabili
L'idea di Dio risiede nel primo tipo di idee: quelle innate, che l'uomo ha fin dalla nascita.
Se io ho l'idea innata di Dio, ed Egli in quanto Perfetto non E' ingannatore, allora questa idea deve essermi stata data da Dio stesso, quindi Dio Esiste!

La fisica: il criterio della chiarezza e della distinzione consente anche la costruzione di una fisica, al cui fondamento è l'idea dell'estensione: alla fisica aristotelica poggiante sulle idee confuse delle qualità sensibili, Cartesio sostituisce l'idea “assolutamente chiara” del meccanicismo universale, secondo la quale i corpi sono porzioni di spazio e ogni fenomeno fisico una modificazione spaziale, integralmente traducibile in termini di geometria e di meccanica. Gli animali stessi non sono che automi, nei quali pezzi mirabilmente calibrati e articolati nelle debite proporzioni danno la fallace impressione di una vita che si solleva alle soglie della spiritualità. Ma il meccanismo vitale è autosufficiente e non esige per essere spiegato il ricorso a ipotetiche “anime”. Anima è solo la sostanza pensante, il luogo dell'autocoscienza, da cui ha preso le mosse la riflessione metafisica.

Il suo dubitare e cercare, la sua possibilità di resistere al confuso e all'incerto, evitando volontariamente l'errore, sono altrettante prove della sua libertà; libertà che, tuttavia, inquanto l'anima è unita al corpo, può essere condizionata e ostacolata dalle passioni, che trascinano la volontà verso i beni apparenti: il compito dell'indagine morale, così come Cartesio l'ha delineato nell'ultima sua opera, Le passioni dell'anima (1649), consiste nell'analisi del meccanismo delle passioni, in modo che la conoscenza di esso consenta di dominare l'irrazionalità degli impulsi e di utilizzarli anzi come ausiliari della Iibertà del volere. L'atteggiamento antiautoritario, la ripresa in termini moderni del motivo agostiniano dell'interiorità del vero, la spregiudicatezza critica, temperata peraltro da un dichiarato conformismo pratico, sono i motivi più fecondi e più ricchi di avvenire dell'eredità di Cartesio.

Razionalismo Cartesiano: Efficacia più immediata ebbe il suo razionalismo geometrico, che i numerosi cartesiani della seconda metà del Seicento cercarono di applicare anche allo studio della poesia, della politica, della morale e della religione.

Per tutta la seconda metà del XVII sec. il razionalismo cartesiano esercitò un predominio quasi incontrastato nella cultura filosofica laica dell'Europa occidentale. Pascal (1623- 1662) ebbe una formazione rigorosamente cartesiana, anche se la sua travagliata vita interiore lo portò ben presto a contrapporre l'esprit de finesse e le “ragioni del cuore” all'aridità dello spirito geometrico. Un pensatore eminente come Spinoza (1632-1677), nella cui vita spirituale confluirono componenti molto varie e complesse, derivò dall'atmosfera della cultura cartesiana alcuni suoi problemi fondamentali, come quello della sostanza, oltre all'aspirazione a costruire un'etica “geometricamente dimostrata”. Il dualismo cartesiano fra “sostanza pensante” e “sostanza estesa” fornì la trama metafisica alle meditazioni di Malebranche (1638-1715) e degli occasionalisti, che, movendo dalla cartesiana assoluta eterogeneità fra corporeo e spirituale e dalla conseguente impossibilità di una loro azione reciproca, ridussero la relazione anima-corpo a una corrispondenza occasionale, dovuta a un accordo predisposto o promosso di volta in volta da Dio. Leibniz (1648-1716) concepì un universo composto da una pluralità di spiriti e percorso da una tensione dinamica e finalistica, certo non riscontrabile nel meccanicismo di Cartesio: tuttavia il Dio di Leibniz è un Dio matematico, che calcolando sceglie e crea “il migliore dei mondi possibili”. Il programma leibniziano dell'elaborazione di un sistema di simboli (“caratteristica universale”) e delle relative regole sintattiche (“arte combinatoria”), mediante cui fosse possibile l'univoca formulazione e l'universale comunicazione del sapere, riprende l'idea cartesiana di una lingua scientifica universale. La fede in una sostanziale identità del genere umano ha certo origini molto lontane, ma Cartesio dette a quel convincimento il carattere di un assioma filosofico evidente, asserendo proprio nelle prime righe del Discorso sul metodo che la ragione “è per natura uguale in tutti gli uomini”. E infine l'atteggiamento critico, l'esigenza di verificare i fondamenti e i limiti della nostra funzione conoscitiva, il carattere pregiudiziale dell'indagine metodologica sono motivi fatti propri anche da quei filosofi che, come Locke (1632-1704), assunsero su questioni particolari posizioni addirittura antitetiche a quelle di Cartesio. La polemica di Locke contro le idee innate, legata a una situazione particolare della cultura filosofica inglese, e la connessa asserzione dell'origine empirica di tutte le conoscenze, non devono far dimenticare il fatto che Cartesio, molto più che un avversario dell'indirizzo empiristico, ne fu un maestro e un ispiratore. Quando nel XVIII sec. l'“anglomania” divenne un'inclinazione caratteristica dei nuovi intellettuali francesi, d'Alembert poteva scrivere con ragione: “L'Inghilterra ci deve quella filosofia che noi ora riceviamo da lei”. Hobbes (1588- 1679), il filosofo inglese che tentò un'interpretazione materialistica di tutta la realtà e teorizzò l'onnipotenza di quel mostro (Leviathan) che è lo Stato, conobbe Cartesio e discusse con lui nel corso dei suoi viaggi sul continente. In Italia il Vico (1668-1744) conquistò la propria originalità filosofica attraverso la polemica contro il cartesianismo ormai trionfante anche in un ambiente culturale periferico e chiuso, come era la Napoli dei suoi tempi. Al criterio cartesiano dell'evidenza Vico contrappose quello fondato sulla “conversione del vero col fatto”, per cui l'uomo può davvero conoscere solo quella realtà che egli è capace di produrre, e quindi essenzialmente la storia, gettando così le basi di una nuova scienza dell'uomo e di una nuova concezione della storiografia. Con la sua Scienza nuova, che contiene intuizioni profonde sulla natura della poesia e anticipazioni geniali dei grandi temi dello storicismo romantico, il solitario e incompreso maestro napoletano indicò una direzione realmente nuova alla filosofia dopo Cartesio.

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