Giorgjo di Giorgjo
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Cartesio


Cartesio (Renè Descartes) nasce in Francia nel 1596 nella cittadina di La Haye da una famiglia nobile. Studia al rinomato collegio gesuita di La Flèche: la sua formazione col vescovo Marsenne, suo padre spirituale, fu determinante. Terminato il collegio si iscrive all’università di Poitiers dove studia diritto e riceve un tipo di formazione umanistica. Cartesio partecipò alla guerra dei trent’anni prima dalla parte dei protestanti e successivamente nel gruppo dei cattolici di Massimiliano di Baviera. Partecipò però solo alla parta iniziale della guerra, in quanto in seguito compì numerosi viaggi. Vivrà a Parigi fino al 1628 e si trasferirà poi in Olanda dove proseguirà i suoi studi dedicandosi alla ricerca ma anche al confronto con altri scienziati di tutta Europa. Morirà in circostanze non chiare nel 1650 a Stoccolma.

Pensiero filosofico


Con Cartesio si compie la rottura epistemologica cioè la rottura rispetto al pensiero che si basava sulle certezze senza fondamento. L’impostazione di Cartesio è totalmente diversa rispetto a quella di Bacone: il suo obiettivo è quello di costruire una scienza mirabile, e per tutta la vita si occuperà di questo. Questo è possibile solo realizzando un approfondito studio di sé stessi. Cartesio si può anche considerare il padre dello studio moderno perché pone il centro della sua filosofia nello studio del pensiero dell’uomo. E’ il primo ad introdurre in concetto di soggettività, che interpreta l’uomo come un soggetto pensante. Egli può quindi riflettere circa sé stesso e scorgere come in uno specchio (Cartesio lo chiama “lo specchio della propria ragione) tutte le strutture dell’esperienza. L’esperienza sensibile non può però essere interpretata come fonte di verità: la metafora dello specchio induce alla riflessione, ma poiché storce la nostra immagine ci permette di scoprire gli inganni. Il concetto di soggettività ci conduce al concetto di verità, che si basa sul razionalismo: secondo questo indirizzo di pensiero la ragione, la capacità dell’uomo di distinguere il vero dal falso, costituisce il fondamento essenziale della verità e del sapere. Bacone interpretava la natura come quel campo studiato dall’uomo che rintracciava i suoi principi attraverso leggi non matematiche ma basandosi sul metodo induttivo. Cartesio afferma invece che la base della conoscenza è la ragione, e perciò il suo metodo è deduttivo. La scienza ha come punto di partenza un impianto metafisico che si basa sul cogito, sulla soggettività intesa come attività mentale. Pensare e cogitare sono atti della mente. Il soggetto pensante basa la sua relazione col mondo esterno sul criterio dell’evidenza, cioè su tutto ciò che si presenta alla mente in modo chiaro e distinto attraverso una visione completa e dettagliata di un determinato oggetto. La chiarezza è correlata alla distinzione, la categoria che ci permette di distinguere un oggetto separandolo dagli altri. L’evidenza è la prima regola della nostra mente che ci orienta verso la verità e verso la certezza; esistono anche altre 3 regole che secondo Cartesio orientano la nostra mente verso la verità, e vennero stabilite tra il 1628 e il 1629. La seconda è l’analisi che semplifica un concetto complesso dividendolo nelle sue parti più semplici; la terza è la sintesi, l’operazione inversa rispetto all’analisi, attraverso la quale il pensiero si muove dai concetti più semplici fino ad elaborare concettualizzazioni più complesse: questo processo permette di comprendere un determinato oggetto nella sua complessità; infine abbiamo l’enumerazione, detta anche revisione, che consiste nel controllare che i precedenti procedimenti di analisi e di sintesi siano stati compiuti senza avere omesso alcun passaggio. Queste quattro regole, prima di condurre alla verità, conducono il soggetto pensante all’intuizione, l’intuitus mentis, atto mentale che coglie un aspetto della realtà in maniera chiara. Queste quattro regole sono la base fondamentale del metodo deduttivo di Cartesio e sono descritte nel “Discorso sul metodo”, diviso in 4 parti, che rientra nelle “Meditazioni metafisiche”, composte durante la permanenza nel collegio gesuitico. In questo discorso Cartesio critica inoltre l’impostazione gesuitica che è troppo ancorata al passato e finirà per essere superficiale nei confronti del presente. Secondo Cartesio il sapere non è per pochi, ma per tutti: la verità non appartiene infatti ad un gruppo ristretto di persone. Per cercare questa verità bisogna utilizzare la propria testa e non quella degli altri. Nella prima parte del discorso sul metodo Cartesio parlerà della morale provvisoria: per iniziare qualsiasi indagine, afferma, bisogna essere sicuri di sé. Egli comunica <<Io sono colui che si muove nel buio>>, ma non in maniera casuale, piuttosto con circospezione. Attraverso la metafora del buio l’uomo deve quindi cercare di controllare le paure ed essere sicuro di sé. Quando l’uomo è sicuro di sé riesce a pensare con la sua testa e a non farsi manipolare. Il metodo che l’uomo deve utilizzare, comunica inoltre Cartesio, deve essere rigoroso: esso è di tipo deduttivo perché parte dal soggetto pensante che si basa sull’intuizione e quindi parte dai sensi. L’unico buon senso è la ragione, mentre gli altri ci possono ingannare.
Il metodo cartesiano razionale ha un fondamento metafisico; nel suo “Discorso sul metodo”, Cartesio afferma che il pensiero è qualsiasi attività della mente intesa come attività cosciente, quindi la mente stessa: il filosofo afferma che il pensiero è mente. Per pensiero non si intende solo l’attività cognitiva, ma anche le emozioni, i sentimenti e la volontà dell’uomo. Il pensiero è quindi tutto ciò di cui l’uomo ha consapevolezza. Cartesio afferma inoltre che prima di arrivare ad un procedimento certo bisogna mettere in dubbio quello che è stato considerato vero precedentemente: introduce il dubbio metodico. E’ qui che utilizza un’altra metafora: <<Procedevo nella sabbia delle incertezze che non ha una base solida per raggiungere la roccia della certezza>>. L’unico problema di questo dubbio metodico è che mettendo in discussione ogni cosa si mette in discussione anche sé stessi (dubbio iperbolico), lasciandosi prendere dalle paure: da questo dubbio si può guarire soltanto affidandosi a Dio, essere perfettissimo che non può volere che l’uomo metta in dubbio la propria esistenza. Dio è più forte e più buono del genio maligno e quindi del dubbio iperbolico, comunica Cartesio. Il percorso dell’uomo parte quindi dall’evidenza del cogito e del pensiero (atti mentali) per dimostrare che Dio esiste ed affermando quindi di avere idee chiare e distinte, che porteranno a conclusioni matematiche. Le idee, afferma Cartesio, sono i contenuti presenti nella nostra mente, sono i modi in cui noi pensiamo e conosciamo, sono espressioni della nostra attività mentale ed anche immagini delle cose: ovviamente sono soggettive. Cartesio è il fautore dell’innatismo, secondo il quale Dio è un’idea innata. Le idee possono essere quindi di diversi tipi: abbiamo le idee avventizie, legate alle qualità (ad esempio il gusto) e le idee fittizie prodotte dalla nostra fantasia (ad esempio una sirena). Cartesio introduce inoltre il dualismo cartesiano, secondo il quale l’uomo non è solo soggetto pensante (res cogitam), ma anche dotato di corpo dotato di estensione (res extensam) che si muove nella realtà e può soffrire. Questa sofferenza subita dal corpo viene però trasmessa all’anima: Cartesio afferma che il corpo agisce e l’anima patisce. L’estensione introduce due concetti: il movimento e la durata. Secondo Cartesio i corpi materiali occupano uno spazio e si estendono secondo le dimensioni di lunghezza, larghezza e profondità. Il filosofo è ovviamente il fondatore degli assi cartesiani, che mettono in discussione tutta la geometria. Ogni rappresentazione della realtà viene effettuata tramite gli assi coordinati (ascissa e ordinata) che prendono il nome di cartesiani. Ciascun uomo, secondo Cartesio, è quello che è grazie all’incontro tra i due assi: nell’uomo i due assi che rappresentano l’entità metafisica e l’entità materiale (che soffre). Queste due entità si incontrano nel centro degli assi che coincide con la ghiandola pineale, la moderna epifisi, che si trova nel cervello. Per quanto si presenti scisso, l’uomo converge i suoi due aspetti in questo punto che smista le informazioni, e quindi in realtà è unitario. Le passioni primitive secondo Cartesio sono sei: ammirazione, odio, amore, desiderio, gioia e tristezza. Da queste si originano tutte le altre. Le passioni, provocate da fattori interni ed esterni, non sono altro che immagini ed emozioni connesse tra loro che nascono dall’agitazione spirituale, che può provenire dall’esterno. Per rendere l’uomo sicuro, queste devono essere controllate dalla ragione: le passioni sono dovute proprio al rapporto tra volontà (tutto ciò che è possibile) e ragione (tutto ciò che è reale). I fattori interni sono invece tutti quelli che non riusciamo a controllare. Per evitare di cadere nell’errore della condotta, che avviene attraverso l’intelletto, l’uomo deve quindi controllare tutte le passioni.

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