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Cartesio

Renée Descartes nacque nel 1596 e studiò nel collegio gesuitico di La Fleche, riportando una cattiva impressione del tipo di sapere trasmesso che gli appariva verbale, quindi inutile. L'obiettivo che Descartes matura nella giovinezza è quello di fondare un sapere di tipo nuovo e efficace, e di fondarlo secondo un metodo adeguato. Già la sua prima opera è dedicata a questioni metodologiche, "Regole per la direzione dell'ingegno". Cartesio, inoltre, militò nell'esercito francese durante la guerra dei Trent'anni, ma si mantenne nelle retrovie e, siccome in Francia il clima era molto intollerante, decise di risiedere in Olanda, paese tollerante. In Olanda, Cartesio concepì un trattato di fisica che si sarebbe dovuto intitolare "Il mondo", quando l'opera era ormai ultimata nel 1633. Cartesio successivamente ebbe notizia della condanna di Galilei e, temendo che la sua opera potesse essere denunciata all'Inquisizione come era capitato a Galilei, rinunciò a pubblicarla. Quattro anni dopo pubblicò tre trattati dedicati rispettivamente: alla diottrica (branca dell'ottica), alle meteore e alla geometria; tuttavia è importante la premessa che li accompagnava. "Il discorso sul metodo", pubblicato nel 1637, è considerata l'opera più importante di Cartesio.

In questo periodo Cartesio si dedicò alla redazione di uno scritto di metafisica, ma prima di pubblicarlo lo mandò a diversi letterati e studiosi europei, i quali, a loro volta, gli inviarono le loro obiezioni critiche. Cartesio replicò a tutte queste obiezioni e pubblicò il tutto nell'opera "Meditazioni metafisiche". Negli anni successivi, approfondì lo studio del tema delle passioni e del loro rapporto con la concezione dell'uomo. Nel 1649 Cartesio venne invitato a Stoccolma, alla corte di Cristina: questa regina aveva l'abitudine di dedicarsi a discussioni filosofiche di prima mattina e siccome Cartesio abitava lontano dalla residenza della regina, egli doveva recarsi di buon mattino dalla sua abitazione a corte, finché si ammalò di polmonite e morì nel 1650 a causa del freddo svedese. Il Discorso sul metodo si apre con una frase famosa; il metodo più efficace per Cartesio è quello della matematica, che gli sembra un metodo semplice. Perciò bisogna capire in che modo trasferire il criterio metodologico della matematica in altri ambiti.
A tale proposito, Cartesio formula le regole del metodo, che sono quattro: in realtà c'è un criterio fondamentale che quando non può essere applicato viene sostituito da tre regole. Il criterio fondamentale è l'evidenza, dove per evidenza si intende un'idea chiara e distinta (non mescolata ad altre idee). Non sempre, però, ci si trova di fronte a conoscenze immediatamente evidenti, così seguono altre tre regole: 1) analisi: scomposizione di un oggetto, che costituisce il problema, nelle sue parti puntando a individuare le sue componenti più semplici; 2) sintesi: procedere a ricomporre l'oggetto-problema passando dagli oggetti più semplici a quelli più complessi; 3) enumerazione e revisione: si verifica di aver utilizzato tutti i pezzi e di averli ricomposti nella maniera corretta.
Questo metodo, per Cartesio, non è automaticamente e autonomamente giustificato, ha bisogno di essere fondato, quindi giustificato nella possibilità di applicarlo a tutti i campi; per poterlo fondare occorre partire dall'esclusione di ogni forma di pregiudizio, o norma accettata dal senso comune; Cartesio ritiene che, invece, bisogna esercitare il dubbio su ogni cosa accettata come vera (il dubbio metodico, cioè dubbio usato come metodo. Tuttavia Cartesio scopre, applicando il dubbio, che nessuna conoscenza, fra quelle considerate dall'uomo come tali, può essere sottratta al dubbio, sia quelle dei sensi che quelle matematiche (il dubbio è infatti il frutto della volontà ingannatrice di un genio maligno). Cartesio dice che il dubbio può essere un'entità che può ingannarci avendo predisposto tutto per il proprio benessere. Così il dubbio metodico è trasformato in dubbio iperbolico, che riguarda tutto e che, quindi non risparmia nulla. Tuttavia, proprio nel momento in cui si arriva a dubitare di tutto, l'unica certezza fondata è il fatto che si sta dubitando; ovvero, dato che il dubitare è una forma del pensiero, si può dubitare di tutto tranne del fatto che si stia dubitando e che quindi si stia esercitando il pensiero.
Ciò è indicato dalla frase più celebre di Cartesio, "Cogito ergo sum" (Penso, dunque sono). Questo tipo di ragionamento ci conduce all'affermazione dell'esistenza di una sostanza pensante, chiamata da Cartesio "res cogitans" (io esisto come soggetto pensante, i contenuti del mio pensiero sono dubbi ma il mio pensare è indubitabile quindi è indubitabile che io sia un essere pensante). Quando Cartesio propose questo argomento ai suoi interlocutori sparsi in Europa, ricevette una serie di obiezioni: quella più significativa gli venne proposta da Hobbes, che disse "è vero che l'attività di pensiero è indubitabile, ma il passaggio dall'attività di pensiero alla sostanza che la svolge è un passaggio indebito: non è detto che per il fatto che io pensi, io sia una sostanza spirituale, potrebbe essere anche la materia a pensare" (infatti a tal proposito si può dire che Hobbes è un materialista). Cartesio replica a Hobbes, affermando che il pensiero è un'attività costante: non è detto che per svolgere attività intellettuali occorra una componente materiale; tale concezione è stata controbattuta dalla filosofia del Novecento e dalle neuroscienze ed è stata identificata nell'immagine del "fantasma nella macchina". Questa posizione cartesiana, quindi, era fortemente combattuta. Cartesio sosteneva "Io sono certo di essere una sostanza pensante", ossia un essere che ha dei contenuti mentali di cui è consapevole; diceva inoltre "Non sono certo che queste idee siano certe; per sapere di quali posso essere certo ho bisogno di sgomberare il campo dal genio maligno e cercare un dio buono che è garante delle mie certezze", ossia colui che garantisce la certezza delle idee certe.
Le idee sono distinte da Cartesio secondo tre tipi: idee innate, che nascono con il corpo e non si ricavano dall'esterno ma da sé stessi; idee avventizie, che riguardano oggetti della realtà esterna; idee fattizie, cioè idee che l'uomo assembla elaborando in modo improprio ciò che già ha conosciuto e appreso. Le idee innate sono evidenti e sono al sicuro dal dubbio; quelle fattizie sono inventate quindi false e irreali; per garantire, invece, l'esistenza delle idee avventizie, si ha bisogno della garanzia dell'esistenza di dio. Ogni idea deve avere una causa che abbia almeno altrettanta realtà dell'idea stessa: l'idea di dio è l'idea di un essere perfetto, infinito; se dio non esistesse la sua idea avrebbe più perfezione dell'oggetto a cui si riferisce, quindi prodotto da una creatura finita. Questo per Cartesio è impossibile, quindi è evidente che l'idea che si possiede di dio proviene da una realtà esterna che gli attribuisce le caratteristiche che la rappresentano (onniscenza, onnipresenza, infinità).
Già questa è una prova ontologica; Cartesio, infatti, riprende la prova ontologica di Anselmo di Aosta (vescovo di New York) secondo cui tutti posseggono l'idea di dio come essere perfettissimo; di un essere perfettissimo non si può negare l'esistenza perché l'esistenza è la perfezione elementare; se noi negassimo la sua esistenza, saremmo in contraddizione con noi stessi. Un'altra prova è il fatto che Cartesio sostiene che se un essere si fosse fatto da se, si sarebbe dato tutte le perfezioni, ma, dato che non le ha e concependole, non è causa di se stesso ma è stato creato da un ente che possiede queste perfezioni. Quindi Cartesio dimostra il carattere vincolante dell'esistenza prodotta da dio e la sua evidenza; tuttavia ricevette diverse obiezioni: ad esempio, alcuni sostenevano che non è vero che per avere noi una concezione di infinito qualcuno debba avercela per forza trasmessa.La confutazione più penetrante sarà data da Kant.
Quindi, dio è perfettissimo e, dunque, buono; dunque non è il genio maligno che ha organizzato le cose in modo che vengano percepite erroneamente; di conseguenza, quando si pratica il criterio dell'evidenza (segnando ciò che è chiaro e distinto), non ci si può ingannare perché equivalerebbe a dire che dio ci sta ingannando. Ciò che ci porta in errore conoscitivo è il fatto che noi non ci limitiamo a riconoscere e a attenerci alle realtà evidenti (a ciò che sencondo il nostro intelletto è evidente); oltre all'intelletto (facoltà limitante), noi possediamo la volontà che è infinita, nel senso che non accetta e non si mantiene entro i limiti definiti.
La causa dell'errore sta in questo prevalere della volontà sull'intelletto, che invece si mantiene entro i limiti dell'evidenza. Anche la volontà è concessione di Dio, perché è strumento della libertà. Il concetto che l'uomo è un soggetto pensante che ricerca e ottiene la conoscenza di ciò che sta al di fuori di lui, imposta il dualismo di Cartesio: secondo Cartesio esistono due sostanze, una res cogitans e poi esiste tutto ciò che non è pensiero, quindi materia, che è res exstensa. Il pensiero è immateriale e inesteso, e consapevole di sé e libero; l'estensione è materiale, la sostanza non è consapevole nè libera, soggiace alla necessità meccanica. Queste due sostanze sono fra di loro distinte: il pensiero è totalmente diverso e separato dall'estensione. Ciò, quindi, pone un problema: l'uomo è pensiero e estensione e il nostro corpo sembra muoversi rispondendo a impulsi mentali, cioè il pensiero determina corpo e viceversa. Cartesio sostiene che l'interazione tra corpo e anima avviene a livello della ghiandola pineale, che è l'unico organo non doppio e che è in grado di unificare le sensazioni generate dai sensi; ciò rimane problematico perché rimane difficilmente spiegabile come possono fare due realtà separate ed eterogenee ad interagire l'una sull'altra. La ghiandola pineale è, quindi, il luogo di interazione tra res cogitans e res exstensa.
Descritta la res cogitans, Cartesio passa ad esaminare la res exstensa: questa realtà deve essere esaminata con l'ausilio di strumenti logico-matematici, che esprimono la necessità oggettiva del mondo, in cui tutto avviene sulla base di una rigida necessità causale. Gli unici ingredienti di questa realtà fisica sono l'estensione e il movimento, creati da Dio, il cui compito è quello di aver creato la materia e di avergli impresso il movimento iniziale che non ha bisogno di successive reintegrazioni, in quanto Cartesio formula il principio di conservazione della quantità di moto, cioè il principio per cui il movimento si trasmette senza consumarsi. Nell'universo di Cartesio, l'estensione è infinita, non ci può essere un punto ultimo di indivisibilità perché ciò che è materiale è esteso, quindi divisibile. Inoltre non esiste il vuoto, ciò che appare vuoto è riempito da una materia sottilissima che Cartesio chiama etere. Questa teoria dell'inesistenza del vuoto comporta l'introduzione di uno degli aspetti più deboli della teoria cartesiana: l'idea dei vortici: poiché lo spazio è pieno di etere, quando noi ci muoviamo spostiamo materia, che tende a rinchiudersi dietro ogni corpo in modo da produrre un vortice; i vortici costituiscono un sistema che spiega anche i motivmenti: lo stesso movimento di rivoluzione dei pianeti e le leggi di gravità sono da ricondurre ai vortici, teoria che venne contrapposta alla teoria di Newton per qualche decennio.
Lo stesso approccio meccanicistico, viene riservato da Cartesio alla biologia: anche gli organismi viventi sono macchine i cui fenomeni interni si spiegano con i pesi, contrappesi, relazioni di causa-effetto. Ciò, però, pone un problema di relazione tra res cogitans e res exstensa perché Cartesio sosteneva che l'anima è distaccata dal corpo. Cartesio aveva ritenuto di individuare una soluzione nella ghiandola pineale, unica parte del nostro cervello in grado di sintetizzare le percezioni dei sensi con ciò che elabora la nostra mente. Il punto di partenza di Cartesio, nel tentativo di arrivare ad una formazione del metodo, come abbiamo già detto, era sottoporre ogni certezza al dubbio metodico che diventava iperbolico, coinvolgendo ogni certezza, tranne quella del cogito. Cartesio elabora le tre regole della morale provvisoria, in base alla quale Cartesio cerca di dare una fondazione definitiva dei criteri d'azione (a cui Cartesio però non arriverà mai): 1) bisogna obbedire in tutto alle leggi e ai costumi del paese in cui si è stati educati e che in ogni circostanza bisogna seguire le opinioni più moderate, che siano più lontano dagli eccessi (si tratta di un criterio di prudenza , di misura, che Cartesio adopera sempre: "larvatus prodeo" procedo in incognito); 2) occorre essere decisi nell'azione e seguire l'opinione che si è scelta anche se non si è del tutto sicuri (nella condotta politica, ad esempio, occorre attenersi al probabile e, scelta una posizione, per quanto non giustificabile in modo assoluto, bisogna attenersi senza dubbio a quella regola); 3) bisogna modificare sé stessi e non il mondo (cambiare le proprie convinzioni piuttosto che modificare ciò che l'ordine sociale e del mondo adotta, significa agire su ciò che è a disposizione dell'uomo, cioè sui pensieri, su cui si può agire più efficacemente che sulla realtà che non si può controllare).
Un altro tema che interessò Cartesio è quello delle passioni: nell'ultima fase della sua vita, Cartesio si soffermò più volte su questo argomento, facendo balenare spunti materialistici del suo pensiero. Cartesio ha dedicato a questo tema uno scritto, intitolato "Le passioni dell'anima"; in quest'opera egli distingue azioni e affezioni: azioni sono quelle di cui noi siamo causa; le affezioni sono involontarie e sono causate dagli spiriti vitali, che non sono qualcosa di spirituale, ma di materiale in quanto sono corpuscoli che percorrono il corpo attraverso il sangue. Il problema morale della teoria delle passioni, consiste nel non farsi sopraffare dalla affezioni: chi è moralmente forte sa vincere le passioni. Cartesio è un razionalista e dunque ciò cui si affida per dominare le passioni è la ragione, che deve indicare, a sua volta, deve indicare il modo in cui tenere sotto controllo le affezioni e di raggiungere la saggezza, la quale indica il pieno controllo della ragione. Tuttavia la ragione si serve delle passioni, nel senso che uno dei modi con cui agisce è quello di rappresentare l'idea di qualcosa che susciti una passione più forte di quella da cui rischiamo essere coinvolti.

La filosofia di Cartesio e Malebranches

La filosofia di Cartesio rimase un punto di riferimento imprescindibile di tutte le posizioni teoriche che maturano nel corso del '600. Fu sottoposta a usi e interpretazioni diversi e ontani fra di loro: l'esempio più significativo di questa diversificazione, in riferimento a Cartesio, è il fatto che, mentre Cartesio si era detto un difensore della religione tradizionale, proprio in ambito religioso molti pensarono che il suo pensiero arrivase a conclusioni contraddittorie, che negavano la religione e che andavano verso l'ateismo. L'indirizzo di pensiero che si propose di portare alle sue estreme conseguenze il cartesianesimo, restituendo a Dio una funzione più piena e ampia nelle vicende umane, fu l'occasionalismo che viene definito come una scolastica cartesiana, che si rifaceva al pensiero filosofico medioevale il quale, a sua volta, rivisitava la filosofia atea in chiave teologica. Il pensatore più importante dell'occasionalismo è Nicolò Malebranches. Malebranches nacque il 6 agosto del 1638; prese gli ordini nel 1664.
Successivamente lesse le opere di Cartesio, scrivendo come le opere di Cartesio gli abbiano cambiato la vita. Dedicò i successivi dieci anni alla matematica e alla filosofia cartesiana. Nel 1674 pubblicò il primo volume de "La ricerca della verità" che divenne il nuovo idolo della filosofia francese: è un lavoro monumentale in cui Malebranches cerca di conciliare il pensiero di Agostino e quello di Cartesio, questo implicò la circostanza di una radicale dipendenza ontologica di tutte le cose dall'onnipotenza di Dio (tutte le cose ricevono il loro essere da dio). Questa dipendenza è anche epistemologica, nel senso che tutte le creature ricevono il loro essere da dio e ne dipendono anche da un punto di vista conoscitivo.
Malebranches sostiene che le idee o i concetti ce noi apprendiamo con le verità matematiche, fisiche o morali, sono verità che non ci appartengono, ma sono idee di Dio, presenti nel suo intelletto e che Dio ci rivela illuminandoci. Le nostre menti sono contingenti e finite, e sono incapaci di avere modificazioni infinite ed eterne; e il fatto che noi le vediamo in Dio, ci costringe di ammettere le verità stesse. Malebranches insiste sul fatto che questa unione spirituale e perpetua tra menti finite e intelletto infinito, mette le menti in una posizione di completa dipendenza da Dio, allo stesso modo le creature dipendono da Dio, non solo per la loro nascita, ma anche per la loro persistenza nell'esistere e per tutto ciò che fanno. Le menti e i corpi naturali sono privi di rapporti causali: i corpi non causano effetti né sugli altri corpi né sulle menti, né corpi né elementi hanno rapporti causali con gli altri. Gli eventi naturali non sono altro che causa secondaria o occasionale degli eventi. In tutti questi casi, l'onnipresenza di Dio procede in accordo con i fenomeni della natura, eccetto i miracoli. Dio agisce per opera di un effetto quando ci sono le condizioni fisiche e psichiche adatte. Una parte degli argomenti di Malebranches derivava dalla formazione cartesiana, inoltre egli credeva che una reazione causale comporta una specie di necessità: se una cosa è causa di un'altra cosa sarebbe illogico che la prima non sia necessità dell'altra. Nessuna mente o corpo può essere la causa vera: questa vera causazione è propria di Dio, quindi la causa di ogni eventi è il volere di Dio.
L'argomento più potente di Malebranches deriva da alcuni aspetti della relazione tra Dio e le sue creature: Dio non si limita a creare il mondo indipendentemente alle altre cose: se il mondo continua ad esistere è perché Dio vuole che esista; ciò non vale solo per l'universo, ma per ogni parte del mondo. La volontà di Dio opera incessantemente e quando Dio vuole conservare un corpo lo fa in riferimento alle relazioni spaziali dove si trova il corpo. La forza che muove un corpo è l'efficacia degli effetti causati da Dio. Il moto o la quiete dei corpi dipende dagli effetti causali della volontà di Dio, e lo stesso vale per le menti.

Blaise Pascal

Ebbe una vita dedita a interessi intellettuali apparentemente lontani fra di loro perché in gioventù fu uno scienziato: esordì a sedici anni con un saggio sulle sezioni coniche e poi a diciotto anni inventò la calcolatrice e scrisse altre opere importanti di fisica e scienza. Successivamente fu uno studioso del calcolo delle probabilità; nel 1654 Pascal ebbe una esperienza mistica sconvolgente durante la notte del ventitré novembre. Di questa esperienza abbiamo notizie perché Pascal ne aveva parlato in un Memoriale che non pubblicò e che cucì nel vestito di morte. Dopo entrò nell'abbazia di Port Royal, centro del giansenismo frequentato da esponenti come Arnold, Nicol. Il giansenismo ebbe il suo grande rivale nei gesuiti, contro i quali si ribellavano per la loro casistica e lassismo. Contro i gesuiti Pascal scrisse le Lettere provinciali e, negli ultimi anni della sua vita, stava lavorando ad un'opera sulla celebrazione del cristianesimo, chiamata "Apologia", ma che lasciò incompleta e frammentaria; dopo la sua morte, questi frammenti sono stati messi assieme e costituiscono l'opera intitolata "Pensieri". Per Pascal l'uomo trova la sua dignità e grandezza nel pensiero, che costituisce il suo vero tratto distintivo, e l'uomo ha il compito di riflettere su sé stesso, che è il suo compito primario e più importante. Tuttavia gli uomini rifiutano e sfuggono questo compito perché non vogliono fare i conti con la loro condizione sospesa fra infiniti opposti, fragile, effimera e tale da indurre sgomento. Per questo gli uomini si dedicano alle attività mondane: il gioco, la conversazione, la guerra, gli onori, tutto cià che costituisce il divertissement, che non è propriamente il divertimento, è piuttosto un termine derivante dal "devertere", quindi volgersi lontano da sé stessi, nel distaccarsi, ciò che allontana dalla considerazione di sé stessi. L'uomo rincorre un "divertimento" dopo l'altro, perché se si ferma, viene assalito dagli umori più tristi e dalla noia e quando l'uomo si annoia è portato a riflettere su sé stesso e sulla propria misera condizione. Ognuno di noi rincorre sempre qualcosa di nuovo; viviamo sempre nell'attesa di una speranza che deve arrivare, attendendo la quale non viviamo il nostro presente (siamo, infatti, eccentrici). Questo atteggiamento "eccentrico", quindi, non è altro che una fuga da noi stessi; l'uomo è all'altezza di se stesso quando affronta e accetta la sua condizione, sottoponendola ad un'analisi.
L'uomo deve condurre quest'analisi o secondo l'esprit de geometrié o secondo l'esprit de finesse: lo spirito di geometria è la ragione scientifica, che calcola, traduce, che dimostra a partire da premesse e si presta a dare un'analisi esauriente di ciò che è quantificabile. Ma le sfumature dei sentimenti, il carattere, non possono essere ricondotti a criteri matematici e formule, ma con la sensibilità, con l'esprit de finesse. Se l'esprit de geometrié ha come il suo organo la ragione, l'esprit de finesse ha il cuore, perché "il cuore ha ragioni che la ragione non conosce". Lo spirito di finesse è un tipo di sapere intuitivo, mentre lo spirito di geometria è un tipo di conoscenza dimostrata; lo spirito di finesse, inoltre, è alla base dello spirito di geometria perché i principi da cui lo spirito di geometria parte, e che risultano indimostrabili, sono intuiti dallo spirito di finesse.
Pascal argomenta filosoficamente sui limiti della filosofia e sulla necessità che la filosofia venga sorpassata lasciando spazio alla fede, e quindi che la ragione venga integrata e superata dal cuore. Pascal diffida dalle prove filosofiche sull'esistenza di Dio, quelle che al suo tempo erano state riprese da Cartesio, in quanto queste prove convincono solamente chi è già disposto a credere, mentre non sono probanti per gli scettici. Inoltre il Dio che emerge da queste prove, non è il dio che serve agli uomini perché è il Dio che Cartesio aveva fatto a meno di fargli dare il colpo d'avvio dell'universo. Questo dio non è il Dio che Pascal considera indispensabile all'esistenza umana: questo è il dio dei cristiani, di amore e consolazione, che riempie l'animo e il cuore di chi possiede, che parla ai bisogni esistenziali degli uomini, e a ciò la filosofia non consente di arrivare.
C'è un altro limite grave che consiste nell'incapacità della filosofia della peculiarità della condizione dell'uomo: l'uomo è una creatura intermedia, è sospesa tra due abissi, l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo; fra questi due infiniti l'uomo è sospeso e smarrito, così come è sospeso tra un bisogno di conoscenza e la consapevolezza di raggiungere le esigenze conoscitive che ha. E' sospeso tra il desiderio di raggiungere la felicità e l'incapacità di raggiungerla. La volontà non fa il minimo passo se non verso la felicità. L'uomo è strutturalmente collocato in questa dimensione fluttuante che ne esprime la specificità. L'uomo è commisto di grandezza e miseria: Pascal lo paragona ad una canna pensante, creatura fragile, ma ha un elemento di superiorità che lo pone sopra ogni creatura umana, che è la capacità di pensare. La filosofia non è in grado di spiegare questa condizione umana, può al massimo descriverla; dunque non sa come trattare l'uomo, che non deve né abbattersi né esaltarsi. Se la filosofia non è in grado di spiegare questa condizione, se la ragione è insufficiente, occorre ricorrere a qualcos'altro, alla religione cristiana, perché la religione cristiana spiega questa compresenza nell'uomo, la spiega e la razionalizza attraverso la dottrina del peccato originale: spiega che l'uomo è grande perché creatura di Dio, e che è misero perché ha peccato, disobbedendo a Dio; ciò spiega anche l'inquietudine che l'uomo sperimenta nella sua esistenza. Questa inquietudine nasce dalla nostalgia di ciò che si era un tempo.
Quindi il cristianesimo non è solo una fede, ma anche una profezia razionale; è talmente razionale e necessaria che Pascal propone un argomento che è quello della scommessa: cioè Pascal è stato un importante studioso del calcolo delle probabilità, ed egli trasformò questi studi persino in questo campo; egli dice che decidere il proprio atteggiamento rispetto l'esistenza di Dio è indispensabile per l'uomo, chi sfugge a questa domanda ha deciso di non decidere. Pascal dice anche che, basandosi su un calcolo utilitaristico, la cosa più conveniente è scommettere sull'esistenza di Dio, perché quello che non rischiamo comunque di perdere è la vita terrena (che è qualcosa in sé di finito). Tuttavia, ciò che possiamo vincere è la vita eterna e beata: messi su una bilancia a pesi, i beni finiti di una vita disinvolta e il bene infinito del Paradiso, la bilancia pende sulla seconda scelta e, quindi, è più ragionevole propendere per l'esistenza di Dio e mettere in gioco un mede finito per un bene superiore, ma sempre finito.
Tutto questo rappresenta l'irruzione dello spirito di geometria nello spirito di finezza, modificando il suo atteggiamento. Pascal dice: "Che voi crediate è talmente importante che, anche se non ci credete, comportatevi come se ci credeste perché tutte queste cose vi renderanno come bestie (vous abetirat), quindi vi addomesticheranno, finché non aderirete alla fede di Dio"; ciò si spiega col fatto che pascal considera indispensabile fare ciò, considerando questa vita benefica rispetto a una vita condotta lontano da Dio. La questione si complica ulteriormente se consideriamo che Pascal è un giansenista (i giansenisti affermano che Dio beatifica chi decide di beatificare) e quindi ciò risulta una contraddizione per il pensiero di Pascal, dicendo che, per giustificarsi, coloro che si salvano non sono solamente quelli prescelti da Dio, ma sono anche quelli che hanno bisogno di sostenere questi argomenti per raggiungere la beatificazione.

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