Bruno

Giordano Bruno nacque a Nola nel 1548 e a soli cinque anni entrò nel chiostro domenicano di Napoli, ma già a diciotto anni iniziò ad avere dubbi sulla verità religiosa del cristianesimo. Insegnò in molte città tra le quali Oxford, Parigi e in Inghilterra. nel 1592 venne arrestato dall’Inquisizione di Venezia, ma facendo riferimento alla dottrina doppia verità egli riuscì a giustificarsi; ma solo un anno dopo fu trasferito all’Inquisizione di Roma, dove rimase in carcere per ben sette anni, prima di venire ucciso al rogo nel 1600 per non aver ritrattato le sua dottrine; celebre fu il suo gesto sul rogo, ovvero il voltare il volto dinanzi al crocefisso. Gli scritti principali di questo grande filosofo innovatore furono i dialoghi italiani e i poemi latini,tra i quali il Candelaio e Le ombre delle idee.
Ciò che accomuna tutti gli scritti di Bruno è uno sfrenato amore per la vita, nel suo impeto dionisiaco, che lo portò all’insostenibilità del chiostro, come venne da lui definita la prigione angusta e nera, e gli fece nutrire odio per tutti quelli che facevano della cultura una pura esercitazione libresca non vivendo invece la propria vita. Nel Candelaio egli criticava tutti gli imbroglioni e i creduloni, senza umorismo né distacco, ma con un compiacimento esasperato della trivialità dell’animo umano. Dall’amore per la vita nasce poi quell’amore così grande per la natura, che in lui non fu un semplice naturalismo, ma vero e proprio raptus e contractio mentis, impeto lirico. Egli vedeva la natura come una forma di religione e la voleva e vedeva tutta viva ed armoniosa; di qui la sua predilezione per la magia e l’arte lulliana, che prende d’assalto la scienza ed il sapere. Ciò rende possibile capire l’atteggiamento del Bruno di fronte alla religione cattolica, che crede essere un insieme di superstizioni, di illusioni, di uomini che vogliono far credere che la filosofia e la natura siano cattiverie e che l’ignoranza è la migliore virtù. Ma neppure il cristianesimo riformato si salva dalla spietata critica del Bruno,anzi viene attaccata ancor di più perché viene vista come motivo di discordia tra i popoli e negazione delle opere pie. Ma opposta a questa religiosità sta l’altra religiosità, quella vera: la filosofia così come Bruno la pratica. Nel suo concetto e nel suo contenuto concordano tutti i tipi di filosofia antica insieme ad elementi religiosi; egli ammette tuttavia la possibilità di rivedere tutti questi scritti,a partire da Mosè,per renderli attuali.
Bruno vede la divinità in un duplice modo: Mens super omnia, al di sopra di tutto, e Mens insita omnia, ossia in tutte le cose. Per il primo aspetto Dio è al di fuori del cosmo, e quindi non conoscibile alla razionalità umana, in quanto sostanza trascendente. Per il secondo aspetto la divinità invece è immanente e risulta conoscibile. In quanto mente delle cose Dio è Anima del Cosmo ed opera tramite l’Intelletto universale,ossia l’insieme di tutte le forme che dal di dentro plasmano la materia,dividendola nei diversi esseri del mondo. L’Intelletto è il Motore dell’Universo, ciò che opera come forza seminale intrinseca alla materia. In quanto Anima Dio è causa dell’essere, poiché è energia produttrice del cosmo, ed è il suo principio, in quanto elemento costitutivo delle cose. L’universo è dotato di una sola forma, Dio come Anima creatrice di forme, e di un’unica materia, il sostrato, per nulla pura potenza e separato dalla forma, che l’Intelletto anima e plasma. Con queste sue argomentazioni egli ha potuto dare un’identità alla divinità, e una volta riconosciuta questa identità egli può rifarsi alla dottrina della coincidenza degli opposti di Cusano. Ma ciò che esalta maggiormente questo filosofo è l’idea di infinità. L’infinità della natura è al tempo stesso movente, tema e scopo della filosofia bruniana. Il simbolo di ciò è il mito di Atteone, che giunge a contemplare Diana nuda e da cacciatore diviene preda, in quanto viene trasformato in un cervo. Questa metafora vuole significare l’anima umana, che dopo aver contemplato la natura, diventa natura egli stesso. Il grado più alto della speculazione per Bruno non è dunque il congiungimento con Dio,ma la visione magica della natura. Per Bruno il filosofo è colui che è assetato di infinito ed è ebbro di Dio, che superando ogni limite riesce ad immedesimarsi nelle molteplici cose in cui si dispiega la natura. In altre parole l’eroico furore è la traduzione naturalistica dell’amore platonico, in quanto non ci sofferma solo alla contemplazione e all’amore per la carne, ma si va in cerca dell’infinito, la sola cosa che appaga e che ci libera dalle catene dei bassi furori. Questo identificarsi della natura viene letto come il più alto grado di libertà possibile e riguarda anche il campo pratico e morale. Bruno disdegna ogni morale ascetica ed è invece favorevole ad un tipo di vita attiva,segnata dalla fatica.Ritiene infatti che se l’uomo si distingue dagli altri esseri, comunque naturali come l’uomo, è per la sua manualità e ingegno; dunque il vero artefice della propria vita è l’uomo con la propria fatica e non Dio. Il filosofo infatti ritiene che l’uomo non deve contemplare senza azione e non deve agire senza contemplazione.

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