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Arthur Schopenhauer e Soren Kirkegaard

Schopenhauer e Kierkegaard sono due filosofi che possono essere definiti dei filosofi moderni.
Schopenhauer è tedesco, cioè prussiano, mentre Kierkegaard è danese ed entrambi pongono al centro della loro ricerca l’uomo. Furono influenzati dalle due grandi filosofie dell’Ottocento: dalla filosofia kantiana e, soprattutto, da quella hegeliana. Questo fu dovuto al fatto che molti filosofi le usarono come punto di partenza della loro dialettica sia che si accostassero ad esse sia che le rivedessero completamente.
Seppur molto diversi tra loro (Schopenhauer è un ateo convinto, mentre Kierkegaard è un cristiano praticante e osservante) questi due filosofi hanno molti aspetti comuni: sono pensatori estranei al mondo accademico e lavorativo, molto attenti a ciò che accade negli ambienti universitari e filosofici, secondo il pensiero politico seguono anche loro il pensiero conservatore e per finire il loro pensiero è incentrato soprattutto sull’individuo, il singolo e le condizioni esistenziali di esso seguendo una tendenza innovativa rispetto all’hegelismo (dove prevale il privato, il pubblico e lo Stato, ecc.).

Schopenhauer
Nato nel 1778 (morirà nel 1870) vive in Germania tutto quello che sarà il periodo dell’impero napoleonico e la Restaurazione, in seguito le lotte liberali. Nonostante tutti questi avvenimenti egli ne rimane completamente estraneo, anche se poi esprimerà dei giudizi molto severi, di condanna, rispetto ai moti del ’48 per esempio.
Pur avendo vissuto per un momento contemporaneo ad Hegel, egli ne sarà un fiero oppositore non solo dal punto di vista filosofico ma anche dal punto di vista umano.Dal punto di vista filosofico egli considera la filosofia hegeliana una colossale mistificazione, cioè un esaltazione speculativa di idee e vuole risolvere l’intera realtà nel pensiero. Dal punto di vista umano invece Schopenhauer considera Hegel uno che si svende, un mercenario intellettuale, un sicario della verità, un uomo che pur di guadagnare soldi dallo stato è disposto a costruire una bella teoria sullo stato cristiano dove in realtà quello che gli interessa è il guadagno e possibilità di fare carriera. Hegel è un uomo corrotto. Un uomo che è disposto a celebrare la verità speculativa dello stato prussiano quindi a legittimare sul piano filosofico l’istituzione dello stato prussiano ma per denaro , per una cattedra, per fama e onore. Non certo per amore della verità.
Nella filosofia di Schopenhauer affiorano diversi temi filosofici, ideologie e pensieri motivi che notevole successo peso influenzeranno molto tra l’800 e il 900 ad esempio: il rifiuto di ogni forma e di razionalismo, di ogni forma di ottimismo,di storicismo perchè sono un inutile tentativo di mascherare il dolore dell’uomo. Schopenhauer è infatti un irrazionalista, infatti non crede che esista un’opera razionale nella storia.

Altro esempio, tema è il ruolo dell’arte. Per Schopehauer l’arte ha un ruolo salvifico, in qualche modo fu attraverso la contemplazione e l’osservazione della bellezza che ci permette di “distogliere lo sguardo” dal dolore di tutti i giorni quindi abbandoniamo la noia esistenziale e l’angoscia che ci accompagna nella vita di tutti i giorni.
Pert Schopenhauer è possibile ritrovare degli elementi tipici della mistica orientale, anche nel linguaggio egli parlerà infatti del velo di Maia, del Nirvana come esperienze tipiche delle mistiche orientali. Fa entrare nel mondo occidentale qualcosa che fino ad allora era praticamente sconosciuto. Questo perché l’occidente aveva sempre inneggiato al primato della ragione sulla spiritualità esattamente il contrario del mondo orientale. La parola chiave per capire Schopenhauer è il rifiuto dell’ottimismo razionalista.

Kierkegaard
Rimase sconosciuto fino agli inizi del ‘900, addirittura in Danimarca (sua patria natale).
Egli fu un pensatore cristiano, tutta la filosofia di K ha come tema l’opposizione inducibile tra il cristianesimo (il vero sapere) autentico e la filosofia (il sapere inautentico). Questa suo pensiero lo farà entrare in contrasto con la chiesa danese e con le autorità ecclesistiche, che erano legate a posizioni più tradizionali e non riusciranno ad accertare il pensiero di Kierkegaard. Per questo motivo egli sarà riscoperto nei primi decenni del ‘900 e verrà considerato il padre dell’esistenzialismo moderno.

L’esistenzialismo moderno non è altro che quella corrente filosofica che pone al centro del pensiero come oggetto di riflessione dell’esistenza umana. Egli è legato per la sua formazione alla cultura tedesca e alla filosofia, in particolar modo ad Hegel, dal quale sarà influenzato inizialmente e quindi, in seguito ne diventerà un avversario irriducibile tanto che Kierk svilupperà contro Hegel la polemica più aspra e forte. Questo atteggiamento lo mantenne anche contro tutte le filosofie sistematiche, e si può notare già dai suoi primi scritti poiché utilizzerà spesso , come metodo di divulgazione la forma del diario, dei racconti, degli aforismi e delle note insomma metodi anti accademici, anti sistematici.
Egli incentrerà il suo pensiero soprattutto sulla vita e sulla scelta, perché durante la giornata noi siamo scegliere. E tutto questo si svolge nel singolo, nell’individuo che in Kierkegaard diventa una vera e propria categoria filosofica. L’individuo deve scegliere un orizzonte in cui interviene Dio, che interviene nella storia per salvare gli uomini mostrandogli la vera sapienza (la religione) e il sapere non vero (la filosofia). Per Kierkegaard l’intervento di Dio è stato un evento storico.
In Kierkegaard c’è questo grande interesse per la vita umana, per la dimensione interiore dell’uomo e anche per la consapevolezza dell’uomo di essere limitato, fragile. Ed è proprio per questa consapevolezza che l’uomo è conscio di dover superare questi limiti, di mettersi alla prova.

Schopenhauer
In Schopenhauer si ritrova la filosofia platonica e molte altre anche diverse tra loro. Egli riprende Platone perché rimase colpito dal mito della caverna (lo schiavo incantenato che tenta di liberarsi) ecco per Schopenhauer noi siamo come incatenati dal mondo sensibile e non possiamo vedere nel mondo reale (vedi Matrix) E’ il punto di partenza di Schopenhauer sono il fenomeno ed il noumeno di Kant. Infatti se per Kant il noumeno era inconoscibile, per Schopenhauer non è così e anzi noi potremo conoscerlo attraverso il nostro corpo (novità assoluta, mai stato utilizzato come mezzo di conoscenza)dopo aver attraversato il velo di Maya che è il mondo sensibile.
La rappresentazione è la parola chiave per capire la filosofia di Schopenhauer e cioè l’interazione tra il soggetto e l’oggetto. C’è una interdipendenza tra soggetto e oggetto perché sulla scia di Kant (eravamo partiti da fenomeno e noumeno) Schopenhauer vuole individuare quali sono le condizioni a priori che rendono possibile il fenomeno e l’apparenza (perché il fenomeno è apparenza =volo di Maya). Inoltre tutti noi facciamo l’esperienza di un mondo pieno di eventi e di dati che invece di rivelarci la verità ce la nasconde e quindi sorge spontanea una domanda. Qual è la verità?
Ciò significa che se la risposta non ci giunge da ciò che sperimentiamo allora veramente degli eventi e i dati sono solo apparenza, che il mondo è una rappresentazione. Ciò che conosciamo è rappresentazione e quindi dobbiamo prenderlo come dato primo di partenza.
Ma Schopenhauer tiene conto dei filosofi che hanno teorizzato prima di lui. Questa posizione ed essi si dividono realisti e idealisti. I realisti (o materialisti) considerano la conoscenza come l’effetto dell’oggetto/del mondo su di noi, la realtà è il mondo esterno. Gli idealisti rifiutano l’esistenza di una realtà esterna totalmente indipendente dall’IO e vedono nel mondo oggettivo un prodotto del soggetto. Secondo Schopenhauer nessuna di queste due posizioni presa in se stessa, è corretta perché non possiamo uscire da noi stessi e cogliere le cose all’esterno di noi né possiamo conferire la creazione del mondo. Allora la verità per Schopenhauer è che il conoscere umano è sicuramente connesso all’esperienza non è una nostra proiezione, è legato al mondo illusorio a quello che lui chiama il velo di Maya al mondo fenomenico e alla fenomenicità perciò quando conosciamo una cosa non la conosciamo mai così com’è ma soltanto per come ci appare , cioè sicuramente legata alla conoscenza apparente ma questa conoscenza sta proprio in un rapporto inscindibile tra soggetto e oggetto. E’ sempre conoscenza di apparenza e di fenomeno. Da questo pensiero deriva poi la tesi secondo cui il mondo è una mia rappresentazione, (che è una rappresentazione soggettiva). Sulla scia di Kant anche Schopenhauer individua delle condizioni a priori che permettono questo fenomeno, l’apparenza. Egli arriva quindi a definire le funzioni conoscitive del soggetto (che Kant distinguerà tra sensibilità e intelletto – spazio e tempo della sensibilità, le 12 categorie dell’intelletto e quindi le idee della ragione- che non potevano essere applicate, erano solo forma) che sono lo spazio ed il tempo e la causalità(riduce le 12 categorie alla causalità).

Quindi nonostante la differenza sul numero di categorie, il concetto potrebbe sembrare lo stesso in realtà il punto di vista tra due filosofi è profondamente diverso.Le forme a priori infatti per Kant sono le condizioni sine qua non si ha l’esperienza (sono le condizioni soggettive del conoscere) per Schopenhauer invece non sono le condizioni soggettive del conoscere, perché non è vero che il soggetto che costruisce l’esperienza in quanto non c’è nessun soggetto prima dell’esperienza, prima di questa conoscenza, ma il soggetto sta nel momento stesso in cui c’è già conoscenza quindi si ha contemporaneamente all’oggetto. Il soggetto e l’oggetto sono inclusi in maniera inscindibile alla rappresentazione, sono interdipendenti uno dall’altro. La conoscenza nasce unicamente dalla loro unione, sono assolutamente necessari alla rappresentazione (c’è la rappresentazione e in essa ci sono oggetto e soggetto)Per cui le forme a priori non sono le condizioni per la rappresentazione, ma sono interne ad essa, una componente. La sensibilità e l’intelletto per Kant erano distinte, avevano una natura diversa, una costituiva il primo livello – la sensibilità - cioè la conoscenza immediata, una conoscenza intuitiva cioe senza mediazione mentre con l’intelletto ho una conoscenza discorsiva dove non ho un’intuizione intellettuale. In Schopenhauer poiché il soggetto non è più prima dell’oggetto non si può avere distinzione tra sensibilità e oggetto, perché non c’è una realtà data all’infuori di noi e quindi anche questa distinzione viene a cadere. Sensibilità e intelletto in Schopenhauer sono solamente dei momenti con cui la mente intuisce il mondo (senza distinzione tra prima e dopo).
Cadendo quindi tutta questa distinzione ed essendo tutto frutto della conoscenza di rappresentazione rappresentare la realtà per Schopenhauer significa intuire le singole cose, gli oggetti, in uno spazio e in un tempo (hinc et nunc) secondo un principum individeationis (individuo qualcosa a seconda dello spazio e del tempo che occupa). Ora la causalità a cui sono ridotte le dodici categorie kantiane è l’essenza stessa della materia nel senso che le cose che individuiamo in uno spazio e in un tempo le individuiamo anche come agenti tra di loro, l’una è causa sull’altra e agendo sull’altra è causa di un effetto che produce. Quando noi ci rappresentiamo la realtà altro non facciamo che rappresentarci questa azione reciproca di causa - effetto delle cose nel tempo.
La funzione specifica dell’intelletto, cioè la causalità, è quindi di conoscere immediatamente, produrre una conoscenza intuitiva allo stesso modo della sensibilità perciò non c’è differenza di natura tra sensibilità ed intelletto. In Kant la sensibilità era la componente passiva (che riceve) e l’intelletto quella attiva (che riferisce le categorie e i dati ricevuti). In Schopenhauer l’intelletto e la sensibilità operano nello stesso tempo nel produrre una conoscenza immediata attraverso lo spazio, il tempo e la causalità. Quindi Schopenhauer s’è distanziato molto da Kant, l’intelletto non è più la facoltà kantiana del giudizio che sintetizzava le intuizioni immediate con le 12 categorie e formava un giudizio, invece in Schop. Non c’è più questa funzione di unificazione (delle varie intuizioni con gli oggetti) ma c’è solo la rappresentazione immediata della realtà, conoscere non è giudicare ma cogliere intuitivamente la realtà attraverso lo spazio e il tempo e la causalità. Quindi in questo senso Schopenhauer attribuisce l’intelletto anche agli animali, perché anche gli animali si rappresentano il mondo intuitivamente. Anche loro colgono dei rapporti di causa- effetto. Quindi l’uomo è allo stesso livello degli animali? No, ciò che distingue l’uomo dagli animali è la ragione che consiste nella capacità di formare rappresentazioni di rappresentazioni ovvero concetti e di collegarli /slegarli in proposizioni attraverso ragionamenti. La ragione quindi è la facoltà della conoscenza mediata o discorsiva cioè il ruolo che kant attribuirà all’intelletto.
La ragione non è più la facoltà kantiana delle idee, di mondo, di Dio ecc. Rifiutando la ragione come facoltà delle idee e rifiutando soprattutto la ragione idealista, come facoltà dell’assoluto Schopenhauer si ricollega alla ragione pre -kantiana di J.Locke dicendo che la ragione è quella facoltà di elaborare concetti e formare/portare avanti concetti. In Schopenhauer quindi il concetto della conoscenza mediata si riassume nel principio di ragion sufficiente (riprende Leibniz) che è il principio che sta alla base della scienza, il fondamento logico che sta alla base della conoscenza scientifica. Per Schopenhauer esiste questo principio di ragion sufficiente che consiste nello spiegare il perché delle cose, perché una cosa sia piuttosto che non sia. Perché una cosa sia in un certo modo piuttosto che in un altro. Questo principio di ragion sufficiente quindi dà le ragioni sufficienti perché una cosa è così, perché c’è. Posso applicarlo in quattro ambiti diversi e in ognuno di questi ambiti questo principio assume una forma particolare:
1. nella fisica, nei processi naturali, ed è il principio che mi spiega la causalità fisica delle cose, del divenire delle stesse attraverso il nesso di causa effetto;
2. nella conoscenza razionale, nella logica attraverso il rapporto di antecedente e successivo (sempre causa – effetto);
3. alla matematica in tutti quei rapporti geometrico matematici che riguardano lo spazio ed il tempo secondo concatenazioni necessarie;
4. nella sfera dell’agire umano quindi c’è anche una causalità nell’agire morale.
Su questi quattro ambiti si formano le scienze naturali e morali. Finora abbiamo visto come la ragione, differenziandosi dall’intelletto e da tutte le funzioni intuitive, essa sia la facoltà che elabora i concetti producendo così i concetti però sia i concetti sia i ragionamenti sono astratti e come tali non occupano né uno spazio né un tempo. Tuttavia anche se concetti e ragionamenti sono astratti sono molto importanti e sempre presenti nella vita dell’uomo e allora com’è possibile che una cosa astratta sia così presente?
Qui Schopenhauer fa intervenire un qualcosa tipicamente umano: il linguaggio. Infatti il paesaggio dall’astratto all’esperienza è dovuto al linguaggio, alle parole che altro non sono dei segni concreti attraverso cui la ragione si incontra con le forme sensibili dello spazio e del tempo quindi la ragione è anche la facoltà del linguaggio. C’è un rapporto molto stretto ta ragione e linguaggio sin da quando è nata la filosofia perché se si riflette sul termine logos (termine greco trovato sin dall’inizio della filosofia antica) l’avevano tradotto come ragionamento ma si può tradurre anche con discorso, cioè mette assieme tutte quelle attività che caratterizzano l’uomo. La ragione è ciò che caratterizza l’uomo così come diceva Aristotele E la ragione ha anche a che fare con il linguaggio perché attraverso di esso la ragione s’è sviluppata. Però ragione e linguaggio sono alla base degli errori e dei pregiudizi, delle false credenze che assillano gli uomini. Inoltre la ragione, essendo legata allo spazio ed al tempo nel rapporto con il linguaggio la ragione non può andare oltre i fenomeni, non può andare al di là delle rappresentazioni, dell’illusione e dell’apparenza. La via della conoscenza razionale non può condurci al noumeno alla cosa in sé alla vera realtà. Anche in questo aspetto Schopenhauer si distanzia rispetto a Kant che vede il mondo fenomenico come l’unico mondo reale, e si accosta a Platone credendo che il mondo fenomenico sia illusorio e apparente che la verità stia dietro ad esso. Ma se allora la verità non è questo mondo dobbiamo trovare la via per essa attraverso il nostro corpo.
L’uomo infatti ha anche un corpo non è solamente testa e ragione, e proprio attraverso il corpo l’uomo può conoscere il noumeno. E Schopenhauer rende questo principio attraverso la metafora della fortezza impenetrabile qual è il mondo noumenico, nella quale l’unico passaggio per entrare è il nostro corpo visto come un piccolo passaggio segreto. Ogni uomo ha un rapporto doppio con il proprio corpo: una contemplazione esterna, dove siamo ancora nel mondo noumenico delle apparenze, vedere il corpo come un oggetto tra altri oggetti. Un altro modo di vivere il corpo è viverlo dall’interno, provando emozioni, dolore e piacere. Da un lato il corpo è una cosa materiale ma tra le altre, dall’altro lo sento, non è più una rappresentazione, ma è una forza, anzi il luogo in cui si manifesta una forza primordiale irriducibile alla rappresentazione e impossibile da inquadrare nei rapporti di causa ed effetto. Il corpo lo sento come volontà, in ogni azione, in ogni gesto esprime una volontà qualcosa di più grande.
Essendo un filosofo asistematico e accademico attinge un po' qua e là dalla tradizione filosofica. La sua filosofia risulta un intreccio di influssi molto eterogenei, tra cui la filosofia delle idee di Platone, perchè nel mito della caverna ritrova la condizione dell'uomo, che è come lo schiavo dentro la caverna platonica. Grande interesse per il criticismo di Kant, dirà che lui è l'unico vero continuatore di Kant, un punto di partenza è la distinzione tra fenomeno e noumeno fatta da Kant. In Schop troviamo anche tratti del romanticismo, per es lui riprende molti temi, ma rifiuta l'idealismo del romanticismo. Troviamo l'influenza della tradizione mistica orientale. Riprende Kant, e si oppone ad Hegel e lo definisce il “ciarlatano idealista”. La ripresa della distinzione tra fenomeno e noumeno, viene fatta in modo diverso, sotto l'influenza di Platone e delle religioni orientali. Era venuto a conoscenza del pensiero orientale tramite questo Friedrich Meyer, che lo aveva introdotto alle religioni orientali.

Differenze tra Schopenhauer e Kant
Per Kant il fenomeno è qualcosa di reale, è l'unica realtà che l'uomo può veramente conoscere, di cui può realmente fare esperienza, mentre il noumeno è la realtà inconoscibile, ed è il segno del limite della conoscenza umana.
Per Schop che invece riprende l'idea di Platone(esiste una brutta copia del mondo delle idee). Esiste un mondo illusorio, il velo di Maya che ci offusca la vita, che ci fa vedere un mondo ingannevole. Oltre questo mondo esiste il mondo vero, il noumeno, che è accessibile, non attraverso l'intelleto, ma attraverso il corpo. L'uomo per scoprire questo mondo deve squarciare il velo di Maya. Distanza da Kant in senso gnoseologico. Per Kant il fenomeno in quanto oggetto della rappresentazione sogg è esterno alla coscienza. La materia è data, non la creiamo noi. Mentre per S il fenomeno è una rappresentazione, che sta dentro l'atto di coscienza. Cioè è un atto che non appartiene al mondo esterno, ma è apparenza ed è una nostra illusione, non c'è al di fuori di noi.
Opera Mondo come volontà e rappresentazione: opera divisa in due parti, nella prima parte viene esposta la teoria della conoscenza. La frase iniziale è: “Il mondo è una mia rappresentazione”. Quello che noi intendiamo come la vera realtà, sec S è un complesso di contenuti rappresentativi strutturati in base a delle forme a priori che vengono percepite dal soggetto(spazio, tempo e causalità). Le forme a priori sono universali, ma la rappresentazione è soggettiva. La realtà vera, il noumeno, non si lascia cogliere da queste leggi, rimane inconoscibile a livello rappresentativo. Secondo Shopenhauer se l'uomo guarda in modo disincantato le cose non può non accorgersi che è circondato da una serie di cose, di eventi che occultano la realtà. Qual è la vera verità del mondo? La scienza, ciò che succede al mondo non ci dà una risposta. Da qui deriva la tesi che ciò che abbiamo di fronte è solo una rappresentazione. A questa tesi arriva quindi attraverso il confronto con altri filosofi. Per esempio i materialisti (realisti) che credono che la conoscenza dipende dall'ogg. Essi considerano la conoscenza come l'effetto prodotto sul soggetto dall'oggetto. Gli idealisti fanno l'errore contrario, pensano che sia il soggetto a produrre l'oggetto. Essi non ammettono la cosa in sé (Fichte). Secondo Shopenhauer tutti e due sbagliano, perchè da un lato è vero che non è possibile uscire dal soggetto e cogliere la realtà e i realisti pretenderebbero di fare questa cosa, dall'altra è impossibile conferire al soggetto una capacita produttiva(idealisti), perchè in questo modo eliminerei la cosa in sé. Shopenhauer dice che il conoscere dell'uomo è legato all'apparenza, alla fenomenocità, ma è sempre una conoscenza fenomenica. Sulla scia di Kant individua delle condizioni a priori che rendano possibile questa conoscenza apparente.Prima bisogna identificare le funzioni conoscitive del soggetto: la sensibilità, l'intelletto e la ragione. Schopenhauer ha un punto di vista diverso da Kant, perchè per Shopenhauer le forme a priori non sono le condizioni soggettive del conoscere, perchè il soggetto non sta prima dell'oggetto, ma si dà contemporaneamente all'oggetto nella rappresentazione. Cioè non c'è un soggetto prima ma nella rappresentazione, soggetto e oggetto sono inscindibili. Sono interdipendenti, per cui la conoscenza si origina soltanto dalla loro unione. Non ci può essere rappresentazione senza uno di questi due elementi. La rappresentazione è il prima da cui dipendono sia soggetto che oggetto. Perciò le forme a priori non sono le condizioni della rappresentazione, ma sono dentro la rappresentazione, sono una sua componente.
Rappresentazione: unione di soggetto e oggetto. Per Kant il soggetto costruisce l'oggetto in quanto applica le forme a priori ai dati. Perciò il soggetto per Kant viene prima. Mentre Per Shopenhauer soggetto e oggetto dipendono dalla rappresentazione, cioè dipendono da essa che è l'elemento originario.
La sensibilità e l'intelletto per Kant hanno natura diversa, mentre per Shopenhauer sono due elementi di un processo fisiologico attraverso cui la mente umana arriva a conoscere, e le forme a priori sono tre: lo spazio e il tempo inerenti alla sensibilità, e la causalità inerente all'intelletto. Lo spazio e il tempo hanno la funzione di determinare il mondo oggettivo in una molteplicità di eventi. Ci servono a individuare tutte le singole cose, quindi operano secondo il principio di individualizzazione. La causalità, secondo Shopenhauer, è l'essenza stessa della materia. Perchè noi le cose che individuiamo, agiscono le une sulle altre come cause ed effetti. Tutta la realtà è classificabile o come causa o come effetto. Quindi tutta la materia agisce secondo il principio di causa - effetto. Questo collegamento è opera del nostro intelletto. La causalità è una nostra rappresentazione, non c'è veramente.
L’uomo per Shopenhauer non è solo testa ma anche corpo. Noi grazie al corpo riusciamo ad imboccare quella via per arrivare alla ‘fortezza’ che altrimenti sarebbe inespugnabile. Nel momento che entriamo nel corpo, nella parte interiore, abbandoniamo il mondo come rappresentazione e conosciamo il mondo della volontà. L’uomo ha un doppio rapporto con il corpo: lo può guardare dell’esterno e in questo caso il corpo è un oggetto come gli altri,una rappresentazione. E lo può vivere dal proprio interno e a quel punto avverte gli impulsi, l’istinto, come una forza incontrollabile che anima tutto il corpo, questa forza è la volontà di vivere. È una forza individuale nell’uomo, ma è presente anche in tutta la natura sia organica che inorganica. Tutte le azioni che compiamo sono una precisa volontà del corpo. Quando noi ci rendiamo conto che il corpo è la manifestazione della volontà (noumeno per Shopenhauer), noi ci rendiamo conto della nostra essenza, di cosa siamo veramente, cioè volontà di vivere.
Noi non siamo più solo persone razionali dotate di ragione e intelletto siamo molto di più, siamo volontà di vivere e il corpo ne è la manifestazione fenomenica. Il corpo ha dei bisogni: mangiare(obesona), respirare ecc sono volontà.Scop attraverso un’analogia trasferisce ciò che lui sente a livello umano a tutti gli esseri della natura, trasferisce il modello umano a tutta la realtà, ma lui non è che lo dimostra scientificamente.Guardando dentro noi stessi noi ci riconosciamo parte di un’unica volontà. La volontà individuale in realtà è l’unica volontà, che non è quella volontà che riusciamo a comandare o controllare con la ragione, non è neanche la buona volontà, ma è una volontà unica,impersonale è una forza cosmica,un principio metafisico che determina la struttura metafisica di tutte le cose ed è eterna. Questa volontà è un impulso cieco, non razionale, non ha un fine. Su questo principio si fonda tutto il pessimismo di Schopenhauer, è un principio negativo perché è fonte di dolore. La forza è una perché non dipende dalle categorie è fuori dallo spazio e dal tempo, quindi non c’è il problema della molteplicità. La volontà spiega i due sentimenti contrapposti che noi abbiamo della natura: noi cogliamo la natura come armonia, altre volta cogliamo la lacerazione, la contraddizione perché da un lato tutti i fenomeni fanno parte di un’unica volontà quindi sono armonici, sono tutti manifestazione di un’unica cosa.Dall’altra questa forza che si insinua in ogni cosa fa si che ogni singola cosa voglia affermare se stessa a tutti i costi contro gli altri individui es della formica che si separa la testa dal corpo e lottano tra loro, egoismo e lotta che c’è in ogni individuo(pessimismo), ognuno pensa al proprio interesse. Ad ogni livello della natura ci sono lotte, gli uomini si fanno le guerre con violenza per affermare se stessi. Tutti obbediamo a questa volontà poi l’uomo che ha la ragione cerca di esorcizzare questo male inventando un dio, e quindi una buona volontà,un fine, per giustificare il male.
La volontà di vivere si manifesta in una serie di idee, che non sono sullo stesso piano ma su una scale, sono eterne e fuori dallo spazio e dal tempo, le cose del mondo sono immagini delle idee, le idee xò non sono la vera realtà ma solo un tramite tra il fenomeno e il noumeno. Al grado più basso c’è la natura inorganica (forze metafisiche), poi le forze organiche(specie con degli istinti), poi l’uomo (con una propria volontà).
Il mondo è una rappresentazione, una realtà fenomenica cioè apparente ,ordinato da tre categorie: spazio tempo causalità.
Il mondo come volontà è la realtà vera alla quale noi giungiamo attraverso un percorso interiore del nostro corpo, che ci rivela la verità cioè la forza irrazionale e cieca senza fini, questa volontà si manifesta nel mondo fenomenico in una serie ascendente di idee(forme eterne e immutabili).
Questa forza irrazionale apre la via al pessimismo Schopenhariano tutto ciò che noi pensiamo essere positivo in realtà si rivela un’illusione, tutto ciò che ci viene innanzi dotato di senso in realtà è un’incontenibile spinta della volontà a cui invano l’esistenza cerca di porre un ordine, perché l’uomo avendo una ragione cerca di dargli un ordine ma è l’uomo che gliela da, non è la forza che ce l’ha. L’uomo da sempre ha cercato di dare ordine a questa incontenibile spinta della volontà di vivere. La vita risulta essere spinta da questa tensione dal bisogno, dal desiderio, desiderare significa essere privi di ciò che si desidera, ma quando abbiamo ciò che desideriamo subentra la noia, allora la nostra vita è in tensione tra il desiderio (dolore, mancanza) e l’appagamento (noia).
Quello che gli uomini chiamano piacere in realtà non è altro che la cessazione del dolore, se viene meno lo stimolo del desiderio la nostra vita cadrebbe nella noia esistenziale e la vita si svuoterebbe di tutte quella occupazioni e preoccupazioni, questa noia mostrerebbe il vuoto dell’esistenza .
La vita estetica oscilla perennemente tra il dolore e la noia, passando attraverso quell’attimo fugace del piacere che è sfuggevole e illusorio.
L’uomo è consapevole del proprio dolore, a differenza degli altri esseri viventi e quindi ciò aggrava la sua situazione.
Il dolore non è un’ esperienza soltanto umana ma coinvolge tutti gli esseri viventi, il dolo per Shopenauer è un fatto cosmico, il negativo non è semplicemente nel mondo ma all’interno di ogni cosa.
Anche se l’uomo ha cercato di creare un’immagine rassicurante della natura, cogliendone l’ordine, la finalità, la bellezza ciò non toglie che sotto a quest’immagine troviamo la lotta perenne e sfrenata tra gli individui, ciascuno oggettivazione di un’ unica volontà i quali si contendono lo spazio e il tempo in una perenna lotta.
La natura ci offre spettacolo desolante ma anche guardando alla storia civile, anche quell’apparente ordine sociale-civile dello stato reto da leggi e semplicemente una maschera che nasconde egoismi e pressioni individuali, che esplodono se non tenute a freno.
Ci accorgiamo che a livello sociale esplodono istinti primitivi dell’autoconservazione dove ognuno cerca in maniera indiscriminata di difendere la propria vitae il proprio interesse incurante degli altri.
Con la ragione l’uomo è capace di stipulare un contratto sociale , delle leggi, di avere una convivenza pacifica ma dell’atra parte è anche in grado di escogitare strategie sempre più feroci per l’appagamento di istinti vitali, come le armi.
Per Shopenhauer non si salva nulla, nemmeno l’amore, lontano dall’essere un sentimento positivo ma è semplicemente una pura illusione.
Noi ci illudiamo di essere felici congiungendoci con l’anima gemella e vivendo una storia d’amore ma anche l’amore è soggiogato dalla passione fisica all’istinto sessuale nel quale la Volontà opera attraverso di noi per preservare la specie.
Quindi l’amore è “l’incontro di due infelicità per metterne al mondo una terza”.
Individuo è uno strumento di cui si serve la volontà per la preservazione della specie.
Anche la storia è il luogo in cui si compongono le azioni malvage dell’individuo e non è altro che una sequenza ininterrotta di egoismi, di conflitti, di illusioni, di una serie di irrazionalità e follie.
L’uomo può sfuggire a questo destino di dolore? Si.
Shopenauer propone una via molto ardua. Se vogliamo liberarci di tutto questo dobbiamo partire dalla consapevolezza di quello che siamo e della nostra condizione.
La premessa fondamentale per oltrepassare il mondo fenomenico è quello di superare i limiti della conoscenza individuale ed assumere un punto di vista universale ed è possibile assumerlo cogliendo le idee in cui si soggettiva la volontà.
Dobbiamo arrivare a cogliere la volontà stessa come principio metafisico del reale. Dobbiamo aspirare ad una conoscenza universale, c’è bisogno del distacco da tutte le nostre esigenze private, dai nostri voleri
 spogliarsi dell’individualità per diventare un soggetto universale, elevandoci a guardare il mondo in una forma contemplativa e totalmente disinteressata, solo così possiamo superare gli istinti della volontà che altrimenti ci tiene attaccati ai desideri.
Spogliarci dei desideri per imboccare la via della purificazione e redenzione, per lasciare spazio a quel genio-filosofo-santo che c’è in ogni uomo. La purificazione di un uomo è un evento raro.

Il cammino della redenzione
Si sviluppa in tre tappe:
1. arte;
2. morale;
3. ascesi.

Arte
Conoscenza di idee, conoscenza libera e disinteressata che si contrappone alla conoscenza astratta per concetti dettata dalla volontà sia nell’ambito scientifico che in quello morale. (molto vicino a Shelling)
L’intuizione artistica ci permette di andare oltre il mondo fenomenico, oltre la rappresentazione perché oltrepassa la catena infinita dei rapporti causali e coglie subito le idee, quindi siamo oltre la rappresentazione.
L’intuizione artistica avviene per opera del genio, una facoltà soggettiva che consiste l’andare oltre la ragione e di riconoscere le idee e di porsi in rapporto con esse, abbandonarsi ad una contemplazione delle idee.
L’uomo nel momento in cui coglie le idee riesce a spogliarsi della sua individualità, nel momento in cui contempla l’idea non è più attaccato ai propri desideri, impulsi ma è rapito come in estasi in una concentrazione della bellezza e per un attimo è come se staccasse la spina dalla vita quotidiana e diventa “quasi un occhio puro che guarda il mondo”, quel soggetto universale, una conoscenza impersonale che contempla il mondo nella sua verità.
La facoltà del genio è in tutti gli uomini, tutti potrebbero ma siamo tutti legati alle nostre passoni, il genio è soprattutto nell’artista perché è colui che crea l’opera d’arte.
Ma ci sono due modi di vivere questa esperienza:
- artista;
- colui che osserva l’opera d’arte.
Ma la maggior parte degli uomini solo volgare e non si occupano di queste cose, si preoccupano solo dei loro egoismi, legati alle loro cose pratiche.
Per Schopenhauer l’arte aveva una funzione liberatrice che si esplica anche in chi guarda e riesce a goderne, e cogliere l’idea. L’arte è vista come un momento di riposo, in cui stacchiamo la spina, non pensiamo al groviglio delle passioni e ci astraiamo dal ondo e dal dolore.
L’arte ha un difetto è un momento fugace.
Tra tutte le forma di arte Schopenhauer ne privilegia una, la musica, perché dalle altre forma artistiche la musica è indipendente dalle idee coglie subito la volontà, non è legata a nulla di materiale, la musica è immediatezza.
È al di là del tempo e dello spazio, riesce a riprodurre la volontà universale, è l’arte dell’interiorità.
La contemplazione estetica ha un limite: dura poco, una liberazione di breve durata, finito l’incanto l’individuo si ritrova immerso nella spirale di dolore che caratterizza la nostra vita.
L’uomo aspira a qualcosa di più duraturo.

Attività morale
Quando un uomo vuole vivere in una certa dignità morale deve darsi da fare, deve anche sottomettere i propri istinti e in questo modo la moralità diventa una via di accesso ad una realtà metafisica (più profonda).
Come Kant anche Schopenhauer ritiene che l’agire moralmente da uomo virtuoso quando è disinteressata quando avviene per nessun interesse.
Però a differenza di Kant, Schoipenhauer ritiene che la ragione non può guidare minimamente la morale, avendo Schopenhauer una visione molto negativa della ragione perché dice: la ragione calcola, ci lega ad interessi, soppesare pro e contro, ci tiene troppo legati al mondo fenomenico. Se le nostre azioni sono calcolate dalla ragione non sono morali.
La morale invece non nasce dalla ragione ma da un sentimento che orienta l’uomo verso un’azione altruista disinteressata.
(Ci sono due forma in cui si esprime la moralità).
Compassione: cumpatire, soffrire insieme, condivido la sofferenza dell’altro. Questa esperienza mi permette di uscire dal mio egoismo individuale.
Inversione del rapporto tra morale e conoscenza: Socrate aveva sostenuto l’intellettualismo etico (se l’uomo fa il male è per ignoranza) mentre S ribalta questo rapporto.
È la moralità che produce la conoscenza , attraverso l’esperienza della compassione noi veniamo a vivere e dunque a capire quello che la filosofia ha sempre soltanto teorizzato, cioè detto con parole astratte, che noi tutti pur essendo diversi l’uno all’altro siamo una cosa sola. La volontà è causa in noi di sofferenza. Tutti destinati a soffrire.
La filosofia si è sempre preoccupata di trovare quest’unità metafisica che unisce e accomuna tutti gli uomini, noi nella compassione lo sperimentiamo.
La morale intesa come compassione si concretizza in due livelli:
- giustizia,
- carità: amore per il prossimo.
La giustizia è una virtù che agisce in negativo, agisce attraverso quello che io non devo fare, attraverso la costrizione, in quale la giustizia mi dice di non fare il male.
La giustizia agisce in me reprimendo l’istinto egoistico che mi porterebbe a fare ciò che voglio.
La giustizia consiste nel non danneggiare l’altro .
La carità è la virtù più alta perché agisce in positivo e agisce in maniera completamente disinteressata verso gli altri, è il massimo grado della compassione. Io mi faccio compagno prossimo della sofferenza degli altri essere ma anche di quelli che sono venuti prima di me. Pur essendo ateo S osservò un’ammirazione infinita per gesu, immolatosi come agnello per redimere l’umanità dalle colpe. Chi più di lui ha compatito? È l’esempio supremo di questo amore verso gli altri.

Ascesi
Ascesi che arriva alla noluntas = totale negazione della volontà.
Se, titanicamente, vogliamo combattere la volontà noi dobbiamo andare oltre la vita, sottrarci alla sua forza.
Questo non è in grado di farlo né l’arte né le morale.
Ascesi consiste nella totale negazione della vita e della volontà, dobbiamo rinunciare a desiderare.
Dobbiamo arrivare alla noluntas= non volontà.
S non ammette il suicidio, perché quando un uomo vuole suicidarsi non è perché disprezza la vita ma perché non gli piace la sua vita, ne vorrebbe un’altra, vorrebbe vivere ma non la sua vita.
Il suicidio elimina un individuo ma alla volontà non importa quell’uno che muore, non modifica la volontà.
Bisogna invece mettersi contro corrente alla volontà di vivere: lenta rinuncia a tutti i desideri.
Arriviamo alla noluntas per gradi attraverso l’ascesi. Con rinuncia-astinenza.
Successivamente arriva l momento in cui l’uomo si unisce al nulla  raggiungimento del Nirvana, stato di benessere, l’uomo non avverte più nulla.
Schopenhauer riprende il concetto de Nirvana dall’Upanishad.
Nirvana: condizione suprema di salvezza, quello stato in cui c’è l’annullamento del desiderio, causa del dolore. Stato assoluto di distacco dal mondo dove l’uomo è finalmente sottratto alle condizioni della volontà di vivere.
Nirvana costituisce anche l’anticipazione della morte, di quello stato di perfetta serenità che inizierà in noi dopo la morte quando si dissolve il corpo, la fonte di tutti i mali.
Tutta la filosofia di S ha come obbiettivo la morte: unica speranza per l’uomo.

Kierkegaard
Viene considerato il padre dell’esistenzialismo, riscoperto nel ‘900, scrisse moltissime opere e la prima che prendiamo in considerazione tratta il concetto di teoria. Egli nasce a Cophenaghen, da una famiglia benestante in cui lui è l’ultimo di sette fratelli e riceve dal padre una religione pietistica molto severa e infonde, nel giovane Kierkegaard, un profondo senso di colpa che lo accompagnerà per tutta la vita. Questo senso di colpa inoltre verrà amplificato anche da una sua convinzione dovuta ad una specie di menomazione fisica che egli chiamava la sua spina nel fianco e che considerava una sorta di punizione divina. Ha un rapporto un po’ contrastante con il padre perché nonostante provi amore ed affetto per ciò che gli ha dato, sente anche che il suo senso di colpa, la sua infelicità sono stati causati da una sua azione ingiusta (del padre) che così ha fatto gravare sull’intera famiglia questa “punizione divina”.
Altro rapporto importante di kierkegaard lo ha con Regina Olsen, una giovane donna di cui Kierkegaard si innamora ma che poi lascerà provocandogli anche del rimorso per averla lasciata.
Durante i suoi anni accademici di studio, si iscrive alla facoltà di teologia e saranno degli anni segnati dal lutto per Kierkegaard, infatti prima moriranno cinque dei suoi fratelli ed infine il padre; rimarrà profondamente segnato da questi eventi, tanto che lo convinceranno a dedicarsi solamente allo studio.
Quindi dopo questo periodo si fidanza con Regina Olsen e entra in seminario (voleva diventare un pastore protestante della chiesa luterana), quindi dopo un anno ottenuta la laurea, rompe il fidanzamento con Regina perché non si sente a posto con se stesso.
Quindi va a Berlino, segue dei corsi di Schelling e inizialmente rimane entusiasta dall’idealismo. Entusiasmo che ben presto sarà rimpiazzato dalla delusione e abbandonerà le lezioni di Schelling.
Oltre ai complicati rapporti che ebbe con il padre e Regina Olsen, fu attaccato anche dalla chiesa danese protestante del suo tempo. Questa rottura con la chiesa fu dovuta ad un attacco subito da un giornale, “il corsaro” che lo mise in ridicolo, accusandolo di essere un conservatore e schernendolo per il suo aspetto fisico, Kierkegaard si stupì cheil vescovo non prendesse le sue difese e così egli comincerà a scrivere articoli di critica nei confronti della chiesa danese, accusandola di aver perso la fede e dove il cristianesimo era stato ridotto ad una morale, perdendo il “dialogo” con il Cristo. Dopo una serie di malanni fisici morirà per una non ben definita malattia.
La sua prima opera, la sua tesi di laurea (Sul concetto di ironia in costante riferimento a Socrate, non ne sono sicuro l’ho trovato su wikipedia), segnò subito il distacco da Hegel che comunque aveva influenzato la sua filosofia, infatti il suo pensiero si sviluppa come attacco polemico ad Hegel. Già quest’opera lascia intravedere le linee di fondo dell’originalità del suo pensiero e in particolare un termine che diventerà una categoria filosofica, la possibilità, tutta la sua filosofia gira attorno alla possibilità; che è legato alla libertà infatti l’uomo, essendo dotato di libero arbitrio, è chiamato a scegliere (e quindi ad esercitare la sua libertà) in ogni momento. Kierkegaard riconosce un grande merito a Socrate, ovvero l’aver trattato il concetto di ironia che consiste nel sapere di non sapere, l’uomo non sa in che cosa consiste la verità.
Kierkegaard apprezza molto questa passione per la libertà e per la ricerca in Socrate che mette in evidenza la presunzione della conoscenza umana, che è una conoscenza sempre in divenire e sempre limitata. Non ne condividerà mai pienamente il pensiero infatti il continuo domandarsi di Socrate il perché delle cose irriterà Kierkegaard.
Quindi l’ironia diverrà per Kierkegaard diverrà umorismo cristiano;l’ironia, questo modo di prendersi in giro sul fatto che siamo persone finite, capaci di conoscenze limitate, rappresenta un po’ il suo metodo di indagine e di ricerca. E proprio questo metodo lo porterà a distanziarsi da tutte quelle conoscenze immediate, da ciò che appare così facilmente. E anzi questo metodo lo porterà a cercare le tante sfacettaturee aspetti di questa realtà senza la pretesa di definirle una volta per tutte.
L’ironia per Kierkegaard apre anche la via alla prospettiva religiosa;l’ironia infatti è un andare oltre, un oltrepassamento della finitezza e della conoscenza dell’agire umano che apre ad una riflessione: se il soggetto umano è finito, vuol dire che può esistere l’infinito ( perché se esiste il finito, qualcosa deve averlo creato e questo finito non può essere stato creato da altro finito quindi può esistere qualcos’altro) e in questa possibilità Kierkegaard vede l’esistenza di Dio. Un dio che per Kierkegaard non può che essere un dio persona, essendo noi persone non possiamo immaginarlo in modo diverso. Ma questa apertura verso l’infinito, verso Dio non è una certezza matematica o un fatto obbligatorio, ma è una possibilità così la libertà del’uomo non è limitata nemmeno da Dio.
Kierkegaard prenderà, via via con l’evoluzione del suo pensiero, una distanza sempre maggiore da Hegel. Infatti se Kierkegaard considera l’uomo cosciente della sua ignoranza, Hegel invece con il suo pensiero ha la pretesa di svelare tutto alla luce della ragione, una ragione immanente. Kierkegaard criticherà quindi questa pretesa della filosofia hegeliana, la considera una pretesa malposta e infondata e la criticherà proprio attraverso l’ironia (con la quale kierkegaard dice che è vero il contrario, l’uomo è un essere finito che però può tendere, individualmente, all’infinito). Questa possibilità per Kierkegaard consiste nella fede (che non consiste in una spiegazione razionale del mistero umano e divino, e non è nemmeno una fiducia irrazionale e insensata, ma la fede comprende anche la ragione che permette il concetto di mistero).
Il rifiuto dell’hegelismo coinvolge la critica alla mediazione dialettica, il punto cardine dell’hegelismo è che tutte le opposizioni, prima o poi, sono conciliabili secondo il principio dialettico; Kierkegaard rifiuta questo concetto perché lo considera un’astrazione perché nell’esperienza umana esistono le contraddizioni e richiedono una presa di posizione, una scelta, un “AUT – AUT” se scegliamo questo escludiamo quello, e vice versa. “Aut-Aut” (titolo originale: “Enter Elle”= “O o oppure”) è anche il titolo di una delle sue maggiori opere nella quale Kierkegaard ci prospetta due modelli di vita incompatibili tra loro: il modello di vita estetico e il modello di vita etico. Sono due modelli antitetici.
Nella vita estetica Kierkegaard designa questo modello di vita basato sul piacere dei sensi, senza preoccuparsi del futuro. L’esteta è colui che non tiene conto della morale, per la quale ha addirittura un’avversione, e vive alla giornata. L’esperienza estetica non si sviluppa in modo continuo, ma si esaurisce nell’esaurimento del piacere, sono momenti che si susseguono rapidi. Perciò l’esteta non cresce, le sue esperienze non costituiscono il crescere della sua storia, della sua vita; ogni momento della sua storia è una storia a sé. Il personaggio simbolo di questo modello di vita è il Don Giovanni, personaggio dell’omonima opera mozartiana del 1787; esso viene rappresentato come il tipico seduttore, con molte donne, che cerca di trarre il massimo godimento immediato senza lasciarsi mai coinvolgere dalle sue stesse esperienze, non prova amore. L’esteta si lascia tentare da questo stile di vita anche spinto dalla noia, infatti la sua vita non avrebbe alcun senso per lui. Paradossalmente questo stile di vita gli impedisce di legarsi a qualcuno e quindi a rompere quella che è una serie continua, sempre uguale di esperienze che gli genera sempre più noia. L’esteta è quindi chiuso in un circolo vizioso dalla quale può sfuggire solamente se subentra in lui la disperazione. Disperazione che può essere un punto di svolta per poter cambiare la sua vita. Infatti, se la disperazione viene vissuta fino in fondo, cioè in maniera dolorosa, non può non mettere in crisi l’esteta e portarlo a capire che la vita che ha vissuto fino ad allora è una vita priva di senso.
E questa nuova vita non necessariamente deriverebbe dalla prima, l’esteta a questo punto è libero di scegliere di continuare a vivere secondo il suo stile di vita e quindi tornare a “scappare” dalla noia oppure scegliere la via della vita etica.
Quest’ultima, rappresentata da un giudice in pensione un certo Vilhelm, è una vita basata sulla stabilità, capace di vivere un rapporto fedele e costante, è un uomo impegnato, un bravo marito, un bravo giudice, non si abbandona all’immediatezza degli eventi ma cerca di trarre degli insegnamenti per la propria vita quindi lui si è assunto la responsabilità di scegliere ( mentre il Don Giovanni non sceglie mai, è schiavo della situazione, non si assume delle responsabilità). È un borghese, una persona come tante altre che incentra la vita sul valore del matrimonio e della famiglia, nonché sull’impegno nei confronti dello Stato.
Egli non ha paura della ripetizione, ma anzi la cerca infatti la sua vita è fatta di riti, la sua vita è continua.
Ma anche in questa vita etica ad un certo punto subentrerà la disperazione, che spingerà l’individuo a domandarsi il perché della propria esistenza.
Ma anche questo momento di disperazione può portare all’ultima grande possibilità, la possibilità di scegliere Dio. Di fronte a Dio l’uomo non può che sentirsi limitato, finito e addirittura sentirsi in colpa per questa sua finitezza. Ma è proprio questa colpa che spingerà poi l’uomo a mettersi completamente nelle mani di Dio, davanti a Dio e davanti a questa colpa l’uomo non può far altro che abbandonarsi al suo intervento, di essere sue creature e di dipendere da lui, di renderci conto che non siamo persone capaci di sostenersi con le proprie forze ma che possiamo lasciarci sostenere da Dio. Ed è proprio questa accettazione di Dio che porta all’ultimo stile di vita, la vita religiosa che non significa la vita monacale o clericale, ma significa di avere piena fiducia nella misericordia di Dio. Kierkegaard sviluppa questa terza possibilità in un opera che si intitola “Timore e Tremore” (titolo che deriva da una parafrasi di un’espressione di San Paolo dalla prima lettera ai Corinzi).
Questi due termini: tremore e timore, sono i due termini che indicano la scelta religiosa perché essa non è una scelta di tranquillità e semplicità, ma è una scelta dettata dall’inquietudine.
In quest’opera sviluppa l’idea di dedicarsi completamente a Dio con un atto di fede, che non è frutto di ragionamento, ma è un atto che rompe completamente con la sua vita precedente ed è una scelta completamente libera e figura di questa vita è Abramo.
Questi tre modelli di vita le chiama stadi, che non per forza bisogna viverli tutti e 3 o che si svolgono con un ritmo triadico, ma sono modi di vedere la vita alternativi l’uno all’altro.
La categoria dell’esistenza umana: per K è un qualcosa di diverso dall’essenza, qua c’è una critica all’Hegelismo sulla contrapposizione di 2 termini essenza e esistenza. Siccome Hegel aveva fatto della sua filosofia una logica,secondo K aveva ridotto tutta la realtà alla sua struttura razionale ed espressa attraverso i concetti che rappresentano l’essenza delle cose, Hegel riduce la realtà ad un insieme di essenze(definizioni astratte) universali che xò non sono la vita. La vita riguarda le esistenze singole, le cose che effettivamente esistono e che sono particolari e singole. Hegel delle singolarità non si era interessato, le aveva etichettate come pure accidentalità. Kierkegaard dice che le cose particolari sono le cose che realmente esistono ,non le essenze.L’esistenza non può essere colta attraverso l’essenza, perché l’esistenza è la condizione in cui si trova l’individuo, il quale costituisce l’autentica realtà. Kierkegaard dice: come può Hegel spiegare il movimento, il divenire(dialettica) partendo dalle essenze immutabili e identiche a se stesse, la realtà è il movimento ma in che modo questo movimento deriverebbe da queste essenze? In che modo il movimento può scaturire da queste essenze?
L’altra categoria è quella delle singolarità: gli individui vivono solo singolarmente non esiste ‘l’uomo’ ma esisto io te lui e Gianluca. Kierkegaard è un realista.
La distinzione tra esistenza e essenza era già stata affrontata da Kant, quando parla delle prove dell’esistenza di dio di S. Anselmo, prova ontologica cioè la sua esistenza veniva provata dalla sua stessa definizione, mentre Kant sosteneva che l’esistenza è un predicato sintetico, che aggiunge qualcosa di nuovo, che non è ricavabile analiticamente dal soggetto. L’esistenza è sempre qualcosa di distinto che non è ricavabile per via analitica dall’essenza.
Kierkegaard scrive nel suo diario che l’esistenza esiste a livello singolare perché esistere vuol dire ex - fuori, sistere - stare, stare fuori, qualcosa che sta fuori che non può essere ricavata dal pensiero, noi non possiamo pensare una cosa e quella automaticamente esiste, al contrario il pensiero può prendere atto che una cosa esiste.
Essenza per Hegel: la vera realtà è formata dalle essenze delle cose, dai concetti, le cose singole hanno poca importanza, o sono parti di un intero se no non sono importanti.
Per Kierkegaard la vera realtà è composta dai singoli individui che i trovano fuori dai concetti, nex concetto potrà racchiudere un’esistenza.La vita non potrà essere mai essere espressa in un ragionamento, o racchiusa in una filosofia, perché la filosofia parla x concetti. L’esistenza non può essere posta dal pensiero ma è data da qualcuno di più grande(dioo) e può essere soltanto oggetto di riflessione.Le esistenze universali (i concetti) cono diverse da quelle singole (effettive).
Al contrario dell’essenza, caratterizzata dalla necessità, l’esistenza è caratterizzata dalla possibilità. L’essenza esprime i caratteri che necessariamente appartengono a un determinato genere, l’esistenza invece non è mai caratterizzata dalla necessità ma dalla probabilità perché ogni individuo è diverso con caratteristiche diverse.
Per Hegel la filosofia è la comprensione della struttura razionale della realtà, c’è una necessità intrinseca delle cose che si esplica nel movimento dialettico, ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale. Per Kierkegaard la vera esistenza non è la struttura razionale del reale dettata dalla necessità ma l’esistenza singola che è radicata nel particolare che non può essere ricondotto a schemi universali, ma dove tutto è soltanto è possibile. Nell’uomo ogni evento dipende dalla libertà della sua scelta , l’uomo può scegliere come vivere, la scelta è evidente nella vita religiosa, nessuno può importi la fede, è una libera scelta, è una possibilità dell’uomo di salvarsi o no . Lui lo chiama il salto. Non c’è nessun motivo che giustifica quella scelta è una scelta libera.

Due categorie filosofiche: angoscia e disperazione
Angoscia: Nell’assenza di predeterminazione quando avviene una scelta, non so come va a finire, può andare bene o male, li si gioca la possibilità della libertà, posso fare il passo della mia vita o del fallimento, di fronte all’infinita possibilità di scelta ci troviamo in una situazione di vertigine=angoscia, non è la paura ma è un sentimento di smarrimento di fronte all’ignoto dell’esito della scelta. Se tutto è possibile nulla è assicurato. La paura c’è a volte, l’angoscia c’è sempre, ma lo prova solo un essere razionale, chi è libero, un animale non prova angoscia. K prende spunto dalla figura biblica di Adamo, colui che è responsabile del peccato originale, ha disubbidito a dio mangiando il frutto proibito, disubbidendo ha introdotto il peccato, ricaduto su tutto il genere umano e rappresenta una rottura rispetto alla condizione iniziale di innocenza. L’innocenza per K non si può definire positivamente ma solo negativamente, noi l’abbiamo persa, è quello stato in cui l’uomo è ignorante e inconsapevole di cosa sia il bene o il male. Nell’ignoranza non sapendo ciò che può o non può fare Adamo vive davanti alla pura possibilità e solo nel momento in cui pecca sceglie ed è libero. L’uomo diventa libero nel momento in cui sceglie. Da questo momento Adamo e l’uomo sperimenta l’angoscia. Il passaggio dall’innocenza al peccato non è razionalmente spiegabile dice K, resta un mistero, lui dice solo che l’angoscia la provi davanti alla possibilità di peccare. La libertà è il dono + grande che dio ci abbia fatto, dio ha rischiato per dare la libertà all’uomo e infatti viene tradito, non sapeva cosa avrebbe fatto Adamo. Con il peccato l’uomo esce dallo stato di innocenza e sperimenta la consapevolezza di se e avvia la sua esperienza di uomo perennemente con l’angoscia(la possibilità del bene e del male).
La disperazione: la malattia mortale. Perché è come vivere la morte ogni istante. Se l’angoscia c’è sempre, la disperazione invece riguarda non il rapporto con le scelte e con il mondo ma il rapporto che il singolo ha con se stesso. L’uomo posto di fronte a se stesso si trova a vivere questa alternativa volere o non volere, accettare o no la propria finitezza e limitatezza, perché siamo noi siamo finiti. Ognuno vuole essere se stesso e tende alla felicità, ma se io voglio essere me stesso devo sempre fare i conti con la mia limitatezza e non mi fa sentire appagato ed è difficile essere felici e realizzati, se io rifiuto me stesso e cerco di essere un altro poi mi scontro con me stesso. In entrambi i casi l’io è destinato a fallire, l’esito è la disperazione. C’è una soluzione: la fede.
La disperazione in Kierkegaard riflette da una parte il tentativo dell’uomo di rendersi autosufficiente (e questo è impossibile, perchè la sua struttura è finita e non potrà mai essere infinita) mentre dall’altro lato il tentativo di distruggere questa sua natura costitutiva. Quindi nel primo caso, dove l’individuo vuole affermarsi come assoluto, autosufficiente e privo di limiti, esso viene “risucchiato” nell’orizzonte di possibilità che lo limitano in maniera indefinita senza mai poter diventare Dio. Nell’altro caso, quando l’individuo vuole eliminare se stesso, egli perde se stesso e basta. Questi due tipi di disperazione anche se nascono da posizioni diverse esse convergono sempre verso il medesimo punto, cioè l’irrealizzazione dell’Io, l’incopiutezza. La disperazione quindi chiude “il cerchio”, essa è la fine delle possibilità, delle libertà, essa è la scelta del nulla.
Secondo Kierkegaard davanti alla disperazione non esistono che due scelte: il suicidio oppure la fede. Kierkegaard, essendo di cultura cristiana, è chiaro che non ammette il suicidio però lo considera come una scelta coerente rispetto alla sofferenza logica dettata dalla disperazione.
Per capire che cos’è la fede Kierkegaard mostra la distanza che c’è tra lui ed Hegel. Per Hegel la religione è la verità, è l’assoluto espresso in una forma inadeguata che è la rappresentazione, perché solo nella filosofia l’assoluto può essere compreso completamente. Per Kierkegaard invece la religione non ha nulla a che vedere con la filosofia, con il pensiero razionale. Questo perché per lui la religione è pura fede che nasce da una certezza immediata e mai da un ragionamento. E pretendere di spiegare la religione attraverso la filosofia, così come ha fatto Hegel, significa pretendere di spiegare a livello concettuale i problemi e le contraddizioni che invece sono tipici dell’esistenza umana. Quindi se la fede non è razionale essa è scandalo, è paradosso, è rifiuto della razionalità (intesa come la capacità della ragione di spiegare tutte le cose, la ragione scientista capace cioè di dire il perché, capace di spiegare i nessi causali della realtà). E la fede, a causa della sua natura paradossale farà la fine della verità, perché anche la verità non si è posta nella storia come un discorso logico razionale ma come un fatto, un evento cioè dio che si fa uomo e che si fa contemporaneo all’uomo (questa contemporaneità dura ancor’oggi perché Cristo non è solo un personaggio storico, il suo evento non è finito con la sua morte ma dura ancora oggi, anche perché il messaggio di cui si è fatto portavoce scuote l’animo delle persone esattamente come fece duemila anni fa).
Quindi la fede è vera proprio perché va al di là della capacità di comprensione dell’uomo, essa può essere raggiunta da chiunque. E la fede è paradossale perché esiste una differenza “qualitativa” infinita tra l’uomo e dio, c’è una differenza assoluta data dal diverso piano su cui sta dio, egli è infinito, noi siamo finiti.
Kierkegaard dice quindi che la fede nasce da un atto di libertà, da una scelta che non può essere influenzata in alcun modo da altro. La verità che è espressa dalla fede è diversa da quella della filosofia; verità che lui chiama oggettiva mentre quella della fede è una verità soggettiva non nel senso relativistico del termine, cioè che è cambia da soggetto a soggetto, ma nel senso che è una verità che coinvolge il singolo, il soggetto.
La verità soggettiva apre quella che è la via della salvezza ed è la verità di cui si è fatto portavoce Cristo.
Quando Kierkegaard parla di religione, egli parla sempre del cristianesimo e quindi la fede di cui parla è la fede in Gesù Cristo (il dio che si è fatto uomo e che è diventato parte della storia dell’uomo).

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