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Arthur Schopenauer

Vita e opere
Arthur Schopenhauer nasce a Danzica (Polonia) nel 1788: suo padre era banchiere, sua madre una nota scrittrice di romanzi. Viaggiò nella sua giovinezza in Francia e in Inghilterra; e dopo la morte del padre fre-quentò l’Università di Gottinga dove ebbe come maestro di filosofia lo scettico Schulze. Sulla sua formazione influirono le dottrine di Platone e Kant. Nel 1811 a Berlino ascoltava le lezioni di Fichte; nel 1813 si laureava a Jena. Negli anni seguenti visse a Dresda. Qui attese a comporre uno scritto Sulla vista e sui colori in difesa delle dottrine scientifiche di Goethe. Dopo un viaggio a Roma e Napoli, diventa professore presso l’Università di Berlino. L’epidemia di colera lo cacciò da Berlino; si stabilì a Francoforte sul meno dove rimase fino la morte, nel 1861.

Radici culturali del sistema

Schopenhauer si pone come punto di incontro di esperienze filosofiche eterogenee (Platone, Kant, Illuminismo, Romanticismo, Idealismo e spiritualità indiana). Di Platone lo attrae la dottrina delle “idee”, intese come forme eterne sottratte alla fragilità dolorosa del nostro mondo. Da Kant deriva l’impostazione soggettivistica della sua gnoseologia. Dell’Illuminismo lo interessano il filone materialistico e quello dell’ideologia, da cui eredita la tendenza a considerare la vita psichica e sensoriale in termini di fisiologia del sistema nervoso. Dal Romanticismo trae alcuni temi di fondo del suo pensiero, come l’irrazionalismo, la grande importanza attribuita all’arte e alla musica, e il tema dell’infinito, cioè la tesi della presenza, nel mondo, di un principio assoluto di cui le varie realtà sono manifestazioni. Altro motivo romantico è quello del dolore. Schopenhauer, però, a differenza del Romanticismo, appare orientato vero il pessimismo.
Il pensiero idealistico (“bestia nera”) è presentato come una filosofia non al servizio della verità, ma di interessi volgari come il successo e il potere, e che si propone sofisticamente le credenze che tornano utili alla Chiesa e allo Stato. A Fichte e Schelling riconosce tuttavia un certo ingegno, se pure male impiegato.

Qualunque sia il giudizio in proposito, è fuori dubbio che Schopenhauer:
1. è stato il primo filosofo occidentale a tentare il ricupero di alcuni motivi del pensiero dell’estremo Oriente
2. ha tratto da esso un prezioso repertorio di “immagini” e di espressioni suggestive
3. è stato un ammiratore della sapienza orientale ed un “profeta” del suo successo in Occidente

Il mondo della rappresentazione come “velo di Maya”
Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione kantiana tra fenomeno e cosa in sé. Per Kant il fenomeno è la realtà, l’unica realtà accessibile alla mente umana; e il noumeno è un concetto-limite che serve da pro-memoria critico per ricordarci i limiti della conoscenza. Per Schopenhauer il fenomeno è illusione, sogno, ovvero ciò che nell’antica sapienza indiana è detto “velo di Maya”; mentre il noumeno è una realtà che si “nasconde” dietro l’ingannevole trama del fenomeno, e che il filosofo ha il compito di “scoprire”. Schopenhauer riconduce il concetto di fenomeno ad un significato estraneo allo spirito del kantismo, vicino alla filosofia indiana e buddistica. Il fenomeno di cui parla Schopenhauer è una rappresentazione che esiste solo dentro la coscienza. Tant’è vero che egli crede di poter esprimere l’essenza del kantismo con la tesi secondo cui “il mondo è la mia rappresentazione”.

La rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili, la cui distinzione costituisce la forma generale della conoscenza: da un lato c’è il soggetto rappresentante, dall’altro c’è l’oggetto rappresentato. Soggetto e oggetto esistono soltanto all’interno della rappresentazione, e nessuno dei due precede o può esistere indipendentemente dall’altro. Di conseguenza, non ci può essere il soggetto senza oggetto. Il materialismo è falso perché nega il soggetto riducendolo all’oggetto o alla materia. L’idealismo (Fichte) è errato poiché compie il tentativo opposto.

Sulle orme del criticismo, anche Schopenhauer ritiene che la nostra mente, o più esattamente il nostro si-stema nervoso e cerebrale, risultino corredati di una serie di forme a priori. Tuttavia, a differenza di Kant, Schopenhauer ammette solo tre forme a priori: spazio, tempo e casualità. Quest’ultima è l’unica categoria, in quanto tutte le altre sono riconducibili ad essa. Poiché Schopenhauer paragona le forme a priori a dei vetri sfaccettati attraverso cui la visione delle cose si deforma, egli considera che la vita è “sogno”, cioè una sorta di “incantesimo”, che fa di essa qualcosa di simile agli stati onirici. Andando alla ricerca di precedenti illustri di questa intuizione, Schopenhauer cita i filosofi Veda, Platone, Pindaro, Sofocle, Shakespeare, Calderon de la Barca. Ma al di là del sogno esiste la realtà vera, sulla quale il filosofo che è nell’uomo, non può fare a meno di interrogarsi. Infatti, sostiene Schopenhauer, l’uomo è un “animale metafisico”, che, a differenza degli altri esseri viventi, è portato a stupirsi della propria esistenza e ad interrogarsi sull’essenza ultima della vita. Ciò avviene proporzionalmente alla sua intelligenza.

La scoperta della via d’accesso alla cosa in sé
Schopenhauer presenta la sua filosofia come l’integrazione necessaria a quella di Kant, poiché si vanta di avere individuato quella via d’accesso al noumeno che Kant aveva precluso. Se noi fossimo solo conoscenza e rappresentazione non potremmo mai uscire dal mondo fenomenico, ossia dalla rappresentazione puramente esteriore di noi e delle cose. Ma poiché siamo dati a noi medesimi non solo come rappresentazione, ma anche come corpo, non ci limitiamo a “vederci” dal di fuori, bensì ci “viviamo” anche dal di dentro, godendo e soffrendo. Ed è proprio questa esperienza di base che permette all’uomo di rompere il velo del fenomeno e di afferrare la cosa in sé. Più che intelletto o conoscenza, noi siamo vita e volontà di vivere, e il nostro stesso corpo non è che la manifestazione esteriore dell’insieme delle nostre brame interiori. E l’intero mondo fenomenico non è altro che la maniera attraverso cui la volontà si manifesta o si rende visibile a se stessa nella rappresentazione spazio-temporale.

Fondandosi sul principio di analogia, Schopenhauer afferma che la volontà di vivere non è soltanto la radice noumenica dell’uomo, ma anche l’essenza segreta di tutte le cose, ossia la cosa in sé dell’universo, finalmente svelata.

Caratteri e manifestazioni della “Volontà di vivere”
Essendo al di là del fenomeno, la Volontà presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappre-sentazione, in quanto si sottrae alle forme proprie di quest’ultimo: lo spazio, il tempo e la causalità. innanzitutto la Volontà primordiale è inconscia, poiché la consapevolezza e l’intelletto costituiscono soltanto delle sue possibili manifestazioni secondarie. Di conseguenza, il termine Volontà non si identifica con quello di volontà cosciente, ma con il concetto più generale di energia o di impulso.
In secondo luogo, la Volontà risulta unica, poiché esistendo al di fuori dello spazio e del tempo si sottrae a ciò che i filosofi del Medioevo chiamavano “principio di individuazione”. Infatti la Volontà non è qui più di quanto non lo sia là. Essendo oltre la forma del tempo, la Volontà è anche eterna e indistruttibile, ossia un Principio senza inizio né fine. Essendo al di là della categoria di causa, la Volontà si configura come una For-za libera e cieca, ossia come un’Energia incausata, senza un perché e senza uno scopo. Infatti noi possiamo cercare la “ragione” di questa o quella manifestazione fenomenica della Volontà, ma non della Volontà stessa. La Volontà primordiale non ha una meta oltre se stessa: la vita vuole la vita, la volontà vuole la volontà, ed ogni motivazione o scopo cade entro l’orizzonte del vivere e del volere.

Miliardi di essere (vegetali, animali, umani) non vivono che per vivere e continuare a vivere. È questa, se-condo Schopenhauer, l’unica crudele verità sul mondo, anche se gli uomini hanno cercato di “mascherare” la sua terribile evidenza postulando un Dio cui sarebbe finalizzata e in cui troverebbe un “senso” la loro vita. Ma Dio, nell’universo doloroso di Schopenhauer, non può esistere e l’unico Assoluto è la Volontà stessa.

Il pessimismo
Dolore, piacere e noia
Affermare che l’essere è la manifestazione di una Volontà infinita equivale a dire che la vita è dolore per essenza. Infatti volere significa desiderare, e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione, per la mancanza di qualcosa che non si ha e si vorrebbe avere. Il desiderio risulta quindi, assenza, vuoto: dolore. E poiché nell’uomo la Volontà è più cosciente, egli risulta il più bisognoso e mancante degli esseri, e destinato a non trovare mai un “appagamento” definitivo; tuttavia per un desiderio che viene appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti. Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato da luogo a un desiderio nuovo. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole.
Ciò che gli uomini chiamano godimento (fisico) e gioia (psichica) è una cessazione del dolore, ossia lo scari-co da uno stato precedente di tensione. La stessa cosa non vale per il dolore, che non può essere ridotto, poiché un individuo può sperimentare una catena di dolori, senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri. Di conseguenza, mentre il dolore è un dato primario e permanente, il piacere è solo una funzione derivata del dolore, che vive unicamente a spese di esso.
Accanto al dolore e al piacere, si trova la noia, la quale subentra quando viene meno il desiderio o le preoccupazioni. Ciò che distingue i casi e le situazioni umane è solo il diverso modo o le diverse forme in cui esso si manifesta.

La sofferenza universale
Poiché la Volontà di vivere si manifesta in tutte le cose sotto forma di una vera e propria Sehnsucht (desiderio inappagato) cosmica, il dolore non riguarda soltanto l’uomo, ma ogni creatura. Tutto soffre. E se l’uomo soffre di più rispetto alle altre creature, è perché egli, avendo maggiore consapevolezza, è destinato a sentire in modo più accentuato la spinta della volontà, e a patire maggiormente l’insoddisfazione del desiderio e le offese dei mali. In tal modo, Schopenhauer arriva ad una delle più radicali forme di pessimismo cosmico di tutta la storia del pensiero, ritenendo che il male non sia solo nel mondo, ma nel Principio stesso da cui esso dipende.

L’illusione dell’amore
Ili fatto che alla Natura interessi solo la sopravvivenza della specie trova una sua manifestazione emblematica nell’amore, fenomeno che Schopenhauer ritiene basilare per l’individuo, e di cui la filosofia deve occuparsi. Infatti l’amore è uno dei più forti stimoli dell’esistenza. Il fine dell’amore, o lo scopo per cui esso è voluto dalla Natura, è solo l’accoppiamento. Ma se dietro il fascino di un bel volto c’è, in verità, un nascosto desiderio sessuale, vuol dire che l’individuo è lo zimbello della Natura proprio là dove crede di realizzare maggiormente il proprio godimento e la propria personalità. Manifestazione dell’essenza biologica dell’amore è il caso-limite della mantide femmina, che divora il maschio dopo l’unione sessuale, o la triste costatazione che la donna, dopo avere adempiuto alla procreazione e all’allevamento dei figli, perde bellezza e attrattive. Ma se l’amore è uno strumento per continuare la specie, non c’è amore senza sessualità.
Ed è per queste ragioni che l’amore viene inconsapevolmente avvertito come “peccato” e “vergogna”.

Le vie di liberazione dal dolore
Da quanto si è detto emerge che la vita è dolore. Si potrebbe pensare che il sistema di Schopenhauer mette capo ad una “filosofia del suicidio universale”. Invece Schopenhauer rifiuta e condanna il suicidio per due motivi di fondo:
1. il suicidio non è negazione della volontà, ma atto di forte affermazione della volontà stessa
2. il suicidio sopprime l’individuo, ossia una manifestazione fenomenica della Volontà di vivere, la-sciando intatta la cosa in sé
di conseguenza, la vera risposta al dolore del mondo non consiste nell’eliminazione, tramite il suicidio, di una o più vite, ma nella liberazione dalla stessa Volontà di vivere.
Dalla presa di coscienza del dolore e dal disinganno di fronte alle illusioni dell’esistere, nascono le varie “tappe” della liberazione. Schopenhauer articola l’iter salvifico in tre momenti essenziali: l’arte, la morale e l’ascesi.

L’arte
L’arte, secondo Schopenhauer, è conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee, ossia alle forme pure o ai modelli eterni delle cose. Ciò accade perché nell’arte questo amore, questa afflizione e questa guerra diventano l’amore, l’afflizione e la guerra, ovvero l’essenza immutabile di tali fenomeni. Il soggetto che contempla le idee non è più l’individuo naturale, ma il puro soggetto del conoscere, il puro occhio del mondo. Propri per questo suo carattere contemplativo e per questa sua capacità di muoversi in un mondo di forme eterne, l’arte sottrae l’individuo alla catena infinita dei bisogni e dei desideri quotidiani.
La musica non riproduce le idee, come le altre arti, ma si pone come immediata rivelazione della volontà a se stessa. Si configura come l’arte più profonda e universale, capace di metterci a contatto con le radici stesse della vita e dell’essere. Ogni arte è quindi liberatrice: poiché il piacere che essa procura è la cessazione del bisogno. Ma la funzione liberatrice dell’arte è temporanea e parziale e ha i caratteri di un gioco effimero o di un breve incantesimo. Di conseguenza essa non è una via per uscire dalla vita, ma solo un conforto alla vita stessa.

L’etica della pietà
A differenza della contemplazione estetica, la morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. Infatti l’etica è un tentativo di superare l’egoismo e di vincere quella lotta incessante degli individui fra di loro, che costituisce l’ingiustizia che rappresenta una delle maggiori fonti di dolore. Schopenhauer sostiene che letica non sgorga da un imperativo categorico dettato dalla ragione, ma da un sentimento di “pietà” attraverso ciò avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri. Di conseguenza, la pietà non nasce da un ragionamento astratto, ma da un’esperienza vissuta. Tant’è vero che non basta sapere che la vita è dolore e che tutti soffrono, perché bisogna sentire e realizzare questa verità.
La morale si concretizza in due virtù cardinali: la giustizia e la carità.
Giustizia: primo freno all’egoismo, ha un carattere negativo, poiché consiste nel non fare il male e nell’essere disposti a riconoscere negli altri ciò che siamo pronti a riconoscere in noi stessi

Carità
: volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo. Diversamente dall’eros, è vero amore. Ai suoi massimi livelli la pietà consiste nel far propria la sofferenza di tutti gli esseri passati e presenti e nell’assumere su di sé il dolore cosmico.

L’ascesi
L’ascesi nasce dall'”orrore” dell’uomo “per l’essere di cui è manifestazione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per l’essenza di un mondo pieno di dolore”. È l’esperienza per la quale l’individuo si pro-pone di estirpare il proprio desiderio di esistere di godere e di volere. Il primo passo dell’ascesi è la “castità perfetta”. La soppressione della volontà di vivere, di cui l’ascesi rappresenta la tecnica, è l’unico vero atto di libertà che si possibile all’uomo. Infatti l’individuo è un anello della catena causale ed è necessariamente determinato dal suo carattere. Ma quando egli riconosce la volontà come cosa in sé, si sottrae alla determinazione dei motivi che agiscono su di lui come fenomeno. In altre parole la coscienza del dolore come essenza del mondo non è un motivo, ma un quietivo del volere, capace di vincere il carattere stesso dell’individuo e le sue tendenze naturali. Quando succede ciò, l’uomo diventa libero, si rigenera ed entra in quello stato che i cristiani chiamano di grazia. Tuttavia, mentre nei mistici del Cristianesimo l’ascesi si conclude con l’estasi, nel misticismo ateo di Schopenhauer il cammino nella salvezza mette capo al nirvana buddista, che è l’esperienza del nulla.  un nulla relativo al mondo = negazione del mondo stesso.

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