Mito 119085 punti

Tommaso d'Aquino

Nasce nel 1224 nel castello di Roccasecca, vicijavascript:none();
grassetto no ad Aquino (Frosinone). Figlio di un conte riceve la prima educazione nel monastero benedettino di Montecassino e poi all'Università di Napoli. Decide di farsi frate e contro il volere del padre entra a far parte dell'ordine dei domenicani (nel '200 erano nati gli ordini mendicanti, oltre a questi c'erano anche i francescani). Al tempo la tradizione voleva che un nobile andasse in un convento benedettino e il fatto che lui sceglie un ordine mendicante era molto grave.
Viene quindi rapito e picchiato a sangue, per ordine del padre, ma lui, una volta guarito, torna tra i domenicani e a questo punto il padre cede a accetta il fatto che il figlio non sia entrato a far parte dei benedettini. I compagni in convento lo chiamavano il "bue muto" perché era sempre zitto ma lavorava e studiava tanto. L'ordine lo manda all'Università di Parigi prima, poi a Colonia dopo divenne allievo di Alberto Magno.
Questi era un teologo che conosceva bene il greco antico e che aveva tradotto diverse opere di Aristotele. È considerato il precursore della filosofia medioevale del XIII - XIV secolo basata sull'aristotelismo.
Nel 1207 il vescovo di Parigi aveva proibito la lettura di Aristotele agli studenti dell'università. Poi ci fu un fatto alquanto contraddittorio: la chiesa da un lato era contro la lettura delle opere di Aristotele, dall'altro il Papa diede l'incarico a dei teologi di tradurle.
Al tempo, però, Aristotele fu mal compreso, perché i suoi scritti erano stati tradotti dal greco all'arabo e dall'arabo al latino. Avicenna, un teologo e filosofo che commentò Aristotele, lo interpretava con un sfondo platonico e quindi ciò creò confusione. Perciò prima del XIII secolo Aristotele era mal conosciuto. Con Alberto Magno si ha un cambiamento: sostiene la tesi che l'aristotelismo è meglio del platonismo per sistemare, spiegare le verità cristiane in maniera razionale.
Tornando a San Tommaso, ebbe una vita poco movimentata, fece l'insegnate un po' a Parigi un po' a Napoli. L'unica cosa che può essere considerata un po' diversa è che fu invitato al Consiglio di Lione, ma durante il viaggio si ammalò e morì nel 1274.
La metafisica di Tommaso è la metafisica di Aristotele.
L'unico punto in cui si differenzia è il concetto di sostanza. Sia per Aristotele, sia per Tommaso, sostanza è tutto ciò che esiste in sé e ha un'essenza; gli accidenti, ciò che non sussiste di per sé, non sono sostanza. Però:
· Per Aristotele la sostanza è un sinolo tra materia e forma.
· Per Tommaso la sostanza è un sinolo tra essenza e esistenza.
Tommaso diceva: mettiamo in un insieme tutti gli enti che hanno un'essenza (ossia tutto ciò a cui possiamo pensare senza contraddizione). Non ha un'essenza, per esempio, il numero naturale più grande di tutti, perché non solo non esiste, ma è contraddittorio. Oppure un triangolo di quattro lati. Perciò tutto ciò che è contraddittorio non ha essenza, tutto ciò che può essere pensato ha essenza.
Sottoinsieme dell'essenza è l'esistenza. L'ippogrifo ha solo l'Essenza; il cavallo Esistenza ed essenza.
Se Tommaso non accetta questa definizione di sostanza di Aristotele, mentre in genere accetta quasi tutto dallo Stagirita, un motivo ci deve essere. Nel De ente et essentia esprime alcuni tesi:
· Se definiamo la sostanza come la definisce Aristotele si comprendono solo le sostanze materiali (alberi, case, sassi…). La definizione di Tommaso è più ampia, comprende anche ciò che non è materiale (angeli, demoni…).
· Dottrina della creazione: i greci non avevano il concetto di creazione dal nulla (per Aristotele e per Platone c'era infatti un ente che creava il mondo, ma non dal nulla, da qualcosa che già esisteva). Con Tommaso la creazione è portare in atto ciò che esiste in potenza. Perché l'essenza è esistenza in potenza. Tutto ciò che ha essenza può esistere, ma non è detto che esista (il cavallo esiste ed è stato quindi creato da Dio, l'ippogrifo non esiste ed è rimasto esistente in potenza nella mente di Dio). Bisogna comunque tenere conto che al tempo di Tommaso non esisteva la teoria dell'evoluzione, tutto era stato creato in una volta sola.
Dio ha fatto passare dalla potenza all'atto solo alcuni enti. Gli enti che esistono sono un sottoinsieme degli enti che potrebbero esistere.
· Per il platonismo le idee, che sono puri concetti, essenza, hanno più valore delle cose. Tommaso dice: tra il cavallo e l'ippogrifo ha più ricchezza d'essere il cavallo, perché esiste in realtà. Quindi a differenza del platonismo l'aristotelismo di Tommaso dà più importanza alle cose perché Dio le ha portate all'atto (Dio è buono e crea cose buone). Il corpo per Platone è un male, per Tommaso è un valore, in quanto creato da Dio.
· Analogia dell'essere: un termine può essere usato in maniera univoca, con un solo significato, o equivoca, ambigua, con più significati (Pesca, si intende l'atto del pescare o il frutto? Cane, si intende la costellazione o l'animale?). L'analogia si ha quando un termine non è né ambiguo né univoco. Il concetto di essere è un concetto analogico. Se per esempio dico: Dio è (esiste) e Questo oggetto è (esiste)
Il verbo essere è usato allo stesso modo, il significato è in gran parte simile ma anche un po' diverso, perché nella creatura l'essenza non implica l'esistenza (Potrebbe anche non esistere; magari Dio non creava il cavallo, ma l'ippogrifo) mentre in Dio l'essenza implica l'esistenza (non può non esistere).
L'ente LOGICO esiste nell'intelletto, l'ENTE REALE esiste anche in realtà.
Di questa distinzione ci interessa un caso particolare, cioè quando abbiamo a che fare con enti logici che non esistono in realtà.
Se io uso il termine cecità, uso un concetto di qualcosa che non esiste in sé (perché in pratica è la mancanza di vista).
Quando usiamo parole come male, buio che non esistono di per sé, non significa che ciò che diciamo è falso o privo di significato. Secondo Tommaso pur sapendo che questi enti logici non esistono di per sé, si possono comunque denominare.
Per quanto riguarda ciò che non concerne essenza ed esistenza accetta la metafisica aristotelica; in particolare:
· la teoria del divenire: il movimento è un passaggio dalla privazione alla forma con un sostrato che rimane immutato
· i 4 tipi di cause: formale, efficiente, materiale e finale.
· i 4 tipi di divenire: qualitativo, quantitativo, locale e sostanziale.
· la distinzione potenza/atto: se considero l'ordine cronologico la potenza viene prima dell'atto (una gallina prima lo era in potenza poi in atto. Se considero non il singolo individuo ma la specie, quindi considero l'ordine logico e conoscitivo, si ha la priorità dell'atto rispetto alla potenza (il bambino è dipendente dall'esistenza dell'uomo).
La sua opera più importante è La summa theologiae, in cui utilizza come metodo espositivo la questio (rifletteva il metodo scolastico: si dibatteva e di discuteva su diversi ambiti). In queste letture lo schema è sempre quello:
· Sembra che: dove espone la tesi opposta alla sua
· In contrario: dove espone la sua tesi
· Rispondo: porta argomenti a favore della tesi da lui sostenuta
· Soluzione della difficoltà: fa vedere perché è sbagliata la tesi opposta
Giovanni Paolo II ha confermato che la teologia tomistica si concilia bene con la fede. Agli inizi del '200, invece, gli aristotelici rischiavano di essere condannati tutti (infatti le opere di Aristotele non si potevano leggere).
S. Tommaso vuole dimostrare che Dio esiste. Se vogliamo conoscere Dio, dobbiamo avere oltre che la ragione anche la Rivelazione (dalle Scritture), che è vera solo per quelli che hanno la fede. Per Tommaso, se utilizzo solo la ragione, posso dimostrare solo alcune verità.

Dalla Summa Theologiae
Sembra che Dio non esista: vengono esposte due motivazioni possibili di questa tesi:
· Se Dio è comunemente considerato l'essere onnipotente e infinitamente buono, perché esiste il male? Se veramente Dio esistesse il male non ci sarebbe. Quindi Dio non esiste. Questa tesi era stata sviluppata da Epicuro: era arrivato alla conclusione che gli dei non interagivano con le azioni dell'uomo. Per Agostino il male non è creato da Dio, quando l'uomo sceglie il male sceglie il bene minore perché appunto il male è privazione di bene.
· Si parla di cause perché Dio è considerato dal credente la causa dell'esistenza del mondo. Questa tesi afferma che tutto può essere spiegato senza ricorrere a Dio: un fenomeno fisico si spiega con cause fisiche, un fenomeno che dipende dall'uomo è causato dalla volontà dell'uomo stesso. Quindi, il non credente dice: se posso spiegare tutto con altre cause, allora perché devo utilizzare anche Dio come causa?
In contrario: la sua tesi la esprime con una citazione biblica dell'Esodo: "Io sono Colui che è", nel senso che Dio esiste.
Rispondo: dimostra che Dio esiste attraverso le cinque vie. Queste cinque prove dell'esistenza di Dio sono tutte a posteriori ed esprimono ciò che si può conoscere di Dio attraverso la ragione.
DA COSA SI PARTE COSA SI DIMOSTRA
1 Movimento esiste come atto puro
2 Esistenza degli enti che fa risalire ad una Causa Prima e Incausata
3 Esistenza di qualcosa e quindi Esistenza di un Ente Necessario
4 Esistenza dei gradi dell'essere e quinsi esistenza si un Sommo Ente
5 Esistenza di un Fine e quindi esistenza di un Ente Finalizzatore

1) Si tratta del movimento come lo intendeva Aristotele.
Premessa sensibile: in questo mondo qualcosa cambia, quindi il movimento esiste (il sole che si sposta nel cielo, la foglia che ingiallisce…). Siccome il divenire è il passaggio dalla potenza all'atto, la causa deve avere già in atto ciò che poi ritroviamo nell'effetto.
Es: il fuoco mi scalda l'acqua, l'acqua è calda in potenza prima, poi lo è in atto. Per questo passaggio il fuoco (la causa) ha già in atto il calore.
Se abbiamo un movimento a causato da b causato a sua volta da c e così via, la causa iniziale del movimento deve avere già in atto ciò che poi ritroviamo nell'effetto. È molto simile come ragionamento a quello della dimostrazione dell'esistenza dell'atto puro fatta da Aristotele. Questo atto puro è identificato con Dio. Quindi se uno usa solamente con la ragione (e quindi nell'ambito della filosofia) e non la fede, riesce a capire solo ciò che è conseguenza di dimostrazione, cioè, in questo caso, che Dio è atto puro, ma non che è onnipotente, buono….
2) La causa prima deve essere incausata, perché se non lo fosse ci sarebbe un'altra causa e quindi non sarebbe più la prima. Questa causa incausata la chiama Dio. La piccola differenza che c'è da Aristotele è che questa causa per Tommaso può essere anche efficiente, per Aristotele, invece, è solo finale (per esempio la torta non fa niente per essere desiderata e mangiata).
3) Si parte dal fatto che qualcosa esiste: piante, animali, banchi…. Tutto ciò che esiste è un ente. Gli enti si possono dividere in contingente (ha inizio e fine nel tempo) e necessario (non ha né inizio né fine nel tempo). Tommaso vuole dimostrare, per assurdo, che non ci possono essere tutti enti contingenti, ma che almeno uno necessario ci deve essere. Se tutti gli enti sono contingenti allora di possono ordinare nel tempo per data di nascita. Ma così ve ne è uno che è il primo di tutti. E prima di questo o c'era il nulla o un ente necessario. Ma se prima non ci fosse stato nulla, non ci sarebbe il mondo. Quindi almeno un ente necessario ci deve essere e questo ente necessario è Dio.
4) Si tratta della via più problematica. È un residuo platonico, anche se sappiamo che la filosofia tomistica ha basi aristoteliche. Bisogna però tener presente che nel '200 i traduttori erano influenzati dal platonismo e che molto probabilmente non hanno tradotto fedelmente le opere di Aristotele. Noi vediamo che alcune cose tra quelle che esistono hanno una gerarchia d'essere (si va dal sasso, al vegetale, all'animale, all'uomo). Ma se noi diciamo che un ente ha più o meno essere di un altro bisogna supporre che ci sia un ente perfetto che chiamiamo ente sommo o Dio.
Perché è un'influenza platonica? Secondo Platone le cose imitano le idee (tutti i triangoli imitano l'idea di triangolo che è in pratica il triangolo perfetto). Quindi la gerarchia presuppone un modello perfetto che è l'idea.
5) Tommaso sostiene che un fine esiste. Alcuni fini sono dati da persone intelligenti (la freccia colpisce il bersaglio perché l'arciere ha mirato bene) altri no (un seme di fagiolo fa sempre crescere una pianta di fagiolo, ma non perché è intelligente e si dà da solo il fine). Ma allora quando il fine non è dato da un ente intelligente, da dove salta fuori? Questo tema è ripreso da Newton: se trovo un orologio per strada, non so chi l'ha fabbricato, però vedo che funziona e quindi posso dire che è stato costruito da un orologiaio intelligente.
Per Tommaso allora ci deve essere un ente creatore o finalizzatore, che è Dio, che da il fine agli enti non intelligenti.
Soluzione delle difficoltà: sono due le tesi da confutare:
· Usa la spiegazione di Agostino: Dio vuole bene ma permette anche il male perché sa trarre il bene anche dal male.
· È vero che ogni cosa è possibile spiegarla con cause che non sono Dio, però se vado indietro una causa prima ci deve essere necessariamente (è simile alla seconda via).

Dottrina della conoscenza
È un'applicazione, un perfezionamento della concezione aristotelica della conoscenza. Nel De Anima l'anima intellettiva ha due funzioni:
· astrazione ? (facoltà della mente di produrre concetti, non ci sarebbe giudizio se non ci fosse astrazione)
· giudizio ? atto della ragione con cui si uniscono concetti tra di loro, cioè soggetto e predicato per formare una frase o un pensiero.
Queste due facoltà sono interdipendenti (per formulare giudizi dobbiamo avere concetti e anche per conoscere i concetti operiamo tramite giudizi). In cosa consiste l'astrazione? Da ab-trarre, tirar fuori, distinguere.
Es: vedo tante persone, che hanno comunque tra di loro qualcosa di diverso. Ma quando penso al concetto di persona, non penso ai particolari, ma astraggo (tengo conto solo di ciò che è essenziale).
Quindi l'astrazione è separazione tra ciò che è essenziale (mantenuto nel concetto) e ciò che non lo è. Si potrebbe pensare che per il dualismo forma - materia, quando io astraggo considero solo la forma: infatti conoscere un concetto significa conoscere l'essenza (la nozione della forma). In conclusione lasciamo perdere la materia e consideriamo solo la forma. Però per Tommaso questa è una conclusione un po' affrettata, perché la materia va distinta in materia in generale e materia signata (particolare, collocata nello spazio e nel tempo)
L'uomo è fatto di carne e ossa, ogni singola persona è fatta della sua carne e delle sue ossa. Un conto è dire materia in generale, un altro materia particolare.
Aristotele dice che l'astrazione è una considerazione separata dalla forma e dalla materia in generale, prescindendo dalla materia signata.
Il Principio di individuazione è un residuo platonico e consiste nel fatto che, poiché nel concetto di uomo considero solo la forma e la materia in generale (che sono uguali in tutti gli uomini) ritengo di dover ulteriormente fondare l'esistenza dell'individuo singolo.
Es: ho due biro uguali, che non hanno nessun elemento che li distingue, però io so che non sono la stessa biro…
È il principio di individuazione che dice che una cosa è se stessa. Secondo Tommaso, il principio di individuazione è la materia signata, ossia ciò che permette a una cosa di essere se stessa. Può essere considerato un residuo platonico, perché per Platone a una idea corrispondono tanti modelli (se ho l'idea di uomo ho anche i singoli uomini che sono particolari). Ogni uomo copia l'idea dell'uomo e quindi per distinguerli non bisogna far riferimento alle idee, ma ai particolari. Per concludere il principio di individuazione consiste nel pensare che bisogna avere anche una determinazione particolare per distinguere due cose che esistono e che apparentemente sembrano uguali.
Gli scolastici però obbiettano: se l'anima esiste di per sé (è immortale) ed è immateriale, quando il corpo muore, non ha materia signata. Ma allora come fa un'anima ad essere diversa da un'altra? Tommaso risponde che ciò che la rende individuale è la traccia che ha mantenuto del corpo con cui è stata unita prima della morte.
Secondo Tommaso dell'anima possiamo sapere quello che dice Aristotele, in più la filosofia può solamente dimostrare che è possibile che l'anima sia immortale, è però la fede che ci da questa convinzione, perché Dio come l'ha creata potrebbe anche distruggerla dopo che il corpo muore.

Distinzione tra ragione e fede.
Entrambe sono originate da Dio per cui non entrano in contrasto tra di loro. La fede può però far conoscere qualcosa in più, la ragione può solo capire che da sola non può sapere tutto. Quindi la ragione capisce le 5 vie, e i relativi attributi di Dio, mentre la fede può farcene conoscere altri. La ragione capisce, usando la ragione stessa, che la ragione non è sufficiente.
Per esempio, la ragione non può dimostrare che l'anima è immortale. La ragione fornisce i "preambula fidei", la ragione fornisce premesse sulle quali la fede può integrare.
Punto contrastante con Agostino:
· Agostino sottolinea i continui e necessari passaggi dalla fede alla ragione e viceversa (credere per capire, capire per credere)
· Per Tommaso fede e ragione sono su due piani diversi, il filosofo usa la ragione, il teologo la fede.

Presupposti metafisici dell'etica
Etica intesa nel senso aristotelico, come scienza pratica che studia il bene per l'uomo e orienta l'agire.
Secondo Tommaso ci sono due presupposti che si prendono dalla metafisica, dove vengono dimostrati e si considerano come dei postulati nell'etica. Questi presupposti sono solo due, il resto lo si può dimostrare razionalmente.
Un presupposto è il Principio di finalità: dice che "omne agens agit propter finem", "ogni agente agisce in vista di un fine" ossia che ogni ente ha un fine. Non solamente gli uomini quindi, ma tutti gli enti. Questo perché secondo Tommaso nella metafisica si è dimostrato che Dio esiste e che è creatore. Dio creando tutti gli enti ha dato loro anche un fine.
Es: come un architetto da ordini ai muratori seguendo un progetto della casa, in cui ogni cosa ha un fine, così è la creazione: un disegno intelligente in cui ogni cosa creata ha un fine.
A noi nell'etica interessa il fine dell'uomo. Questo fine si può distinguere in:
· Immediato: se uno ha sete ha come fine immediato quello di bere. Questo tipo di fine è la risposta al nostro desiderio di un bisogno immediato.
· Intermedio: la maggior parte delle nostre azioni non è per un desiderio, ma sono un fine per un altro fine. Sono un mezzo.
es: la mattina prendo il pullman non perché lo desidero, ma perché devo andare a scuola. Le nostre azione sono volte a fini successivi.
· Ultimo: tutti i fini intermedi presuppongono un fine ultimo (voluto per se stesso non come mezzo ma per un altro fine).
es: se decido di andare in vacanza in una città, programmo delle tappe apposta. Se non scelgo dove andare non posso neanche scegliere le tappe intermedie.
Se tutti i fini fossero intermedi in realtà non vorremmo nulla, dato che non abbiamo un fine ultimo. Se diamo un ordine ai nostri desideri è perché un fine ultimo l'abbiamo.
Il fine ultimo si distingue in Fine ultimo di fatto, cioè ciò che effettivamente si vuole. Prendiamo per esempio Paperon de' Paperoni, il suo fine ultimo di fatto è la ricchezza (tutti i suoi fini intermedi sono in vista della ricchezza). Un altro esempio è un attore che ha come fine ultimo la fama, o un politico che ha come fine il potere.
Fine ultimo di diritto, ciò che si deve volere, ciò che sarebbe giusto volere, in pratica ciò che realizza la natura umana.
Il principio di finalità ci assicura che esiste un fine ultimo di diritto che è giusto volere, perché ogni ente è stato creato da Dio con un fine intrinseco alla sua natura, un suo fine naturale.
Anche gli altri fini (quelli di fatto) soddisfano qualcosa di utile alla natura umana (la ricchezza è utile ma non è detto che sia il fine maggiore), però anche se sono bene non sono il bene assoluto.
Es: ho freddo e uso un dipinto famoso per scaldarmi con una fiamma. Arrivo a una bene perché non ho più freddo, però aver bruciato un dipinto famoso non è bene.
Aristotele aveva detto che il fine ultimo di diritto per l'uomo è la felicità (nell'etica nicomachea aveva detto che si potevano scegliere i mezzi per raggiungere la felicità, ma non il fine di felicità). Per Tommaso il fine ultimo di diritto consiste nella beatitudine, cioè la felicità nella vita terrena e anche nella vita eterna.
Conclusione etica: Buono è ciò che è conforme al fine.
L'altro presupposto è il libero arbitrio. La morale si compone di precetti. Comandamenti, norme morali, leggi morale, precetti li usiamo come sinonimi.
Es: non rubare è un comandamento, una norma, una legge, un precetto.
Queste norme sono formulare come un dovere o come un imperativo, e hanno senso solo se possono essere seguiti. Se per esempio dico a una classe rumorosa "fate silenzio!" è un precetto che viene comandato e che essi possono seguire, ma se lo dico a una classe di muti non ha senso. L'uomo usando la ragione può scegliere liberamente se perseguire o meno il suo fine ultimo di diritto.
Il libero arbitrio è un presupposto della morale.
Il libero arbitrio è una conseguenza del fatto che l'uomo è razionale.
Es: se la pecora vede il lupo, istintivamente scappa perché sa che è pericoloso. Il fatto che scappa non è dovuto a una decisione, ma alla sua natura (e quindi non ha il libero arbitrio). Se ti spaventano e tu non te l'aspetti, fai un salto, ma non perché l'hai deciso (non usi il libero arbitrio).
L'uomo però di fronte a un pericolo (come il fuoco) sente il bisogno si scappare, ma sceglie la direzione da prendere (talvolta potrebbe essere necessario agire in maniera anti-istintiva, andare incontro alla fiamme per non finire soffocati o intrappolati…).
Gli atti dell'uomo conseguono sempre ad un giudizio, che Tommaso chiama GIUDIZIO ULTIMO PRATICO, ultimo perché l'azione è appena dopo il giudizio, pratico perché orienta l'azione (nel senso che è meglio allontanarsi che avvicinarsi al leone).
Gli scolastici discutono della compatibilità del libero arbitrio con la prescienza divina (ossia che Dio conosce già prima quello che succede: per esempio Dio sa se a Natale nevicherà). Alcuni scolastici dicono: se Dio conosce già tutto, sa già cosa farò fra tre giorni e quindi non sono più libero di scegliere se commettere o no un peccato. Tommaso è convinto che libero arbitrio e prescienza divina sono conciliabili. La conoscenza umana dipende dal tempo. Se la conoscenza di Dio fosse nel tempo allora ostacolerebbe il libero arbitrio.
Es: se io e lui dobbiamo andare a Roma per la stessa via, io decido di partire un giorno prima dell'altro. Se io faccio una strada, lui deve per forza fare la stessa, non può scegliere.
Allora se Dio conosce prima di noi non abbiamo più il libero arbitrio. Però la conoscenza di Dio non è nel tempo.
Il libero arbitrio e la prescienza divina sono compatibili.
Ma però bisognerebbe parlare dell'etica che ci dice quali sono le azioni buone. Tommaso vuole fare un'etica filosofica e quindi bisogna dire quali sono le azioni buone, ma anche il perché sono buone, ossia giustificarle razionalmente. Ciò che è buono è ciò che è conforme al fine. Il principio di finalità ci dice che abbiamo un fine ultimo di diritto e che dobbiamo seguire il bene e evitare il male ("Bonum est facendum, male evitandum"). Questo principio, che è il più generale nell'ordine pratico, ci dice di fare il bene e evitare il male ed è chiamato SINDERESI.
La sinderesi ci indica la distinzione originaria, che l'uomo riesce a cogliere, tra bene e male. Infatti l'uomo sa distinguere ciò che va fatto e ciò che va evitato. Quindi per Tommaso la sinderesi ci dice che c'è un bene da fare perché c'è un fine ultimo di diritto. È un imperativo: bisogna fare il bene e evitare il male!! Il presupposto metafisico si traduce con la sinderesi.
Questo principio però non ci dice qual è il bene e il male….
Tommaso dice che per saperlo abbiamo bisogno di una legge morale, che è una via al fine, ossia che ci dice che strada dobbiamo seguire per raggiungere il fine. Le leggi morali non si possono ricavare dalla Bibbia, perché non si tratta di un'etica rivelata, ma bisogna dimostrarle. Come si deducono i precetti morali con la ragione? Il criterio formale, che non è quello che cerchiamo, è basato sulla regole aurea: non fare agli altri ciò che non vorresti essere fatto a te. (strada che sarà percorsa da Kant nella Critica della ragion pratica, ma non da Tommaso)
Tommaso dice: siccome l'uomo è creato da Dio, e Dio è buono, allora ha creato l'uomo con inclinazioni naturali che tendono al suo bene. Se noi studiamo, comprendiamo le inclinazioni dell'uomo allora avremo le leggi da seguire per raggiungere il fine.
Le tendenze sono tre:
1) Principio di autoconservazione: tendenza che l'uomo condivide con tutti gli esseri, in base alla quale tende a sopravvivere.
2) Tendenza che l'uomo condivide con gli animali superiori: ossia quella procreazione, dell'allevamento e dell'educazione.
3) Tendenza tipicamente dell'uomo: desiderio di conoscere, spiritualità, culto dei morti.
Da queste tre tendenze si ricavano tre precetti:
1) Non uccidere
2) I genitori hanno il compito di nutrire, educare i figli e i figli devono rispettare i genitori. Poi si ricavano anche delle leggi sulla vita in società.
3) Si deve cercare la verità e non la falsità e che inoltre si deve essere sinceri
L'insieme di questi precetti forma la legge morale naturale, morale perché riguarda il comportamento, naturale perché è intrinseca alla natura dell'uomo.
La legge può essere: ETERNA, MORALE NATURALE e POSITIVA (UMANA e DIVINA)
La legge positiva deriva da positum, posto, cioè data da un'autorità. Quindi la legge divina è data da Dio, la legge umana è data dal parlamento nel nostro caso, dall'imperatore per i medioevali. La legge umana ha caratteri diversi dalla morale naturale perché prevede delle sanzioni per farla rispettare.
La legge eterna è come il progetto di Dio prima della creazione del mondo. Questo progetto o legge l'uomo non può conoscerlo, perché non entra nella mente divina e quindi la conosciamo attraverso la legge naturale morale che è un suo riflesso.
Tra precetti e azione c'è un vuoto. Devo decidere cosa fare, che non è immediatamente derivabile dal precetto (perché se tutti condividono il precetto "non rubare", allora nessuno ruberebbe). Come si passa dalla conoscenza generale del precetto all'azione particolare?
Secondo Tommaso c'è un giudizio di coscienza: la coscienza non è un'altra facoltà (le facoltà sono due: intelletto e volontà), ma è l'uso della ragione per valutare cosa bisogna fare nella situazione concreta ("qui e ora").
Es: una persona sa che mentire è una cosa sbagliata. Se però dicendo la verità so di ferire qualcuno, non la dico….
Quindi noi attraverso la ragione applichiamo la norma morale qui (in quest'occasione) e ora (in questo momento).
Per il passaggio da precetti a giudizio di coscienza occorre che il giudizio di coscienza riguardi qui e ora.
Il giudizio di coscienza coincide con il giudizio ultimo pratico?
Sappiamo che giudizio ultimo pratico e azione coincidono.
G. di coscienza: decido che adesso devo aiutare il mio amico che è in difficoltà.
G. ultimo pratico: precede l'azione, giudico ciò che poi sicuramente farò.
Non sono perciò la stessa cosa.
Es: la coscienza mi dice che non devo rubare, però ho bisogno di qualcosa, trovo un portafogli pieno di soldi lasciato incustodito da un miliardario…e quindi li prendo.
Questo deriva dal fatto che il giudizio ultimo pratico è influenzato dalla volontà, mentre quello di coscienza tiene conto solo della ragione (è giusto digiunare, però ho fame e mangio lo stesso).
Cos'è la volontà? Per Tommaso è un appetito, tendere verso qualcosa. Gli animali hanno un appetito che segue necessariamente la conoscenza sensibile, l'uomo no.
Il giudizio ultimo pratico dipende dal giudizio di coscienza (che deriva a sua volta dai precetti, che derivano dalla ragione, che deriva dalla sinderesi, ossia dal principio di finalità) e dalla volontà (che deriva dalla libertà).

Virtù
Per Aristotele è condizione necessaria ma non sufficiente per la felicità. Tommaso è d'accordo con questa definizione, solo che al posto della felicità c'è la beatitudine.
Aristotele divideva le virtù in Etiche: regolano il comportamento come coraggio, generosità, giustizia; Dianoetiche: relative all'anima intellettiva: intelligenza, sapienza saggezza.
Tommaso quelle etiche le chiama attive, quelle dianoetiche le chiama contemplative; entrambe fanno parte della natura umana.
Tommaso aggiunge un terzo gruppo di virtù: quelle teologali, infuse da Dio, che non si possono desumere solo con la ragione e sono fede, speranza, carità. Si può distinguere tra moralità SOGGETTIVA e MORALITÀ OGGETTIVA. La moralità oggettiva guarda solo all'azione in se stessa. Se l'azione è conforme al fine allora è buona: fare un ospedale per dare le cure necessarie ai malati e una cosa buona. La moralità soggettiva è dal punto di vista dell'intenzione. Es: uno fa costruire un ospedale anche per acquistare fama e magari essere eletto alle elezioni e poi trarne vantaggi personali; ha perciò un altro fine. Quindi esistono atti moralmente indifferenti dal punto di vista oggettivo (l'atto del camminare non è né buono né cattivo). Mentre dal punto di vista soggettivo non esistono atti moralmente indifferenti, perché dipendono dalle intenzione buone o cattive che uno ha (cammino per ricreare il corpo o per osservare una banca per poi rapinarla).

Registrati via email