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Il "gran comento"


Alla "distruzione dei filosofi", perseguita da Al-Gazali, un dotto arabo di Spagna, ibn-Roschd, o Averroè (1126-1198) contrappose una "Distruzione della distruzione dei filosofi", riaffermando le ragioni del pensiero rispetto a quelle della mistica. Al-Gazali, pensava Averroè, aveva potuto attaccare i filosofi perché costoro non erano rimasti fedeli, come avrebbero dovuto, all'insegnamento di Aristotele. Rispettando tale insegnamento, al contrario, essi sarebbero sfuggiti a qualunque critica che si potesse loro muovere in nome della religione.
Averroè si propone dunque di ristabilire la verità, cioè la filosofia di Aristotele: e per questo intraprende a esporla e a commentarla nella sua interezza (eccettuata, al solito, la Poetica), in una serie di commenti che si dividono in tre categorie:
a) "grandi", condotti frase per frase (come quelli dei greci);
b) "piccoli", o complessivi;
c) semplici riassunti, completati dalle opinioni proprie o di altri filosofi arabi sull'argomento.
Averroè ritiene privo di senso il concetto avicenniano (e alfarabiano) di "contingenza": perché, se una cosa deriva necessariamente dall'essere necessario, sarà necessaria essa stessa. Necessario, infatti, è il mondo, che dipende bensì da Dio, ma ab aeterno, appunto perché l'agire di Dio è necessario. Il mondo esiste, non come una derivazione o "emanazione" dall'alto (di tipo neoplatonico), bensì come un organizzarsi dal basso,che tende a Dio come ad un fine (al modo aristotelico, in cui il motore immobile, Dio, agisce solo come "causa finale"). Le forme, quindi, non sono immesse dall'alto nella materia (come per Avicenna), ma passano in atto, dallo stato potenziale in cui si trovano nella materia, in conseguenza del movimento dei cieli, guidati dalle rispettive intelligenze.
La più importante applicazione di queste vedute si ha nella teoria dell'intelletto. Anche nell'atto d'intendere vi è un intelletto in potenza, che passa all'atto in virtù di un intelletto attivo, che è già in atto: ma per Averroè l'intelletto in potenza va detto "materiale" non (come per Alessandro di Afrodisia) perché sia un organo del corpo, ma solo perché è una potenzialità di capire: quanto al resto, esso è una sostanza, ingenerata e incorruttibile, semplice e unica (come per Teofrasto e per Temistio). Ne viene che non solo l'intelletto attivo, ma neppure l'intelletto potenziale non appartiene agli uomini singoli. Nei singoli uomini si trovano solo le immagini sensibili, legate al corpo, ma necessarie al nostro pensiero, che solo dal sensibile può astrarre le forme intellettuali.
Il pensiero, quindi, per Averroè è qualcosa di immutabile e di eterno, a cui i singoli partecipano momentaneamente, quand'esso si unisce in loro alle immagini sensibili.
S. Tommaso polemizza contro questo modo d'intendere il pensiero, pur apprezzando la ragione per cui Averroè lo aveva proposto: giustificare, cioè, il fatto che il pensiero - pur essendo per un aspetto soggettivo - non è qualcosa di puramente soggettivo, ma mira a una validità identica per tutti. Frattanto, con le sue teorie, Averroè veniva a negare l'immortalità dell'anima: infatti le immagini, che appartengono ai singoli, cessano con la vita corporea, e solo l'intelletto (che è unico e non appartiene ai singoli) rimane in eterno.
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