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San Tommaso D'Aquino e le filosofie cristiano/medievali

La filosofia medievale, coincide con la scolastica, termine che deriva da scolae - scuola del medioevo annessa ai monasteri, ossia i grandi luoghi della cultura dell'epoca. Sono delle scuole diverse da come le pensiamo noi oggi, dove non si svolge un vero lavoro di produzione intelletuale, anche se ai monaci va riconosciuto il merito di trasmissione della cultura classica attraverso la trascrizione di manoscritti antichi. A partire dal 1000, con la rinascita urbana, cittadina, si creano nuovo istituzioni e, a partire dalla metà dell'XI secolo, le università diventeranno il centro propulsore dell'attività intelletuale. Il pensiero medievale coincide in buona parte con quello della scolastica, è un pensiero sia filosofico che teologico che veniva insegnato in queste scolae e successivamente passerà dopo il mille nelle università in un lunghissimo arco di tempo che va dall'VIII sec. d.C. al XIV sec. Per comodità gli storici dividono la scolastica in quattro momenti:

1. La prescolastica (dall'VIII al IX sec.): rinascita che segue dopo l'instaurazione dell'impero carolingio, che portà la fondazione della scuola palatina, la prima vera istituzione culturale, dopo l'Età romana. Non ci sono grandi personalità di rilievo.
2. Prima o alta scolastica (prima metà dell'XI sec alla fine dell'XII): è contraddistinta dalla rinascita urbana, la cultura cessa di essere patrimonio solamente dei chierici e comincia a diffondersi tra i laici. Si afferma un nuovo ceto, la borghesia, che per ragioni di lavoro doveva conoscere la cultura e l'arte di fare i conti. A favorire questa difffusione della cultura tra i laici, contribuirà il contatto con gli arabi, soprattutto nelle zone di confine, dove erano presenti comunità islamiche (Italia, Spagna). Sicccome gli arabi erano entrati in possesso di molti testi greci, cominceranno a tradurli, e dall'arabo in latino. C'è anche gente che scappa dalle città e si rifugia nelle campagna e si isola. È un movimento di controtendenze, perchè si diffondono le tendenze apocalittiche, fine del mondo, e si diffondono quindi fenomeni come il movimento cistercense, che ricorda il movimento dei monaci, nonostante il monachesimo sia già superato, è un movimento che rappresenta il rifiuto della vita urbana.
3. Seconda scolastica (tutto il XIII sec.): epoca dello sviluppo delle grani cattedrali gotiche e dei sistemi dottrinali. Tommaso d'Aquino, grande filosofo e teologo che cercherà di conciliare il rapporto conflittuale tra fede e ragione, il tema dominante di tutta la scolastica. Secondo Tommaso, fede e ragione possono conciliarsi.
4. Quarta fase (XIV sec.): dissoluzione, crisi della scolastica. Critica serrata al tomismo, portata avanti da Dum scotto e Guglielo d'ocam, si appelleranno ad un nuovo concetto di verità, legato all'esperienza, e da questo punto di vista sia fede che ragione verranno visti in modo diverso. Nuova mentalità, individualistica e "scientifica" che poi saranno alla base dell'età moderna e della rivoluzione scientifica. Il tema di fondo della Scolastica è fede e ragione, e rispetto a questo tema c'è una pluralità di modi di intendere. In un primo momento la fede può coinciliarsi con la ragione. È Anselmo d'Aosta che elabora la teologia razionale (teologia basata sulla logica), prescinde dall'esperienza e dimostra l'esistenza di Dio, partendo dalla sua esistenza. Ci sarà un momento invece in cui si affermerà la superiorità della fede, un gruppo di pensatori, che sono i grandi mistici, poichè il loro pensiero confina nella mistica. C'è chi invece affermerà la superiorità della ragione, Averroismo, filosofi arabia, influenzati da Aristotele e dal suo razionalismo, ritengono la superiorità della ragione. Ci sono autori come Tommaso d'Aquino che crederanno nel Concordismo (accordo tra fede e ragione), leggono Aristotele e ne vedono una dottrina che incarna perfettamente il loro pensiero. Il Tomismo diventerà la dottrina ufficiale della chiesa, ma poi subentreranno altri autori che faranno una netta distinzione tra fede e ragione, in nome dell'esperienza, che diventa il nuovo criterio di verità e segna la fine del criterio teoretico e speculativo della scolastica e della scolastica stessa.
La speculazione scolastica considera la filosofia, non come ricerca della verità, ma ritenendo che la verità sia rivelata, non serve andare a cercarla, ciò che è importante per l'uomo è già stato detto, già stato rivelato. Rivelazione divina, Dio, mandandoci Cristo, ci ha rivelato tutto ciò che c'era da sapere. La vera Autoritas (autorità) sono le sacre scritture, è tutto già contenuto nel vecchio e nuovo testamento, che costituiscono la massima autorità, il dogma, credenza centrale. Questo non vuol dire che non bisogna usare la ragione, anzì anche perchè il testo sacro non è facile da capire, si presta a diverse interpretazione, quattro modalità diverse (come anche nella divina commedia di Dante):
1. Lettura letterale, aderente alla lettera e a ciò che c'è scritto no altri significati.
2. Lettura (significato) allegorica, cioè che va oltre il significato letterale.
3. Lettura morale, cioè dalla lettura del testo bisogna riuscire a leggere delle verità che sono utili per il comportamento morale nella vita di tutti i giorni, che indica che solo chi è in grado di capire riesce a svelare queste verità.
4. Lettura anagogica, cioè cercare di interpretare il testo in senso spirituale, scoprendo dei significati profondi e nascosti o delle anticipazioni di carattere escatologico(ciò che accadrà alla fine dei tempi, in relazione alla salvezza dell'uomo). Non è facile interpretare le scritture e quindi e facile fuorviare da una corretta interpretazione. Ma chi deve interpretare i testi sacri? Bisogna fare appello a delle autorità in materia, in ordine decrescente--> tradizione apostolica,ai padri della chiesa, santi, papi, ciò che hanno detto bisogna saperlo, bisogna usarlo come punto di riferimento. A questi autori ci si può rifare per capire dei passi problematici, per vedere e confrontare le loro interpretazioni. Ma dove questo non sia sufficente, è ammesso ricorrere ad autorità profane, scientifiche, pagane, ad es. i filosofi. All'ultimo posto di questa scala stanno le opere degli infedeli, ossia i filosofi islamici, perchè hanno dato delle interpretazioni di testi aristotelici molto interessanti. Che idea hanno gli scolastici della verità? Hanno l'idea che la verità di un testo dipenda in primo luogo dal prestigio dell'autore che li ha interpretati, deve essere una persona autorevole, quest'idea viene applicata anche in campo scientifico. Bisogna avere delle garanzie rappresentate dalla fama, dal prestigio dell'autore. Per ognuna delle artes (le sette discipline in cui venivano suddivisi gli studi, a loro volta suddivise in trivio e quadrivio). Il corso di studi doveva essere composto da queste discipline. Artes - mestiere, perchè dovevano preparare un mestiere. C'era una distinzione tra arti liberali, cioè mestieri che implicavano l'uso solamente dell'intelletto e le arti meccaniche, che si basavano sullo sforzo fisico, questo era considerato vile, solitamente fatto dagli schiavi. C'era una ragione teologica, siccome nella genesi dopo il peccato originale, l'uomo doveva cominciare a procurarsi tutto con fatica e sudore, non gli era più concesso tutto da dio. In seguito al peccato è derivato il lavoro servive e quindi meccanico.
Gli scolastici non intendono più la filosofia come una libera ricerca, perchè si ritiene che tutto ciò che l'uomo deve sapere per la sua salvezza, è stato detto da cristo, dalla rivelazione divina. La Bibbia costituisce la massima autorità in campo della conoscenza, e si può leggere a vari livelli, come già detto. La verità di un testo dipende dal prestigio dell'autore, non valutano il contenuto. Per ogni arte, disciplina studiata, veniva individuato un autore titolare delle verità definitive in materia, per es per la musica, il referente autorevole nel medioevo era Severino Boezio, che aveva riproposto le dottrine pitagoriche, e ciò di cui non parlava, non esisteva nel campo della musica. Era l'autorità, l'ipse dixit. A volte anche di fronte all'evidenza, bisognava rinnegare e dare per buono solo cioè che diceva l'autorità. Questo era il concetto di autoritas. Cosa facevano in queste scolae? L'attività più importante era il legere autores, la lettura degli autori in senso letterale (litterae), poi si ampliava nella comprensione di quanto veniva letto (solitamente ad alta voce perchè il libro era raro e prezioso, no stampa, quindi il testo di solito lo aveva solo il maestro e gli studenti dovevano imparargli a memoria). Si passava poi alla comprensione del sensus, il signidficato profondo del testo e poi da questo bisognava ricavare uno spiritus, una morale, un insegnamento. Quindi,litterae, sensus, spiritus. Questo veniva fatto per ogni arte e a maggior ragione per la teologia (durante gli studi superiori), rappresentava lo studio conclusivo. I discipuli venivano chiamati poi alla meditatio, a trattenere dentro di sè, un approfondimento silenzioso delle verità che avevano appreso.
Se i duscipuli non avevano capito qualcosa potevano porre una questio, se nessuna delle autorità si fosse mostrato in grado di risolvere questo dilemma era ammesso come ultima spiaggia l’uso della ratio.
Per la mentalità di allora la ratio era proprio l’ultimo appello perché la cosa importante era verificare la verità delle autoritasallora si lasciava spazio alla ratio.
Nella questio, quando si faceva ricorso all’ingegno, veniva chiamata disputatio: il discipulo doveva sintetizzare in una formula breve la sua domenda ed era tenuto ad esporre ai meastri due tipi di motivazioni: sia ragioni a favore e contrarie (opponens).
Per ottimizzare questa pratica didattica si compilavano tutte queste disputatio in una specie di elenco: questa collezione andava a formare manuali scolastici “questiones disputates”.
Dal XII sec questo metodo scolastico affronterà una crisi perché sempre più frequentemente vennero introdotte le traslationes: opere classiche arabe tradotte da pagani.
Avevano scoperto che aristo e altri avanzarono delle teorie incompatibili con il cristianesimo, quindi non ci si poteva più affidare solo alle autorità e sempre più frequentemente si fa ricorso alla ragione correndo il rischio di dare tante interpretazioni diverse.
Ciononostante la fede non venne travolta dalla ratio.
Nel XIII sec. Tommaso D’Aquino, filosofo e teologo, vede una possibilità di conciliazione tra fede e ragione. Creerà un vero terremoto con Duscotto che sosteneva un altro criterio quello dell’experientia.
Anselmo D'Aosta: dopo l'anno mille c'è una disputa tra dialettici e antidialettici. Dialettici sono convinti dell'utilità della ragione, vogliono sottoporre le verità di fede al valio della logica, con l'obiettivo di esaltare la fede, non oscurarla. Mentre gli antidialettici più tradizionalisti, vedono un pericolo nel ricorso alla ragione, sec loro chi è veramente religioso non deve ricorrere alla ragione, deve accettare i dogmi, la rivelazione che non si può definire con la ragione. In questa disputa vediamo Anselmo, che era un dialettico, era un monaco che era convinto che fosse utile il ricorso alla ragione, mentre altri monaci lo vedevano come opera del demonio. Discendeva da una famiglia nobile. Lo scopo della sua riflessione è la rielaborazione di una serie di prove per dimostrare l'esistenza di Dio. Scrive 2 opere importanti in cui usa due metodi differenti. Uno è il Monologion, è un soliloquio(discorso che fa a sè stesso), dove presenta quattro prove tra loro differenti ma che hanno lo stesso metodo, un metodo a posteriori, parte dall'esperienza per dimostrare l'esistenza di Dio, parte dal particolare, ciò che è contingente(che c'è ma potrebbe anche non essereci). Parte dall'esistenza del mondo per arrivare a Dio. Ad es. nella prima prova parte dalla considerazione che nel mondo esistono vari tipi di beni, gerarchia di beni, che rende plausibile l'esistenza di un vertice, il sommo bene che è dio, in rapporto al quale tutti gli altri beni si definiscono. Le prove elaborate in quest'opera, oltre ad essere dette prove a posteriori sono dette cosmologiche perchè partono dal cosmo, dalla constatazione dell'esistenza del mondo; partono da una qualità del mondo per arrivare poi all'idea in sè (il metodo di platone) che è Dio. L'altra opera è il Proslogion, un colloquio che è strutturato in forma dialogica, qua presenta un'unica prova dell'esistenza di Dio, una prova Ontologica, cioè che prescinde dal mondo, dall'esperienza, e si basa solamente sull'analisi del concetto di Dio. é una prova a priori, perchè rimarrebbe valida anche se Dio non avesse creato il mondo. Parte dalla definizione di Dio. é un colloquio immaginario, tra un sapiens (credente) ed un insipies (laico, che non crede). È un breve duello dialettico che si svolge secondo delle tappe. In prima istanza, di fronte alla convinzione dell'ateo che dio non esiste, il sapiens dice all'altro di dare una definizione di ciò che nega, cioè di Dio. L'unica definizione possibile detta dall'ateo è quella che Dio è l'essere perfetto per ecellenza, cioè l'essere di cui non si può pensare nulla di più grande. Questa definizione va bene ad entrambi. Ma se partiamo da questa definizione di Dio, per Anselmo discende necessariamente che Dio debba esistere. Perchè se io mi immagino due tipi tra loro di perfezione, perchè un tipo lo posso solo pensare, e l'altra posso vederla nella realtà, perchè esiste veramente, quale tra le due sarà quella maggiore? Anche il non credente dice che è quella reale. La perfezione maggiore implica l'esistenza. Questa prova ontologica, che è una prova logica, avrà contro delle obbiezioni. Riguardo a questo argomento la filosofia si spaccherà a metà, filosofi che come Cartesio daranno ragione ad Anselmo ed altri come Kahnt che lo hanno criticato.
Per essere al sommo vertice Dio nei suoi attributi deve comprendere anche l’esistenza.
Se Dio è quell’ essere di cui non si può pensare niente di più perfetto esiste o no? Esiste per forza perché se io lo potessi solo pensare non sarebbe il massimo della perfezione.
Se Dio non avesse l’esistenza verrebbe a mancare di un attributo (l’esistenza).
Ragionamento che parte dall’analisi del concetto di Dio.
Gaunilone, tramite il concetto dell’isola perduta, inesplorata e piena ricchezze, critica il concetto introdotto da Anselmo. Immagina un dialogo e conclude dicendo: “Non so se sono più sciocco io che gli credo, o il mio interlocutore che crede di avermi dimostrato l’ esistenza di quell’ isola” Infatti posso pensare a molte cose fantastiche che non hanno però un corrispettivo nella realtà.
Questo scritto è stato pubblicato in forma anonima però.
Anselmo decide di replicare riconoscendo che colui che ha scritto questo libro non può essere un ateo.
Non puoi paragonare Dio ad un’ isola, che come tutto quello che c’ è su questa terra c’ è ma potrebbe anche scomparire.
Non puoi paragonare nulla a Dio, che è l’ unico essere di questa categoria.
Questo paragone isola - Dio non è corretto.
Molti altri intellettuali saranno dell’idea che l’esistenza implichi l’esperienza, che sia riscontrabile nella realtà.
Per Anselmo non c’è bisogno di prove concrete, infatti Dio non ha tempo, è eterno e per questo non può essere riscontrato nell’ esperienza.
Per tanto questa cosa deve esistere da sempre e per sempre.
Critica - petizione di principio: ovvero si parte dando per vero qualcosa che in realtà dovresti dimostrare. parti da un ragionamento che ha un errore di fondo, parti già dal presupposta che è necessariamente vera e vuoi poi dimostrarne la verità : assurdo.
Anselmo ribatte che non servono prove in quanto l’ attributo esistenza è insito nel concetto di Dio, la definizione riguardo a Dio comprende già anche la sua esistenza.

San Tommaso D'Aquino
Definito il bue muto: straordinaria capacità di concentrazione, per tanto tempo della sua vita studiò e rimase in silenzio, scrisse moltissimo.
Era un uomo imponente, di nobile famiglia.
All’epoca in cui vive e opera S. Tommaso la cultura è travagliata e divisa dallo scontro di due dottrine opposte: Averroismo e Misticismo.
Nelle università un numero sempre crescente di magistri trovano nell’ aristotelismo una morale filosofica per poter professare un pensiero libero, non più sottomesso alla teologia.
Si afferma questa tendenza che rivendica una nuova razionalità scientifica che si attiene alle verità di fatto.
Si ha paura che nella chiesa si crei uno scontro (fede - ragione).
La posizione opposta fa riferimento alla tradizione mistica, agostiniana della Chiesa e rifiuta questa novità aristotelica.
Molti testi di Aristotele furono scoperti dal greco Averroé, poi tradotti anche in latino e portano scompiglio.
Questa novità aristotelica, laica, appare come una novità che rinnega la fede paura dei mistici e teologi.
Tommaso analizza la situazione e conclude che in ciascuno dei due casi c’è del bene e c’ è del male.
Ognuna contiene un certo grado di verità ma anche errori inaccettabili.
Le dottrine degli averroisti hanno il merito di valorizzare l’ esercizio della ratio (nozioni alla base della scalinata verso pensiero moderno scientifico).
Averroisti di origine araba quindi il loro è un approccio completamente desacralizzato nei confronti della conoscenza e arrivano a mettere in discussione i dogmi fondamentali della Chiesa (immortalità anima, resurrezione). Tutta la vecchia tradizione delle auctoritas svalorizzata.
Tra tutti i filosofi colui che si è avvicinato maggiormente alla verità è Aristotele, ritenuto superiore alla Chiesa.
Nel movimento mistico, molto variegato e con molte sfaccettature, si crede che l’ esercizio della ratio è potenzialmente distruttivo dei dogmi e quindi pericoloso. Se si ha una verità di fede è inammissibile spiegarla tramite la ragione (dannoso alla fede).
Cosa c’è all’origine di questo contrasto. Un diverso modo di intendere la conoscenza.
Avvertisti affermano che alla base della conoscenza ci sono le sensazioni, attraverso il quale possiamo conoscere tutto.
Per i mistici questo è inaccettabile: se all’ uomo bastano i sensi per conoscere la fede a cosa serve? ripropongono la dottrina dell’illuminazione interiore di Agostino.
Per gli averroisti questa dottrina dell’illuminazione non è altro che la riproposizione del pensiero di Platone riguardo all’anamnesi (noi conosciamo perché l’anima ricorda ciò che ha contemplato prima di incontrare il corpo).
Tommaso tenterà di mediare queste due opposizioni, tenterà il concordiamo, ovvero concordare questi due atteggiamenti che sembravano inconciliabili: merito averroisti è di aver legittimato l’ uso della ragione, difetto è negare la sacralità della rivelazione.
Merito mistici promuovere la necessità della fede, difetto negare la validità dell’esercizio della ragione.
Questo contrasto tra averroisti e mistici per Tommaso viene risolto attraverso un’interazione tra fede e ragione, così mette a fuoco alcune questioni molto importanti per risolvere questo conflitto.
Tra la teologia e la filosofia non deve esserci alcuna distinzione di ambito, non è che la filosofia indaga cose diverse dalla teologia: entrambe si occupano dell’ uomo, della natura e di Dio.
Non può inoltre esserci opposizione perché almeno in linea di principio non dovrebbe esserci poiché entrambe concorrono per lo stesso fine. Questo obiettivo è la salvezza dell’ anima.
Tommaso è un filosofo cristiano, dice: a cosa serve tutto il sapere se non alla salvezza dell’ anima? (prospettiva della cultura tipicamente medievale secondo cui questa vita ci è data in prospettiva di un’ altra vita ultraterrena, la vita eterna).
Tommaso dice che, nel caso che si verifichi una divergenza tra fede e ragione, è la ragione che deve cedere il primato alla fede, ecco perché. La ragione in fondo è una forma di conoscenza molto limitata, imperfetta e intrinsecamente incapace di comprendere alcune verità che superano le leggi della fisica e della logica (incarnazione di Cristo, nozione di trinità), quelli che sono i dogmi della Chiesa.
Siccome alcuni principi della fede sono destinati a rimanere dei misteri inspiegabili anche per la ragione la filosofia deve piegarsi alla teologia.
D’altra parte Tommaso ritiene che comunque la filosofia mantenga un propria autonomia rispetto alla teologia. Infatti la rivelazione non va ad azzerarlo sforzo umano di comprendere, non è vero che siccome le verità sono state rivelate l’uomo deve mettere da parte lo sforzo della ragione e della ricerca.
La ragione deve seguire quella che è la struttura della mente umana, l’intelletto, principi della logica che sono in noi, sono un grande dono di Dio che ci permette di giungere alla verità.
Conclude dicendo che la filosofia è il preambolum fidei, specie di introduzione, aiuto alla fede.
Di conseguenza la teologia è una specie di completamento della filosofia, la migliora. Il pensiero razionale arriva fino a un certo punto, ma se non si apre alla fede, o addirittura arriva a negarla, non porta da nessuna parte. Come la grazia elargita da Dio non sopprime la natura umana ma la perfeziona, così la fede non annichilisce la ragione anzi la compie e la esalta.
Altro punto importante è che l’uso della ragione si rivela essenziale per un cristiano per diverse ragioni.
Primo perché dimostra che ci sono nozioni utili alla fede, come l’esistenza di Dio (ci sono arrivati anche pagani, Plotino unicità di Dio): il lume naturale da solo può arrivare a certe verità.
La ragione può chiarire certe verità per similitudine, attraverso esempi. La ragione serve al cristiano anche quando deve sostenere un dibattito con un infedele: non puoi argomentare con elementi di fede, devi confrontarti su terreno della ragione.
Ma come mai se le cose stanno così questo rapporto - fede ragione di fatto è travagliato, esiste un netto contrasto?
La risposta di Tommaso è questa: il problema nasce da un equivoco, ossia aver identificato la ragione con il pensiero aristotelico, si è identificato il razionalismo con il pensiero aristotelico, per di più quello tradotto da Averroè, un infedele a cui non importava minimamente far parlare il cristianesimo con l’ aristotelismo.
Per S. Tommaso Averroè è stato un pessimo traduttore, tutto ciò che ha detto Averroè non va assunto come unica verità come facevano all’ epoca i magistri artium e i professori universitari. Al contrario Averroè è stato un depravatore dell’ autentica filosofia. Il compito di Tommaso è quello di andarsi a rileggersi le opere di Averroè in greco e di tradurle in latino, per rimettere ordine alle cose.
Così si proporrà di reinterpretare gli scritti basandosi anche su un interpretazione filologica (filologia: porre attenzione alle parole usate, originarie) del testo.
Questo sarà il fulcro di tutta la riflessione di Tommaso: compiere una sintesi tra Aristotele e la rivelazione cristiana.
Secondo Tommaso ci sono grossi esempi dell’ impenetrabilità della traduzione di Averroè, uno di questi è il problema del principio dell’ intelletto agente.
Per Averroè infatti l’intelletto agente è da considerarsi come intelletto unico, meta individuale.
Portando avanti questo pensiero Averroè andrà a conciliare Platone con Aristotele: facendo appello al misterioso intelletto superindividuale, per Tommaso è come se Averroè richiamasse l’ iperuranio platonico.
Per Tommaso è una teoria insostenibile perché è l’ esperienza comune di tutti che ci fa percepire le cose in modo determinato, ognuno di noi elabora i concetti in maniera diversa.
Il fatto che Averroè abbia tradotto male Aristotele non vuol dire che Tommaso dia ragione ai mistici.
L’interpretazione opposta, ossia quella dell’illuminazione, sostenuta da Agostino, per Tommaso non è sostenibile. Sembra un po’ la teoria della anamnesi (ricordiamo ciò che la nostra anima ha già contemplato) di Platone.
Per Tommaso bisogna partire dalle sensazioni. Noi percepiamo con i sensi, le sensazioni vengono poi depositate nella psiche e poi l’immaginazione può associare e assemblare queste immagini, e l’ astrazione che può separare in un oggetto la materia dalla forma, l’essenza (tuttavia si deve essere grati a Dio per queste facoltà di conoscenza).
Questo è il processo gnoseologico per Tommaso.
Il compito che Tommaso si assume fin ora non era mai stato portato avanti da nessun altro, soprattutto per la presenza di un grosso ostacolo, impedimento: il problema di creazione, non contemplato nel pensiero greco.
Si può conciliare la creazione cristiana con la metafisica aristotelica?
Di fronte alla molteplicità dei fenomeni e degli enti Aristotele si era posto la questione della loro essenza. Secondo lui bisogna prima riuscire a capire che cos’ è questa cosa per riuscire poi ad arrivare a trattare la cosa in modo scientifico: problema della sostanza.
La metafisica studia anche la sostanza delle cose.
Per Aristotele il problema della metafisica viene quindi prima del problema della fisica.
Prima devo risolvere la “quiddità” della cosa (quid est?), ciò che fa sì che io possa distinguere una cosa tra tutte le altre.
Aristotele però non si era posto il problema dell’esistenza, la da per scontata (se c’è una cosa vuol dire che esiste per forza). Ma che cos’è quella cosa?
Se c’è la materia c’è anche la forma: c’esistenza, vita.
L’esistenza è una specie di categoria immanente alla sostanza stessa.
Per Tommaso, cristiano, se un cosa c’ è la sua esistenza non è scontata. Infatti le cose sono state create da Dio, non sono eterne. Il concetto di creazione introduce il concetto di contingenza (una cosa c’è ma potrebbe anche non esserci).
Allora questo come può andare d’accordo con l’idea di Aristotele che la materia è eterna?
Per risolvere la faccenda Tommaso distingue essenza da esistenza.
Non è vero che ogni cosa che ha un’ essenza ha anche un’ esistenza fisica (ci sono enti puramente logici che non hanno corrispettivo oggettivo nella realtà).
Esempio:
La mano è malata, ma la malattia non ha corrispettivo nella realtà/
L’ occhio è cieco, cecità è un costrutto mentale creato con il pensiero.
Distinzione tra essenza ed esistenza, che non era stata fatta da Aristotele. Aristotele si era preoccupato di definire l’essenza delle cose (il quid, quid est:che cos’è?). Quindi teoria della sostanza – sinolo di materia e forma.
Aristotele aveva dato per scontata la questione dell’esistenza, se una cosa è deve quindi esistere, quindi definendo l’esistenza una caratteristica immanente della sostanza. Se c’è forma e se c’è materia c’è anche esistenza.
Invece problema della distinzione sorge per Tommaso che vuole conciliare la teoria del creazionismo con l’aristotelismo. Aristotele sosteneva l’eternità della materia, invece per Tommaso la materia è stata creata.
C’è bisogno di distinguere il concetto di essenza da quello di esistenza: esistono degli enti reali e enti logici, che sono un costrutto mentale.
L’equivoco nasce dal duplice significato del verbo essere. Si usa lo stesso verbo per indicare l’esistenza reale ma anche l’esistenza logica.
La mela è rossa: esistenza reale;
La mela è guasta: esistenza logica.
Sia la mela realmente esistente ha un’essenza, sia guasta ha essenza. È vero che ogni ente ha un’essenza, cioè riconducibile ad un concetto, ma non è vero che ogni ente possieda un’esistenza (fisica - reale). Ci sono enti puramente astratti.
Il problema sta nel fatto che noi esprimiamo l’essenza col verbo essere.
Passo ulteriore del lavoro di Tommaso: porre le categorie di essenza ed esistenza nello stesso rapporto in cui aristo aveva posto la categoria di potenza ed atto.
L’essenza sta in potenza come l’esistenza sta in atto.
L’essenza esprime ciò che potrebbe essere nel caso eventuale esistesse.
Per aristo atto è entelekia compimento, realizzazione, perfetta attuazione di ciò che una cosa esprime in potenza.
Atto - seme, potenza – potrebbe essere una quercia.
Atto sempre superiore perché già realizzato, la potenza potrebbe non realizzarsi.
Allo stesso modo l’esistenza è sempre superiore all’essenza ed è ontologicamente superiore alla pura potenzialità dell’essenza(definizione-concetto). Atto realizzaz concreta dell’essenza.
Se alcuni enti partecipano dell’esistenza ma non esistono, qualsiasi cosa non ha la vita in se stessa ma l’ha ricevuta. Dio è la vita.
Le cose raggiungono l’esistenza perché la ricevono quindi devo ammettere che ci sia un punto di origine di questa concatenazione che è dio che è la vita, l’essere che da l’esistenza senza averla ricevuta, dio è la vera sostanza.
Ogni cosa vivente è una forma di vita ma propriamente non è la vita, partecipa della vita, non se la da lui.
Esistono perché partecipano alla vita: l’esistenza è qualcosa in più perché potevi non esserci ed invece ci sei  dimostra che un ente esterno ti ha voluto quindi ti ha generato.
Dio può essere definito come l’unico essere in cui esistenza ed essenza coincidono.
Tommaso analizza i rapporti tra creatore e creatura, le creature partecipano a ciò che è Dio.
In dio le cose sono assolute perché lui è qualsiasi cosa, le creature invece prendono solo parte ma non sono veramente.non godono della perfezione dell’essere divino, ne partecipano ma non sono la perfezione.
Tra Dio e il mondo esiste una rapporto analogico, cioè di somiglianza pur mantenendo la diversità (di tipo qualitativo).
Riflessone sulla categoria dell’ essere, cos’è vera,ente l’essere.
Tre modi di concepire il rapporto tra l’essere di dio e l’essere del mondo:
1. essere di Dio: essere del mondo. Panteismo, immanentismo. Non si distingue tra creatura e creatore.
2. Infinita distanza tra dio e mondo che il mondo no può dire nulla di dio, non può comunicare, distanza incolmabile per la creatura. Teologia negativa, non posso affermare nulla posso solo dire ciò che non è.
3. Proporzione analogica: tra Dio e mondo rapporto di somiglianza, ogni predicato può essere attribuito sia a Dio che al mondo ma se è attribuito a Dio lo attribuisco in modo semplice ed assoluto. Se lo attribuisco al mondo ogni cosa è finita, parziale, (è bello ma non è la bellezza).
Quando parlo delle cose di questo mondo è sempre tutto relativo.
Tommaso non ritiene valida la prova ontologica di Anselmo perché difetta per il fatto non è vero che tutti credano che Dio sia la cosa superiore a tutto, quindi secondo Tommaso la prova dell’esistenza di dio può essere raggiunta solo a posteriori, cioè dopo l’esperienza.
Fa dei ragionamenti che partono dalle riflessioni sulle qualità del mondo reale, ogni prova prende i esame una qualità del mondo da questa argomenta dimostrando che c’è una catena di rimandi in ultima analisi devo ammettere un principio che non rimanda nulla, questo principio è Dio.
Una prova del mutamento è la prova cosmologica, parte dall’esperienza è attesta che tutto è in divenire, se c’è una cosa che si muove deve essere mossa da qualcos’altro, un motore.
Per Aristotele ogni divenire è sempre un passaggio da potenza ad atto, questo passaggio presuppone la presenza che sia già in atto. Questa constatazione la possiamo fare sul piano delle esperienza e anche per via logica, ossia se noi riflettiamo sul fatto che è impossibile che un ente sia capace di mutare se stesso che sia contemporaneamente l’origine e l’oggetto del cambiamento.
L’esperienza e la logica convergono sull’idea che ogni divenire è sempre una tappa che potenzialmente potrebbe continuare all’infinito, ogni cosa mossa presuppone un motore che la muova che presupp un motore secondario ecc, questa catena non ha fine e quindi esiste un motore immobile, Dio.
La seconda è la prova causale, ricalca lo stesso sistema logica ed è quella della causa efficiente. Tutto nel mondo, ogni effetto presuppone una causa esterna che lo provoca.
La catena delle cause - effetto potrebbe risalire all’infinto quindi dobbiamo rilevare un origine prima che causa e non è causata, Dio.
La terza è la prova della contingenza, ogni cosa può esserci e non, quindi è meramente possibile. Ma se una cosa è solo possibile e c’è deve presupporre un ente necessario, perché solo il necessario può creare il possibile.
Il necessario è Dio.
Esistono diversi gradi di perfezione: scala gerarchica e quindi al sommo vertice c’è Dio.
Quinta prova dell’ordine finale: c’è un ordine in natura, disposizione.  se c’è un ordine qualcun lo deve fare questo ordine, causa finale che attira tutte le cose a sé, Dio.
Dottrina tomista scelta come filosofia perenne della chiesa.
Conciliare le diverse posizioni del mondo con la dottrina della chiesa.
Immortalità dell’anima: motivo di disputa tra averroisti e cristiani, averroisti si rifacevano alla teoria ilemorfica, teoria aristotelica della sostanza (sinolo materia + forma): per averroisti quando muore il corpo muore anche l’anima.
Per i cristiani è inaccettabile, anima immortale e anche corpo che risorgerà è si riconcilierà all’anima, nella resurrez finale.
Secondo Tommaso quando Aristotele parla del sinolo non vuol dire che l’anima è mortale ma che l’anima è unica, cioè ogni corpo vuole un’anima sola per combattere il discorso della reincarnazione, metempsicosi.

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