Daniele di Daniele
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Anselmo d'Aosta

Il dibattito all'epoca di Anselmo

All'epoca di Anselmo si stava sviluppando un dibattito, all'interno della stessa filosofia cristiana, tra dialettici e antidialettici. Cioè tra coloro che sostenevano l'uso di metodi logici-dialettici per risolvere e dimostrare le questioni di fede, e tra quelli che invece svalutavano questi metodi di indagine razionale a favore del ricorso stesso alla fede e alle Scritture. Sant'Anselmo si inserisce in questo dibattito "tra le fila dei dialettici".

La vita

Sant'Anselmo (Aosta 1033 ca. - Canterbury 1109 ca.) era un teologo e filosofo, e ricoprì anche incarichi di grande importanza in seno alla Chiesa Cattolica, infatti venne nominato vescovo di Canterbury. Abate del monastero di Bec, Anselmo divenne celebre per la sapienza e la devozione, tanto che i monaci lo esortarono a trascrivere per loro le sue meditazioni, che costituirono i fondamenti dell'insegnamento che egli impartiva loro. Così compose il Monologion (1077), in cui descrisse Dio come essere supremo e tentò di delinearne gli attributi. Incoraggiato dall'accoglienza che venne riservata al libro, nel 1078 proseguì il suo progetto portando a termine il Proslogion (Discorso), dove si trova la dimostrazione che nel XVIII secolo venne definita la "prova ontologica dell'esistenza di Dio".

Il Monologion

Anselmo era un chierico, eppure cercò di comprendere e di spiegare l'esistenza di Dio con la ragione, cioè con la filosofia. Però egli non cercò di dimostrare l'essenza di Dio, ma solamente (si fa per dire) la sua esistenza. Lo fece con due opere, una volta dimostrarla a posteriori, il Monologion, e una volta alla dimostrazione a priori, il Proslogion.
La dimostrazione a posteriori si basa e parte dall'esperienza per poi arrivare a Dio, quindi dagli effetti alla causa. Essa si basa su quattro prove:

1. Nella realtà possiamo vedere diversi livelli di bene, così ci deve essere anche un sommo bene in base definisco poi gli altri livelli di bene.
2. In natura ci sono cose più o meno grandi, solo l'esistenza di una cosa sommamente grande ci permette di stabilire tra due cose quella più grande.
3. Quindi se tutti i beni sono tali in virtù del sommo bene e le cose grandi sono tali in virtù di una medesima grandezza, così tutto cioè che è, esiste in virtù di un unico ente.
4. Infine il sommo ente si presente come il sommo valore, poiché non si potrebbe che un ente vale più di un altro se non ci fosse questo sommo valore.

Ma Anselmo può affermare che questo sommo ente è Dio solo dopo aver dimostrato che questo ha la stessa natura di Dio (trinitaria) ed è legato alle sue creature con il medesimo amore che Dio ci rivolge e che sappiamo per fede.

La Ratio Anselmi

Anselmo è passato alla storia per la Ratio Anselmi o "argomento ontologico" descritta nel Proslogion. Essa è una dimostrazione a priori dell'esistenza di Dio, che, basandosi solo sulla pura ragione, dimostra la necessità dell'esistenza di Dio. In pratica, Dio viene definito "aliquid quo nihil maius cogitari potest", cioè "ciò di cui non si può pensare nulla di più grande", o più semplicemente "la cosa più grande". Se noi pensiamo a questa cosa più grande, essa automaticamente dovrà esistere, perché altrimenti esisterebbe nel mondo reale una cosa più grande di lei. Nel mondo reale esiste quindi la cosa più grande, e poiché la cosa più grande è Dio, Dio esiste. L'insipiens di cui parlano i Salmi cade in palese contraddizione: egli non può non pensare alla cosa più grande (e pertanto Dio esiste) ma contemporaneamente afferma che Dio non esiste.

La critica di Gaunilone e di Tommaso

Gaunilone, monaco antidialettico, fu il primo a criticare l'argomento ontologico. Per Gaunilone, non era legittimo il passaggio dalla ratio cognoscendi, ovvero dal piano logico della dimostrazione, alla ratio essendi, cioè all'effettiva esistenza ontologica. Mostrare "sulla carta" che deve esistere un Dio non equivale a dimostrarne l'esistenza nel mondo reale. Tommaso, invece, critica il problema della definizione: nell'argomento ontologico, si parte dal presupposto che Dio sia la cosa più grande. Ma per Tommaso Dio è ineffabile, e quindi non possiamo associare in modo univoco una definizione a Dio; questa infatti ne costituirebbe l'essenza, che non siamo in grado di comprendere con la sola ragione.

La critica di Kant

Kant è il primo a sistematizzare la critica al ragionamento della ratio Anselmi. I filosofi a lui contemporanei, sulla scia di Anselmo, utilizzavano come dimostrazione il fatto che, poiché Dio è l'essere perfettissimo, tra le sue perfezioni non può mancargli quella di esistenza, e pertanto esiste. Kant ricorda però che "l'esistenza non è predicato del concetto": mi spiego meglio. Se io definisco una cosa, non dimostro contemporaneamente la sua esistenza. Se dico che i marziani sono omini verdi con le antenne e le orecchie paraboliche, non per questo devono esistere i marziani. Analogamente, se io dico che Dio è l'essere perfettissimo, non per questo Dio deve esistere; ho quindi che se Dio esiste, la dimostrazione ha senso. Se Dio esiste, allora Dio, in quanto essere perfettissimo, deve esistere. Ma una dimostrazione non può essere valida se se ne postula la conclusione. È come se, immaginando di avere cento milioni, li usassi per comprare una Ferrari immaginaria e, rivendendola a duecento milioni, ne prendessi cento (questa è la tesi, il prodotto del ragionamento) e li andassi a mettere due righe qui sopra dove c'è scritto "cento milioni" (sostituendo l'ipotesi). Se si potesse fare così, farei soldi e comprerei Ferrari a non finire (Tanto che Kant parlerà di postulato ull'esistenza di Dio, in quanto il postulato è un qualcosa che non possiamo dimostrare).
Cantor, Russell, Gödel

La questione quindi veniva spostata: chiamando Dio la cosa più grande, può esistere una cosa più grande di tutte? La questione, che nella vita reale, a contatto con le cose finite, ha risposta negativa, viene posta sotto una veste totalmente nuova da Georg Cantor nel 1872. Cantor dimostrò la consistenza logica non solo dell'infinito, ma anche di una infinita graduatoria di infiniti. Al culmine di questa scala ci sarebbe stato un'ineffabile infinito Assoluto, l'"aliquid quo maius nihil cogitari potest" di Anselmo; senonché nella teoria di Cantor cominciano ad apparire delle contraddizioni, le cosiddette antinomie della teoria degli insiemi. Queste antinomie appaiono nella loro interezza durante la stesura dei Principia Mathematica, l'opera magna di Bertrand Russell sulla logicizzazione della matematica. Russell tenta di porre riparo a queste contraddizioni formulando l'arzigogolata "teoria dei tipi". Una soluzione più semplice viene offerta da Kurt Gödel attorno agli anni '40, attraverso l'introduzione della differenza fra classe e insieme. Gödel sostituisce all'infinito Assoluto, dimostratosi inconfutabilmente contraddittorio, un'altra infinita scala di infiniti, sopra la quale c'è un'altra scala di infiniti... e così via. Analogamente il logico e informatico Alfred Tarski propone una gerarchia di linguaggi e metalinguaggi parallela alla graduatoria degli infiniti che risolve definitivamente il paradosso di Epimenide. Non esiste, quindi, poiché contraddittorio, un "
aliquid quo maius nihil cogitari potest
". Ciò non vuol dire però che non esiste Dio, ma che Dio non è un Tutto indistinto e assoluto, né la cosa grande al di là di ogni infinito. Il problema si sposta quindi sulla definizione di Dio o, per usare la terminologia tomistica, sulla sua essenza.

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