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La visibilità

Calvino
Secondo Calvino, la visibilità è un valore da salvare, è una facoltà, è sia principio che strumento. Essa è qualcosa che l'uomo sta perdendo. La visibilità non è più né un principio né una facoltà con cui vengono educati i bambini. La visibilità non è solo il risultato di una operazione tecnica, ma anche una operazione mentale perché essa è l'utilizzo del pensiero con le immagini e le parole. Non si può rendere qualcosa visibile senza le immagini e le parole. Calvino dice che la visibilità è di due tipi: fisica, che si vedo con gli occhi, ossia con uno dei sensi, e metaforica, che si vede non solo con gli occhi ma anche con il pensiero, con la fantasia. Questi due tipi non sono contrapposti ma si realizzano nello stesso momento, uno dopo l'altro. Quello fisico si verifica prima di quello metaforico, non sempre, ma nella maggior parte dei casi. Si può ipotizzare che con la visibilità si renda conoscibile il reale. L'immaginazione, per Calvino, è uno strumento di conoscenza, e non possiamo fare a meno di essa in quanto, anche se la consideriamo qualcosa che produce la conoscenza scientifica, è comunque legata ad essa. La parola (ossia le espressioni verbali) è una facoltà legata all'immaginazione. L'Immagine è uno strumento di conoscenza. Esse cooperano tra loro.

Calvino, inoltre, fa riferimento al romanticismo e al surrealismo, momenti storici in cui l'immaginazione ha avuto spazio. Calvino propone che:
1) l'immaginazione è un atto spontaneo, non frutto di un processo graduale;
2) l'immaginazione non crea il vuoto ma convive con l'intenzionalità del pensiero discorsivo.
Nell'esperienza letteraria sono perfettamente in osmosi parola e immagine (l'una che diventa l'altra e viceversa). Se c'è il mondo sensibile ma non c'è l interiorizzazione non c'è neanche la produzione.

Russel
Russel è stato un matematico, logico, filosofo che si è occupato del compito della filosofia in relazione al tema della visibilità. Egli sostiene che la filosofia è quel percorso attraverso il quale possiamo comprendere che cosa sia la visibilità. Il visibile è ciò che è criticabile, incerto, speculativo. Per Russell compito della filosofia è quello di mantenere sempre vivo e aperto l'orizzonte ideale entro cui si colloca ogni conoscenza. La filosofia è ciò che rende il sapere sempre ampliabile. Egli ritiene che la filosofia sia la disciplina che sollecita tutte le altre scienze, ampliandole. Un problema prima di essere scientifico è filosofico. Russell si pone il problema della legittimazione del valore della conoscenza. Nello suo scritto “I problemi della filosofia” mette in evidenza che per iniziare qualsiasi percorso conoscitivo bisogna utilizzare il dubbio metodico che permette all'uomo la distinzione delle conoscenze finalizzata alla comprensione. Il dubbio scettico è ciò che porta il soggetto a dire che non si può mai raggiungere una conoscenza. Il dubbio metodico rappresenta la più alta forma di critica e il servizio più utile che la filosofia possa svolgere per il processo conoscitivo. La caratteristica essenziale della filosofia è la critica che esamina, criticamente appunto, i principi usati nella scienza di tutti i giorni, considerando le incongruenze che ci possono essere, e che li accetta quando l'esame critico non riscontra alcun problema.Se non ci fossero tutte le altre discipline, la filosofia non esisterebbe in quanto ha bisogno di tutte le forme del sapere. La filosofia prende le distanze dallo scetticismo. L'essenza della filosofia è la critica, che parte dal momento in cui si esercita il dubbio metodico. La filosofia è al servizio della scienza, è critica della conoscenza, lavora sinergicamente con la scienza. La filosofia mira alla conoscenza. Essa è ciò che dà ordine all'insieme delle scienze. Russell si pone la domanda: ci sono delle questioni che sono destinate a non essere risolte? Russell risponde di sì: sono le domande riguardanti il senso ultimo delle cose, che non potranno mai essere eliminate. L'importante per la filosofia è esaminare le domande, studiare, tenere vivo l'interesse.

Schrödinger

Schrödinger afferma che ciò che è visibile è ciò che è immagine del mondo, ciò che è rappresentazione del mondo secondo un soggetto. Invisibile è il soggetto, perché ciò di cui si occupa sono l'io senziente e pensante e l'immagine del mondo. Il nostro io senziente e pensante non si incontra mai nell'immagine del mondo. L'immagine è l'oggettivazione, la raffigurazione quantitativa. Esso stesso è questa immagine del mondo. La coscienza, cioè lo spirito, la mente, rappresenta una doppia parte inquietante: teatro in cui si rappresenta l'universo recipiente e che contiene tutto, assolutamente tutto, al di fuori del quale non esiste nulla. L'io è l'artista che ha creato il tutto. Nel quadro risultante tuttavia esso è una figura accessoria che potrebbe anche mancare. L'uomo è quel soggetto che non può essere parte integrante del mondo perché è colui che rappresenta il mondo. Rappresentare il mondo vuol dire affermare che il mondo esiste. La filosofia e la scienza non sono poi due discipline così diverse.

Bergson
Bergson afferma tra gli anni '80 e '90 dell '800 che assolutizzare la scienza non è cosa buona per l'uomo. Egli critica lo scientismo (radicalizzazione della scienza). Non si può sostenere che solo la scienza può risolvere i problemi dell'uomo. Tra la prima e la seconda metà dell'800 si afferma infatti il positivismo (che si opponeva all'idealismo). Bergson sostiene che la sua filosofia vuole dare un supplemento di anima alla conoscenza. Secondo Bergson tutto è immagine che attraverso la materia (di cui conosciamo il funzionamento), contrapposta inizialmente allo spirito, si contrappone a sua volta al ricordo. Bergson teorizza tre facoltà umane: istinto, intelletto e intuizione. L'istinto è la capacità con la quale l'uomo usa e costruisce i suoi strumenti naturali. L'intelletto è la costruzione e l'uso di mezzi artificiali. L'intuizione è la facoltà con cui sono conservati la precisione dell'intelletto e l'immediatezza del pensiero.

Bergson è il filosofo che tematizza il problema della relazione tra la scienza e la vita. Non è il figlio dello spiritualismo. L'intento suo è quello di rifondare il sapere scientifico in una maniera originale, ossia attraverso il recupero della metafisica (è un filosofo figlio del suo tempo, che coglie i vantaggi e gli svantaggi della società industriale a cui appartiene). Bergson critica l'assolutizzazione di tutto ciò. Distingue i campi d'azione e le competenze della scienza e della filosofia. Il suo intento è quello di delineare i possibili percorsi di collaborazione tra filosofia e scienza. Per lui la scienza descrive la superficie della realtà. La scienza gira intorno alle cose, invece la metafisica penetra all'interno. La scienza analizza il relativo; la metafisica l'assoluto. La filosofia non è superiore alla scienza. La metafisica ha l'intuizione, che è una delle facoltà umane. Ciò che ci permette di cogliere, non di dimostrare, ciò di unico e di irripetibile che caratterizza ogni cosa. Il “Saggio sui dati immediati della conoscenza” distingue due tipi di tempo:
1) tempo quantitativo: omogeneo, reversibile, discontinuo, è il tempo della scienza;
2) tempo qualitativo: eterogeneo, irreversibile, continuo, è il tempo della coscienza.
Il tempo della scienza è astratto,esteriore, spazializzato. Invece il secondo tipo di tempo è concreto, interiore, inteso come durata reale. Bergson, per farci comprendere questo, utilizza due immagini: il tempo della scienza è paragonabile ad una collana di perle; il tempo della coscienza ad un gomitolo o valanga. Il tempo della scienza è costituito da momenti tutti uguali e distinti, è una costruzione formale di tipo matematico, quantificabile sempre e comunque. Il tempo della coscienza diventa ciò che mi consente di misurare, di cogliere l'interiorità della coscienza. Nulla è uguale a quello che si è ripetuto. Il tempo della coscienza è un fluire continuo, sempre nuovo, diverso, mai uguale.
Nell'opera ”Saggio sulla relazione tra il corpo e lo spirito” Bergson individua due realtà opposte:
1) la realtà esteriore, spazializzata, materiale;
2) la realtà interiore, il mondo della coscienza.
Bergson cerca di risolvere questa contrapposizione, questo dualismo, o almeno di attenuarlo. Sostiene infatti che bisogna assumere la materia così come la percepisce il senso comune. Essa non può essere ripresa come la cosa esterna che produce una rappresentazione nel soggetto (realista). La materia esiste in sé, ed è così come noi la percepiamo; l'oggetto esiste ed è come noi lo percepiamo. La materia è un'immagine esistente. La materia materiale è la totalità di ciò che esiste, un insieme di immagini. Bergson afferma: ”Per noi la materia è un insieme di immagini e per immagine intendiamo una certa esistenza che è più della rappresentazione della cosa; è un'esistenza situata a metà strada tra la cosa e la rappresentazione, tra l'oggetto e la rappresentazione. Le immagini vengono percepite da qualcuno o da qualcosa. Il corpo può percepire la materia. Viene meno in questo modo qualsiasi dualismo metafisico perché sia la percezione che la materia partecipano della stessa realtà, ossia della totalità di ciò che è. Tuttavia è possibile distinguere la rappresentazione delle cose a partire dalle cose stesse. Si può separare l'immagine per quello che è perché noi percepiamo il mondo sempre in funzione dei propri interessi e bisogni. Grazie a questi noi scegliamo tra tutte le immagini che costituiscono la realtà. Vuol dire che scegliamo e siamo nella possibilità di agire. Bergson mette in relazione l'immagine e la sua percezione. Se così è, ne consegue che l'uomo non è solo corpo ma è anche spirito, è ciò che stabilisce una relazione selettiva con certe immagini.
La coscienza è la capacità di esercitare una scelta, ciò che porta l'uomo a distaccarsi dalle caratteristiche di un meccanicismo. Bergson sostiene che corpo e cervello e anima o coscienza sono distintinti ma connessi: non sono né dipendenti né paralleli che variano a seconda degli atteggiamenti dell uomo. Se l'uomo si concentra su se stesso utilizza la coscienza, se si concentra sull'esterno utilizza il cervello che ha a che fare con i bisogni pratici dell'uomo stesso. La coscienza non è trascendentale perché ha a che fare con il ricordo delle immagini che il cervello ha raccolto. Il cervello percepisce la coscienza con la memoria delle immagini. La percezione è il filtro dei dati in vista dell azione, procede mediante immagini che sono l'oggetto della percezione, e tuttavia non contiene tutte le immagini, tutta la realtà, ma solo quelle che soddisfano i bisogni e gli interessi dell'uomo.
Nella coscienza, con la memoria, l'uomo conserva, raccoglie, non c'è la percezione di qualcosa e non di qualcos'altro, ma c'è la percezione di tutto. In essa troviamo molto di più di quello che troviamo nel cervello, perché la coscienza raccoglie, il cervello seleziona. Per Bergson ci sono due memorie:
1) l'abitudine, che registra il passato sotto forma di abitudini motorie, ha a che fare con la ripetizione automatica di azione (imparare a memoria);
2) la memoria pura, che registra tutti gli eventi che di giorno in giorno, momento in momento, si registrano per l uomo. Essa non elimina niente, neanche inconsciamente, perché tutto quello che avviene è unico ed irripetibile, e.
Secondo Bergson esiste il ricordo puro, integro, spontaneo, immagine funzionale ad un azione, soddisfacimento di un interesse. Questa analisi si motiva in quanto per Bergson ciò che è valido per la materia inerte non lo è per l'essere umano. Accanto all'approccio scientifico c'è bisogno dell'approccio dell'evoluzionarismo creativo, che va oltre la matematica della vita e della coscienza, e che non vuole solo misurare la vita e la coscienza, pur partendo dai dati della coscienza. C'è qualcosa della vita dell uomo che non si puo spiegare con la matematica.

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