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Relativismo

Il modo di vedere il mondo, impostosi nella seconda metà dell’Ottocento in Europa e sviluppatosi anche in Italia, sia pure in forme che avevano una relativa rispondenza nell’ancora arretrata situazione economico-sociale, era improntato ad una solida fiducia nell’obbiettiva esistenza di un universo fisico retto da leggi meccaniche di causalità note o accertabili mediante strumenti di metodo ritenuti sicuri.
L’idea di progresso era centrale nella cultura filosofica dell’Ottocento, nelle filosofie della storia dell’idealismo tedesco, del liberalismo, del socialismo e del positivismo.
Era un’idea generalmente condivisa dalle élites intellettuali e contrasta dai “reazionari”, che rifiutavano la modernità in nome della tradizione religiosa (l’ottantesima proposizione del “Sillabo” di Pio IX nel 1864 diceva: “Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e colla moderna civiltà”).

In campo etico si ebbe una rivoluzione dei valori della ragione, riaffermati nella cultura della borghesia al momento del suo giungere al pieno predominio della vita associata e riflettenti la sua fiducia nelle proprie capacità di dare ad essa vita una sistemazione secondo le proprie leggi, considerate valide e positive universalmente, umanamente razionali. Tali concezioni entrarono in crisi. "Nel momento in cui si stavano sviluppando, entra la stessa società, le contraddizioni ad essa connaturate e poste in evidenza dalla rapida trasformazione ed espansione delle sue basi economiche” (Balestrieri).
A partire, infatti, dal 1890 circa, la filosofia e le metodologie del Positivismo cominciarono ad essere recisamente contestate, con la messa in discussione della loro validità conoscitive. Filosofi, matematici e scienziati (Le Roy, Poincaré, Mach ecc.) misero in evidenza i limiti della scienza stessa, alla quale si riconosceva solo il carattere pratico di classificare e spiegare i fenomeni naturali negando ogni carattere assoluto e definitivo alle sue conoscenze. Si era convinti che la scienza positivistica, con le sue rigide metodologie, era inabile a spiegare tutto l’universo nel suo intrinseco fluire vitale e, men che meno, l’emisfero dell’esperienza esistenziale umana. Non tutto si riteneva conoscibile e, in ogni caso, non lo era certamente attraverso la vita della scienza.
Questi limiti vennero evidenziati ancor più dalla teoria della relatività di Einstein e dalla nuova fisica (Bohr, Plank, Heisenberg, ecc) che, in contrasto con la fisica classica di Galilei e di Newton, fondata nell’ordine meccanico della natura e sulla prevedibilità dei fenomeni, perché essi dipendono da luogo in cui ci troviamo, dalla velocità e dalla direzione del movimento.
“La fisica – scrivono Einstein e Infeld – ebbe realmente principio con le convenzioni di massa, di forza e di sistema inerziale. Tali concetti sono tutte libere invenzioni. Esse condussero alla formulazione del punto di vista meccanicistico. Per il fisico dell’inizio del diciannovesimo secolo la realtà del nostro mondo esteriore consisteva in particelle e forze semplici, agenti sulle stesse e dipendenti soltanto dalla distanza. Egli cercò di conservare, quanto più a lungo è possibile, la persuasione che sarebbe riuscito a spiegare tutti gli eventi della natura mediante questi fondamentali concetti della realtà. Sviluppi posteriori demolirono i vecchi concetti, creandone dei nuovi. Il tempo assoluto e il sistema di coordinate spaziali vennero soppiantati dalla teoria della relatività. La teoria della relatività modifica le leggi della dinamica. Le antiche leggi non sono più valevoli allorquando la velocità di una particella in moto si avvicina a quella della luce".
Da tutto questo deriva che si deve rinunciare all’idea newtoniana di uno spazio e di un tempo assoluto. Einstein giungeva inoltra alla conclusione secondo cui anche la massa di un corpo è relativa al sistema di riferimento ed è una misura del suo contenuto di energia. Einstein, quindi, rendeva improponibile l’idea di una realtà oggettiva del mondo le cui coordinate spazio – temporali fossero date una volte per tutte.
Mentre Einstein elaborava la sua rivoluzione scientifica a livello della fisica macroscopica, una rivoluzione ancora più radicale si andava compiendo nella fisica microscopica. Plank avanzò nel 1900 la proposta di quantizzare l’energia assorbita o emessa dagli oscillatori. Egli immaginò che ciascun oscillatore potesse emettere o assorbire energia solo in pacchetti (quanti), la cui grandezza è data dalla frequenza dell’onda moltiplicate per la costante di Plank, appunto.
L’applicazione di tale ipotesi a livello della fisica microscopio portò alla formulazione del concetto di “salto quantico”: gli elettroni all’interno di un atomo possono percorrere solo alcune orbite, dette stazionarie, intorno al nucleo e possono spostarsi da un’orbita all’altra senza però passare per le orbite intermedie. Tutto ciò fece crollare la millenari convinzione nella continuità dei fenomeni naturali.
A tal proposito, così si esprimeva Heinsenberg in uno scritto del 1934 “Mutamento nelle basi della scienza”; “L’edificio della scienza esatta non può diventare un’unità coerente nell’ingenuo senso prima sperato, in modo tale che da un punto di esso, seguendo semplicemente la via prescritta, si possa giungere in tutte le parti dell’edificio”.
La trasformazione radicale della visione scientifica della natura finirà per coinvolgere l’intera cultura novecentesca producendo nuovi modelli filosofici, sia nel più specifico campo della filosofia della scienza (tra i quali i più rilevanti risulteranno quelli di Wittgenstein e Popper) sia in quella più generale dell’interpretazione della natura e delle conseguenti scelte etiche e perfino politiche. Senza contare l’impatto emotivo di alcune “applicazioni” della scienza (si pensi alla bomba atomica, o alla clonazione o ancora, in maniera più generale, al progresso avutosi nel campo dell’ingegneria genetica) che distruggeranno definitivamente la certezza ottocentesca sulle “umane sorti e progressive” garantite dalle scienze.

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