Per quanto questi tre racconti (e tutti i nove racconti della raccolta) possano sembrare a se stanti e fini a se stessi, c’è un motivo che ritorna. Salinger è convito del fatto che solo i bambini e chi ha vissuto l’orrore della guerra sia vicino alla verità. Proprio per questo, nella società del secondo dopoguerra che egli considera conformista e alienata, il dialogo dei bambini diventa una finestra su una realtà diversa e vertiginosa. Seymour e Sybil sono gli unici personaggi in “Un Giorno Ideale per i Pescibanana” a riuscire ad elevarsi al di sopra del materialismo che caratterizza invece il contesto all’interno del quale ha luogo la storia. I nomi stessi dei personaggi sono simbolici: Seymour è in grado di “vedere di più” (“see more”), oltre la mera apparenza, così come Sybil, il cui nome richiama quello di una profetessa dell’antica Grecia, Sibilla. Esmé e il Sergente X, in “Per Esmé: Con Amore e Squallore”, sono in grado di vedere la parte più profonda di quello che definiscono “squallore” e di utilizzarlo come fonte d’ispirazione, mentre Teddy, carico di sapienza zen, riesce ad uscire dalle dimensioni finite superando la logica e la mania intellettuale.

Questo filo conduttore potrebbe essere ricondotto al concetto dl “superuomo” nietzschiano. Con il termine “superuomo” (Übermensch) Nietzsche indica “il tipo riuscito al massimo grado” (Ecce homo); un uomo “diverso” da quello che conosciamo: un uomo oltre l’uomo, capace di creare nuovi valori e di rapportarsi in modo inedito alla realtà.
Nel primo discorso di Così parlò Zarathustra (parte degli scritti “del meriggio”), intitolato “Delle tre metamorfosi”, Nietzsche descrive la genesi e il senso del superuomo alla stregua di una liberta che libera se stessa, per approdare a un’innocente e creativa affermazione della vita:
“Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, in fine il leone fanciullo.”
Il superuomo, quindi, viene qui rappresentato dal fanciullo: una creatura non risentita, di stampo dionisiaco, che, nella sua innocenza ludica, sa dire “sì” alla vita e inventare se stessa al di là del bene e del male, a guisa di “spirito libero”. Così come il superuomo (e quindi il fanciullo) nietzschiano rappresenta l’eccezione superiore che si contrappone al “gregge” degli inferiori, il bambino in Nove Racconti ha una funzione simile. Egli si distacca dal “gregge” di materialisti che popolava la società del secondo dopoguerra, accettando la vita senza le sovrastrutture e le convenzioni impostegli e riuscendo ad andare “oltre”.
“Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca. Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e - lì si era abbarbicato mordendo. La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava - invano! non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: "Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!", così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me - buono o cattivo - gridava da dentro di me, fuso in un sol grido. […] Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido: e morse bene! Lontano da sé sputò la testa del serpente -; e balzò in piedi. - Non più pastore, non più uomo, - un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!”
Questa scena, sempre tratta da Così Parlò Zarathustra, allude in modo abbastanza chiaro al fatto che l’uomo (= il pastore) può trasformarsi in creatura superiore (= il superuomo) solo a patto di vincere la ripugnanza soffocante del pensiero dell’eterno ritorno (= il serpente, l’emblema del circolo) e di prendere una decisione coraggiosa nei suoi confronti (= il morso alla testa del serpente). Nella prospettiva di Salinger, la ripugnanza soffocante del pensiero dell’eterno ritorno potrebbe essere assimilata allo squallore all’orrore della guerra. Tuttavia, una volta superate le atrocità che la guerra implica, la trasformazione che i personaggi di Salinger attraversano è ben diversa da quella del pastore. Se entrambi, dopo aver sperimentato l’orrore, riescono a rapportarsi in modo inedito alla realtà, Seymour e il Sergente X sono duramente provati e scossi dalle efferatezze vissute, al punto da non riuscire a tornare dalla guerra “con tutte le loro facoltà intatte” (Per Esmé: Con Amore e Squallore). Il suicidio di Seymour, d’altro canto, appare totalmente inconciliabile con la filosofia di Nietzsche, basata su una totale accettazione della vita con tutte le sue contraddizioni. L’orrore, in questo caso, impedisce ai veterani di guerra di Salinger di superare il mero nichilismo, pur rendendoli in grado di acquisire un nuovo modo di rapportarsi con la realtà, avvicinandoli alla verità. L’esperienza della Seconda Guerra Mondiale, come d’altronde nel caso dello stesso Salinger, gli rende impossibile accettare l’eterno ritorno (spartiacque tra uomo e superuomo) con l’innocenza ludica del fanciullo e li condanna a una condizione di “stasi intermedia” tra uomo e superuomo, conferendogli la capacità di vedere oltre ma non quella di andare oltre.
“Scritte in inchiostro, in tedesco, in una calligrafia minuta, disperatamente sincera, c’erano le parole “Dio mio, la vita è un inferno”. Non c’erano appigli: sola in mezzo alla pagina bianca, e nel nauseante silenzio della stanza, la frase sembrava raggiungere la statura di un’accusa incontestabile, addirittura classica.”

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