Antois di Antois
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Destra e sinistra hegeliana

I discepoli di Hegel non interpretarono tutti allo stesso modo il pensiero del loro maestro: mentr’egli era ancora in vita, essi si distinsero in “destra hegeliana”, più conservatrice, e “sinistra hegeliana”, più progressista. Le tematiche sulle quali i due schieramenti si scontrarono riguardavano il rapporto religione-filosofia e l’interpretazione della dialettica.
• RAPPORTO RELIGIONE-FILOSOFIA
Destra hegeliana: Religione e filosofia interpretano la vita dello Spirito rispettivamente mediante immagini e concetti, ma entrambe sono poste sullo stesso piano;
Sinistra hegeliana: Religione e filosofia interpretano la vita dello Spirito, la prima attraverso immagini, la seconda mediante concetti, dunque la filosofia è posta ad un livello più alto rispetto alla religione;
• INTERPRETAZIONE DELLA DIALETTICA
Destra hegeliana: Il termine medio della dialettica, l’antitesi, quando si ritrova nella sintesi, in parte supera quanto affermato inizialmente, in parte lo conserva;
Sinistra hegeliana: L’antitesi, quando si ritrova nella sintesi, nega quanto sostenuto precedentemente, poiché ciò che è nuovo non può basarsi sulle rovine del passato.
I filosofi della destra non ebbero molto successo e furono adombrati dai filosofi della sinistra, tra cui Strauss e Feuerbach.


Feuerbach e l’alienazione religiosa
Feuerbach assume la filosofia di Hegel come punto di riferimento, ma ne prende poi le distanze capovolgendo la sua concezione. Nel sistema hegeliano, infatti, l’uomo non ha un gran peso, non viene messa in luce la sua personalità, ma trova il suo significato nella totalità dello Spirito. Hegel parte da ciò che di più astratto possa esservi, l’idea, per poi giungere alla realtà materiale. Feuerbach sostiene, invece, che per poter spiegare i problemi dell’uomo, della complessità sociale e della storia in generale, bisogna partire dall’uomo stesso e dai suoi bisogni primari, soprattutto quello della fame: “Hegel pone l’uomo sulla testa, io lo pongo sui propri piedi”. Inoltre la filosofia, secondo Feuerbach, deve valorizzare non la spiritualità ma la corporeità dell’uomo, la sua natura sensibile, i suoi bisogni e desideri: “Se volete far migliorare il popolo, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia”. Il pensiero di Feuerbach, più che affermare il Materialismo, afferma l’integrità dell’uomo, della sua natura, costituita da corpo, ragione e cuore. L’uomo è il fondamento e la fonte del pensiero, non il pensiero il fondamento dell’uomo: ma si tratta dell’uomo in “carne ed ossa”, cioè di un essere sensibile e concreto. L’essenza dell’uomo non è l’uomo singolo, ma l’unità fra gli esseri umani che si realizza mediante l’amore (base delle nuova filosofia) e che porta alla felicità (principio costitutivo della morale). Il mistero della religione si trova nell’uomo stesso, poiché egli ha proiettato la propria essenza fuori di sé, in Dio: Dio, dunque, è un’alienazione dell’uomo da se stesso, una realtà superiore nella quale rifugiarsi e proiettare tutte le caratteristiche che non gli appartengono, tra cui l’infinitezza. In questo modo l’uomo si impoverisce di tutto ciò di cui Dio si arricchisce e se ne può riappropriare soltanto prendendo coscienza che Dio non è altro che il risultato dell’estraniazione della sua stessa essenza. Anche il pensiero di Hegel si configura come una sorta di teologia, poiché l’essere dell’uomo viene proiettato nella trascendenza del pensiero, nel “pensiero dell’uomo posto al di fuori dell’uomo”.

I socialisti utopisti
I socialisti utopisti criticano la società industriale e intendono riformare l’economia capitalista, progettando nuovi modelli di società e di Stato che si rivelano però fallimentari in quanto utopici. Tra i più importanti si ricordano:
Charles Fourier
Egli intende realizzare una società armonica senza rivoluzioni, ma con riforme che rendano il lavoro attraente. Fourier propone la realizzazione di falansteri, ovvero unità produttive autosufficienti caratterizzate dalla comunità dei beni e dall’assenza, in quanto inutile, del commercio. Questa comunità ognuno svolge le attività preferite, seguendo la sua passione naturale.

Robert Owen
Egli progetta modelli di organizzazione del lavoro tali da garantire migliori condizioni di vita per gli operai. La società, secondo Owen, deve essere riformata attraverso l’educazione, sottraendo i bambini alle fabbriche e mandandoli a scuola e combattendo contro lo sfruttamento minorile e femminile. Egli propone anche una riduzione degli orari di lavoro. Il suo progetto, sebbene fosse fallito, influenzò il sindacalismo e il laburismo inglese.
Joseph Proudon
Egli respinge l’idea di una rivoluzione, proponendo riforme dirette a favorire uno sviluppo cooperativistico fondato sullo scambio diretto di beni. Ritiene necessaria un’educazione filosofica per eliminare l’influenza negativa della religione e progetta una futura abolizione dello Stato. Sostiene che la proprietà è un furto, ma nonostante ciò propone di abolire non essa, ma il reddito capitalistico legato alla proprietà di denaro.


Vita e opere di Karl Marx
Filosofo, economista, opinionista e grande uomo di cultura, Karl Marx nasce a Treviri, in Renania, nel 1818 da una famiglia borghese di origine ebraica. Studia diritto, frequenta l’università di Berlino ed entra in contatto con gli esponenti della sinistra hegeliana. All’università di Jena si laurea con una tesi del mondo antico relativa alla differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro, mostrando fin dall’inizio la sua inclinazione alla concezione materialistica della storia e della società. Costretto a lasciare la Germania, si reca a Parigi, approfondendo gli studi di economia e di storia e conoscendo Friedrich Engels, con il quale stringerà un rapporto di collaborazione e amicizia che durerà tutta la vita e che avrà importanza per l’elaborazione delle teorie filosofiche e politiche di entrambi. Espulso dalla Francia, Marx si reca in Belgio per poi ritornare nuovamente a Parigi allo scoppio della rivoluzione europea del ‘48. Dopo il fallimento, tenta invano di creare un movimento di guerriglia, in seguito fugge a Londra. Contribuisce alla fondazione dell’Associazione internazionale dei lavoratori (Prima internazionale). Fra le sue opere più importanti ricordiamo la “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico”, i “Manoscritti economici-filosofici”, le “Tesi su Feuerbach”, il “Capitale” e il “Manifesto del partito comunista”.

Il nuovo compito della filosofia
Marx propone una nuova concezione della filosofia: egli sostiene che sinora “i filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo”. La filosofia, pensando la realtà, la lascia intatta, non cambia il mondo. Lo scopo della filosofia hegeliana è quello di “giustificare la realtà”, ovvero “prendere atto della realtà quale essa è”, ma ciò non muta la realtà. Viene dunque soppressa la concezione della filosofia come speculazione e sublimazione, poiché essa deve configurarsi come prassi, cioè come impegno concreto volto a mutare radicalmente il mondo stesso.
La realtà deve essere spiegata partendo dai “piedi” e non dalla “testa”, poiché in tal modo si rischia di fare ideologia, spiegando la realtà attraverso dei parametri fissi, immobili, astratti.
La scientificità di Marx è dunque diversa da quella hegeliana: il sistema di Hegel è scientifico in quanto è caratterizzato dall’uso della dialettica, quello di Marx è scientifico in quanto si propone di osservare la realtà e di trarre da essa le sue stesse leggi, in modo da non scindere la teoria dalla prassi.

Ad esempio, la legge tedesca del maggiorascato (in base alla quale l’intero patrimonio della famiglia spettava al primogenito, che doveva mantenere l’integrità del feudo) non è più idonea ad una società che si fonda non più sul feudalesimo ma su una nuova economia. È necessario quindi modificare le leggi per adeguarle alla società contemporanea.
Sia per Hegel sia per Marx la realtà si spiega nella sua totalità, ma muta l’immagine di essa: mentre per il primo la realtà è spirito, per il secondo essa è una totalità organica dotata di interrelazioni non circolari.
Marx non fu un discepolo di Hegel, ma fu influenzato dal suo pensiero e dalle teorie della sinistra hegeliana e di Feuerbach, che in parte riprende, in parte critica. Riconosce, infatti, agli hegeliani il compito di aver assegnato alla filosofia la funzione critica di analisi e di messa in discussione del mondo come esso è, ma li rimprovera poiché la loro rivoluzione non è pragmatica, ma semplicemente pensata. Le catene che stringono gli uomini non sono ideali e astratte, ma materiali; occorre dunque lottare per cambiare tali condizioni.

L’alienazione umana
Marx si sofferma sul concetto di alienazione nei Manoscritti economici-filosofici. Feuerbach definisce l’alienazione come la proiezione, in una realtà superiore, dei bisogni umani che non riescono ad essere soddisfatti. In Marx lo schema rimane lo stesso: come in Feuerbach ciò che è rappresentato e prodotto dall’uomo si erge contro di lui, così nell’attività lavorativa l’oggetto prodotto sovrasta l’operaio, tanto più forte quanti più beni l’operaio stesso produce. Feuerbach si occupa però del problema senza inserirlo nel dovuto contesto storico. Marx, invece, si sofferma sul concetto di alienazione prendendo come punto di riferimento il tipico operaio delle fabbriche, il proletario. Egli è un individuo alienato in quanto non è soddisfatto sul piano lavorativo. La sua insoddisfazione deriva da numerosi fattori:
- l’operaio non si riconosce più nel prodotto finale, in quanto esso è il risultato di una catena di montaggio alla quale egli partecipa soltanto in parte, a differenza dell’artigiano che è proprietario della bottega e della materia prima che lavora con originalità;
- l’operaio diventa pura merce nelle mani del capitalista;
- l’operaio riceve un salario non adeguato alle ore di lavoro compiute e sufficiente soltanto alla sua sopravvivenza, al soddisfacimento dei bisogni primari e non a quello di bisogni secondari o di piaceri, vivendo come un animale (alienazione umana).
Nella società capitalistica non si lavora più per vivere, ma si vive per lavorare, ed il denaro, prima considerato un mezzo, diventa un fine in vista del quale si producono beni. Dunque il fine non è più il soddisfacimento dei bisogni dell’uomo, ma l’accumulazione del profitto dei capitalisti.
Secondo Marx, eliminando l’alienazione umana, si elimina di conseguenza quella religiosa di cui parlava Feuerbach, poiché l’uomo soddisfatto e felice non ha più la necessità di proiettare in una dimensione superiore i suoi bisogni. Per sopprimere l’alienazione, però, è necessario abolire il suo fondamento: la proprietà privata dei mezzi di produzione e il potere di coloro che la detengono. Il proletariato dovrà, quindi, attuare una rivoluzione e rovesciare il modo di produzione capitalistico.

Materialismo storico e coscienza come “prodotto sociale”
Secondo Marx, la base di ogni processo storico è costituita dalle trasformazioni che hanno origine nella sfera economica. Egli ha una concezione materialistica della storia, poiché per comprendere essa è necessario comprendere l’attività economica e quindi il lavoro. Il lavoro è un processo che si svolge tra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo regola e controlla la natura e si appropria di materiali naturali da usare per la propria vita. Gli uomini svolgono attività produttive per procurarsi beni necessari alla sopravvivenza, beni che sono artificiali e che generano nuovi bisogni. La storia perde così la sua naturalità, diventando sempre più “sociale” e “culturale”. I pensieri e le idee degli uomini sono determinati dalle condizioni materiali di vita, che derivano dal modo di produzione dominante in una data epoca, cioè dalla combinazione tra le forze produttive (mezzi e metodi di produzione usati dagli uomini) e i rapporti di produzione (relazioni tra gli esseri umani nello svolgimento delle attività economiche-produttive).
La concezione materialistica che Marx oppone all’idealismo hegeliano non consiste nella tesi che tutto è materia, ma nel primato dell’essere sulla coscienza, nel primo posto dei fattori reali della storia: si tratta quindi di un materialismo storico. “Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza”: la coscienza non è una sfera privilegiata della natura umana, ma è anch’essa un prodotto storico, dunque le idee sono un riflesso dell’attività economica e delle condizioni materiali di vita. Dunque le idee sembrano vivere di vita propria, ma non sono autonome, poiché dipendono dalle attività materiali e dalle relazioni sociali degli uomini. La coscienza è una realtà scissa dal corpo e dall’attività umana, e tale scissione deriva dalla divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. In ogni epoca le idee dominanti sono idee delle classi dominanti, e il cambiamento di tali idee deriva dai cambiamenti nei modi di produzione. I due elementi portanti della storia sono la struttura e la sovrastruttura:
- la struttura consiste nei mezzi di produzione, nel rapporto di lavoro, nell’economia vera e propria;
- La sovrastruttura è costituita dalla filosofia, politica, cultura, arte, letteratura;
La realtà storica e sociale dipende dalla struttura, al cui mutare, muta anche la sovrastruttura.
Per comprendere la società è necessario comprendere prima la struttura e poi la sovrastruttura, ovvero la cultura di una società, laddove nell’età moderna per cultura si intende non solo quella specialistica delle scuole, ma anche quella che riguarda i costumi, i modi di vivere, il folklore di un popolo, manifestazioni religiose e politiche, tradizioni ecc…
Struttura e sovrastruttura vanno di pari passo, non possono scindersi, altrimenti si fa ideologia (intesa con accezione negativa, porre su un piedistallo un’idea senza che essa abbia alcun riscontro con la realtà).

La lotta tra le classi
“La storia di ogni società fino ad ora esistita è storia di lotta di classi”: la lotta tra le classi è il filo conduttore della storia, poiché l’evoluzione è stata determinata dal susseguirsi delle classi sociali, ognuna delle quali ha annientato quella precedente, dominando sino a quando una nuova classe non avesse preso il sopravvento. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, in breve, oppressori e oppressi, sono sempre stati in contrasto ed hanno condotto una lotta terminata con una trasformazione rivoluzionaria della società. Ad esempio, la società borghese nacque durante il medioevo e assunse un’importanza tale da soppiantare la classe medievale. “Ogni classe è come uno stregone che evoca le forze della natura ma non è poi più in grado di controllarle”: i capitalisti, ingigantendo i mercati, sfruttando gli operai, dando origine a crisi economiche e licenziamenti, hanno dato vita ad una classe sociale caratterizzata da interessi e condizioni comuni, il proletariato, ma non sono stati più in grado di controllarlo. Essi hanno dato vita ai loro stessi seppellitori.

Critiche di Marx ed Engels
Nel Manifesto del partito comunista, Marx ed Engels criticano alcune forme di pensiero socialista:
- socialismo reazionario e feudale: costituito da aristocratici e dalla bassa borghesia rimossi dalle loro posizioni sociali, critica il capitalismo e propone il ritorno ad un’economia di tipo pre-borghese;
- socialismo conservatore e borghese: rappresentato da Proudhon, non vuole rovesciare il capitalismo ma soltanto migliorarlo attraverso una rete di cooperative;
- socialismo e comunismo critico-utopistici: rappresentati da Saint Simon, Fourier e Owen, denunciano le iniquità e le contraddizioni della società capitalistica e descrivono le conseguenze che lo sfruttamento capitalistico ha su uomini, donne e bambini, senza comprendere però le cause della lotta tra le classi sociali e senza offrire prospettive credibili per il superamento di questo sistema economico.

“Il capitale”
Ne “Il capitale” Marx analizza il funzionamento dell’economia capitalistica, proponendone uno studio scientifico in modo da poterne mettere in evidenza le contraddizioni e costruire una strategia politica rivoluzionaria adeguata da contrapporre ad esso. Marx critica la teoria classica dell’economia politica, poiché considera le leggi del capitalismo “immutabili, naturali e immodificabili”, mentre egli sostiene, invece, che il capitalismo è un prodotto storico, è connesso cioè al contesto storico in cui si sviluppa, e dipende quindi da leggi sociali e non eterne. Attraverso la comprensione delle strutture e dei modi di funzionamento della società capitalistica è possibile comprendere anche le società del passato. Marx inverte quindi il rapporto tra passato e presente: ad esempio, l’anatomia dell’uomo permette di comprendere l’anatomia della scimmia e non viceversa. Inoltre Marx, nella sua opera, elogia da un lato la società borghese, che è stata capace di effettuare il passaggio dalla società feudale a quella capitalistica, ha creato un commercio ed un economia moderni, mentre dall’altro la critica in quanto è errato il suo modo d’agire nei confronti del proletariato.

Marx definisce il sistema capitalistico come “produzione e scambio di beni”, “immane raccolta di merci”. Tali merci possiedono un valore d’uso, che dipende dalla loro capacità di soddisfare le necessità dell’uomo, e un valore di scambio, che dipende dal tempo di lavoro impiegato per produrle. La merce-lavoro è l’unica merce che, una volta consumata, è in grado di produrre più di quanto è venuta a costare; dunque il suo valore d’uso è superiore al valore di scambio. Una volta prodotte, le merci vengono scambiate sul mercato in base alla quantità di forza-lavoro incorporata in esse e grazie alla mediazione del denaro. Le merci sembrano così vivere di vita propria, dando luogo a un rapporto sociale tra oggetti al punto da poter parlare di feticismo delle merci. Il Capitale è la somma complessiva di denaro di cui una società capitalistica dispone e che ha accumulato grazie a vari fattori, tra cui la circolazione delle merci, il passaggio dalla società feudale a quella capitale, l’imprenditoria. Esso si suddivide in capitale costante (utilizzato per l’acquisto e la manutenzione dei macchinari, per le materie prime, per la costruzione di edifici, ecc…) e capitale variabile (utilizzato per pagare i salari e per la compravendita della merce-lavoro).
Nella società precapitalistica vigeva la formula MDM (merce/denaro/merce), in base alla quale la merce che il contadino o l’artigiano possedeva veniva venduta e, grazie al denaro intascato, era possibile acquistare altre merci, senza che vi fosse però un accumulazione di denaro.
Nella società capitalistica, invece, vale la formula DMD (denaro/merce/maggior denaro), in base alla quale il denaro che si possiede viene investito nell’acquisto di merce (merce inerte nel caso delle materie prime, merce-lavoro nel caso degli operai) che, una volta venduta ad un prezzo più alto, permette di ricavare una quantità di denaro maggiore rispetto a quella iniziale.
Ma il profitto, ovvero il guadagno totale del capitalista, non dipende soltanto dalla differenza di prezzo tra la materia prima da lavorare (il cui valore può variare in base alle differenti epoche storiche e alla disponibilità materiale) e il prodotto finale, ma anche dal plusvalore, ovvero da una quantità di denaro ottenuta illecitamente a discapito del singolo operario. Il proletario che lavora nelle industrie e che mette a disposizione la propria forza fisica e/o intellettuale, non è più uno schiavo come nel caso della servitù della gleba, ma è libero, ed oltre alla prole possiede anche una forza-lavoro che mette per un certo tempo a disposizione dei capitalisti in cambio del salario. Ma il salario dell’operaio non è equivalente alle sue ore di lavoro: sino ad un certo punto della giornata, infatti, le ore vengono retribuite in maniera proporzionale al lavoro compiuto, ma dopo l’operaio continua a lavorare senza più essere retribuito. Nasce così il plusvalore, ovvero quella quantità di denaro che il capitalista guadagna non per mezzo di un lavoro o di un investimento, ma per mezzo della sua posizione di comando rispetto all’operaio. Si tratta dunque di un plusvalore illecito. Il plusvalore si basa sul capitale variabile, poiché minori sono le spese, maggiore sarà il plusvalore. Esso si distingue in plusvalore assoluto (ottenuto prolungando al massimo la durata della giornata lavorativa) e plusvalore relativo (ottenuto riducendo la parte della giornata lavorativa retribuita e intensificando la produttività attraverso la divisione e l’organizzazione del lavoro e attraverso lo sviluppo tecnico). Non sempre materia prima e merce-lavoro sono disponibili o facilmente reperibili: ciò portò i capitalisti ad esplorare nuovi territori ricchi di materie prime e di schiavi per importarli nei loro Paesi, alimentando così l’imperialismo e il colonialismo (dapprima in Inghilterra, poi in Francia e in Germania) e creando una concorrenza volta a reperire merci al prezzo più basso possibile.

La rivoluzione
Per Marx il problema del capitalismo è così grave che porterà la società capitalistica a morire di morte propria, causando cioè la sua stessa fine, e a dar vita alla dittatura del proletariato. L’estinguersi di questa società sarà dovuto alla concorrenza sul mercato e all’aggiornamento del capitale costante.
La necessità di capitale costante continua ad aumentare a causa degli investimenti in macchinari sempre più perfezionati, così che i costi per l’acquisto dei macchinari eccedono i benefici prodotti dai macchinari stessi. I capitalisti cercano di rimediare a queste spese aumentando lo sfruttamento, riducendo ulteriormente i salari, cercando nuovi mercati in aree geografiche differenti, acquistando all’estero materie prime ad un prezzo più basso. Poiché non vi è ancora un preciso piano economico da seguire, il mercato e le industrie sono caratterizzati dal disordine e da un’anarchia produttiva. Spesso avviene che molta merce prodotta non può essere acquistata dai consumatori e così si verificano delle crisi di sovrapproduzione che portano il capitalista a ridurre la produzione e a licenziare operai. Da queste condizioni riprende un nuovo ciclo di sviluppo che durerà sino alla prossima crisi. La successione di tali cicli di sviluppo e crisi sempre più distruttive porterà ad una crollo definitivo del capitalismo e ad una nuova forma di proprietà, la proprietà sociale, in cui il possesso della terra e dei mezzi di produzione saranno collettivi e non più privati. La nuova classe dominante non prenderà il posto della classe borghese, se non provvisoriamente, poiché non vi sarà più nessun dominatore e nessun dominato, non esisterà più lo Stato né la suddivisione in classi sociali. Tale rivoluzione sarà mondiale, poiché mondiale è diventato il mercato, e si verificherà soltanto quando il proletariato -parlando in termini hegeliani- avrà preso coscienza di sé, della sua identità e dei suoi interessi. Essa avverrà in maniera graduale, innescando una lotta contro la classe borghese sino a quando non verrà strappato ad essa l’intero capitale e i mezzi di produzione.

La teoria di Marx potrebbe essere definita anarchica, ma in realtà non lo è in quanto le soluzioni di Marx passano attraverso il capitalismo e il proletariato, mentre il concetto di anarchia è generico e riguarda più che altro contadini e braccianti agricoli. La proposta avanzata da Marx deve concretizzarsi attraverso la lotta, ma il ricorso alla violenza non è necessario in paesi come l’Inghilterra, più propensa al dialogo e ad adeguare le scelte politiche alle richieste di lavoro per evitare lo scontro. In Francia, invece, e in altri Paesi, non fu possibile una politica così “malleabile” come quella inglese.
Marx non considera il comunismo come “un ideale cui la realtà debba conformarsi”, ma come “il movimento reale che abolisce lo stato presente”; esso sorge quando le strutture materiali della società capitalistica iniziano a costituire un ostacolo allo sviluppo ed è l’unica forma sociale capace di restituire l’uomo a se stesso. Sbocco inevitabile dello sviluppo della società capitalistica, il comunismo dovrà corrispondere ad una fase storica di sviluppo nella quale si abbia un aumento della ricchezza, poiché esso non potrà essere una condivisione della miseria. Il comunismo dovrà quindi portare ad un benessere generalizzato. Ne “La critica del programma di Gotha” Marx descrive per sommi capi la società comunista, ma prima ancora quella socialista, nella quale il lavoratore riceverà in proporzione a ciò che avrà dato alla società. La situazione cambierà soltanto in seguito.

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