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L'esistenzialismo negli anni Quaranta

Introduzione
Dopo la seconda guerra mondiale, l'esistenzialismo emerse come uno dei riflessi più fedeli e come una delle manifestazioni più autentiche della situazione di profondo disorientamento ed incertezza che stava vivendo la società e la cultura europee, segnate profondamente dalle distruzioni materiali e spirituali della guerra e avviate ad un processo di difficile ricostruzione, soprattutto in ambito morale ed etico. La cosiddetta “letteratura esistenzialistica”, che vede in Jean-Paul Sartre il suo principale interprete, rappresenta il trait d'union tra la situazione contingente e le forme concettuali del pensiero esistenzialista che erano state elaborate nei due decenni precedenti. Si trattava di una letteratura volta in primo luogo a descrivere le situazioni umane che recano più visibili tracce del carattere radicalmente problematico dell'uomo stesso, sottolineando perciò le vicende più meschine e meno rispettabili, dolorose o peccaminose, l'incertezza della progettualità (buona e cattiva), l'ambiguità infine del bene stesso che talvolta sfocia nel suo esatto contrario. Sono tematiche che ricorrono anche nell'opera di Simone de Beauvoir, nonché in quella, molto forte ed originale, di Albert Camus (1913-1960): egli, ne Il mito di Sisifo (1943), ha visto nell'eroe mitologico l'emblema del carattere assurdo dell'esistenza umana, sospesa tra l'infinità delle aspirazioni e la finitezza delle possibilità, e culminante nella vanità di tutti i suoi sforzi. Nel successivo L'uomo in rivolta (1951) descrisse nei suoi vari aspetti la “rivolta metafisica” intesa come “il movimento per il quale un uomo si erge contro la propria condizione e contro l'intera creazione”. L'uomo in rivolta è il simbolo di un nuovo individualismo per il quale il “noi siamo” sta a significare la difesa della comune dignità umana; una difesa che d'altra parte respinge qualsiasi ipotesi di matrice assolutistica.

Per quanto riguarda due dei principali esponenti del pensiero esistenzialista prebellico, va sottolineato che né l'ontologia di M. Heidegger né la filosofia della fede di K. Jaspers possono essere ricondotte nei quadri del pensiero esistenzialistico, pur presupponendone o utilizzandone motivi e conclusioni.

Jean-Paul Sartre
L'esistenzialismo di Sartre (1905-1980) rappresenta il fenomeno tipico del periodo seguente la seconda guerra mondiale. Egli è stato un autore eclettico e poligrafo, spaziando in molteplici generi letterari, dal saggio filosofico a quello letterario, dal romanzo (L'età della ragione, 1945; La morte nell'anima, 1949; La nausea, 1938) al teatro (Le mosche, 1943; A porte chiuse, 1945; Le mani sporche, 1948), dal pamphlet politico (L'antisemitismo, 1946) alle opere di impianto squisitamente filosofico (L'immaginario, 1940; L'essere e il nulla, 1943; L'esistenzialismo è un umanismo, 1946). Nella sua infaticabile attività di pensatore, se inizialmente riprende dalla fenomenologia di Husserl l'idea di intenzionalità della coscienza, ne nega, però, recisamente i presupposti soggettivistici insiti in questo concetto: il mondo non è riducibile all'attività e ai meccanismi di funzionamento della coscienza. Essa è sì apertura al mondo, tuttavia quest'ultimo non è riducibile all'esistenza e se l'uomo non riesce a trovare più alcun scopo, allora il mondo stesso diviene privo di senso. L'esperienza della nausea svela appunto il carattere gratuito della realtà e dell'uomo ridotto a cosa e sommerso nelle cose: la coscienza, che rappresenta il “per-sé”, sta di fronte alla realtà, all'“in-sé”, come possibilità, e la possibilità non è realtà. La coscienza è dunque piena libertà. Infatti l'uomo, una volta gettato nella vita, è responsabile di tutto ciò che fa, del progetto fondamentale, vale a dire della sua vita: egli si sceglie, la sua libertà è incondizionata e l'esperienza che ne fa genera angoscia, perché l'uomo costituisce l'essere per cui tutti i valori esistono. Ne L'esistenzialismo è un umanismo, Sartre riafferma non soltanto la completa libertà dell'uomo, “demiurgo” del suo avvenire, ma anche la sua totale responsabilità e il suo essere-per-altri, che implica una pariteticità tra la libertà del singolo e quella degli altri.

Maurice Merleau-Ponty

Molto attento agli sviluppi degli studi della psicologia scientifica, in particolare del comportamentismo, e della biologia, Merleau-Ponty (1908-1961) pose come tema centrale della propria riflessione il rapporto tra coscienza e mondo. Nell'arco delle sue opere (La struttura del comportamento, 1942; La fenomenologia della percezione, 1945; Umanesimo e terrore, 1947; Senso e non senso, 1948; Le avventure della dialettica, 1955; Segni, 1960) egli ha delineato un rapporto di opposizione funzionale (non sostanziale) tra anima e corpo, in quanto lo spirito non utilizza il corpo, come vorrebbe lo spiritualismo, ma si fa attraverso di lui. Una relazione analoga intercorre tra uomo e mondo: l'uomo non è infatti soggettività oziosa, sguardo disinteressato, è invece presenza attiva nel mondo e verso gli altri. La percezione delimita e costituisce il mondo intersoggettivo (nella cui analisi diventa centrale il concetto di corpo): essa apre sempre nuovi angoli di visuale, lasciando il significato delle cose e del mondo stesso in continuo mutamento e permanente ambiguità. Diversamente da Sartre, Merleau-Ponty, che non condivideva né il rilievo accordato dalla psicoanalisi alla sessualità né dal marxismo all'economia, colloca l'uomo in uno stato di libertà condizionata dal mondo in cui vive e dal passato che ha vissuto, poiché l'uomo ha una sua struttura psicologica e storica e poiché è mescolato in modo inestricabile al mondo. Un mondo che è ben lungi dall'esser dominato dalla legge dialettica: esso è invece un sistema aperto ed incompiuto, sostanzialmente contingente.

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