Ominide 635 punti

Martin Heidegger

E' uno dei pensatori più influenti del 1900, il più dibattuto e criticato, rappresentante più esemplare della filosofia continentale. La prima fase della sua riflessione ("Essere e tempo", 1927) sembrava collocarlo nel movimento di pensiero dell'esistenzialismo, che prende le mosse dalla riscoperta del pensiero di Kierkegaard. In realtà Heidegger non volle mai essere considerato un esistenzialista e reagì polemicamente, spiegando come la sua impostazione fosse lontana da quella degli esistenzialisti. Tuttavia l'unica parte del suo capolavoro che completò è occupata dall'analitica esistenziale che è una riflessione sulle strutture essenziali dell'esistenza umana. Infatti, proprio per questo motivo Heidegger può essere inserito nell'ambito dell'esistenzialismo.
Nella seconda fase della sua riflessione, Heidegger ragiona soprattutto sulla problematica ontologica. Su Heidegger c'è un'altra questione storiografica che non ha un carattere teoretico, bensì storico, riguardante la sua adesione al nazismo. Heidegger nacque nel 1889 a Messkirch da una famiglia molto umile: il padre era artigiano e sagrestano, la madre aveva radici contadine. Si procurò borse di studio fino al conseguimento della laurea in filosofia durante gli anni della Prima Guerra mondiale. Ad influenzare Heidegger furono gli insegnamenti di Husserl, principale esponente della fenomenologia, nonché suo professore. Durante gli anni '20 Heidegger insegna all'università di Marburgo ed ha come allievi alcuni dei più importanti esponenti della filosofia novecentesca: Gadamer, Lowith, Jonas e Hannah Arendt. Quest'ultima, in particolare, è importante per l'elaborazione delle sue tesi filosofiche e perché ne è l'amante, mantenendo con l'amato un intenso scambio epistolare per tutta la vita. Ciò che accomunava questi allievi è che molti di essi erano ebrei e quello che accade a Heidegger negli anni Trenta fu un vero trauma. Infatti, nel 1933 fu eletto direttore dell'università di Friburgo: qui pronunciò un discorso nel quale dichiarava la propria adesione al nazismo, che rimaneva esplicita per almeno un anno. Dopo di che, nel 1934, lasciò il rettorato e si distaccò dalle posizioni naziste pur non distaccandosi dal regime. Nel 1936 fa un viaggio a Roma, dove incontra Lowith che nutriva una grande stima per il maestro. Tuttavia Heidegger si presenta con lo stemma del nazismo e Lowith vi rimase molto male. Dopo la guerra Heidegger fu processato ed escluso per diversi anni dall'insegnamento universitario.

La prima fase del pensiero di Heidegger ha il suo culmine nell'opera del 1927, "Essere e tempo", tuttavia incompleta: egli affermava che gli era mancato il linguaggio volendo intendere che non era possibile sviluppare il piano dell'opera e da qui l'esigenza di una svolta. A questa fase appartengono diverse opere; l'ultima è un'intervista lasciata ad un giornale nel 1967 che Heidegger concede ma con l'obbligo di non pubblicarla prima della sua morte, e che ha il titolo "Ormai solo un dio ci può salvare". Il suo capolavoro uscì nel 1927, dal quale scaturì un equivoco: l'attribuzione di Heidegger alla corrente dell'esistenzialismo. La domanda da cui partì Heidegger era quella ontologica, che riguarda l'essere e il suo senso. Heidegger affermava che nel domandare si distinguono l'oggetto della domanda (essere) e ciò a cui la domanda si rivolge, e colui che si pone la domanda è importante per la risposta che viene data. La domanda sul senso dell'essere si converte in indagine su colui che si pone questa domanda, ossia l'uomo, il cui modo di essere consiste, quindi, nel porsi questa domanda. Heidegger non chiama l'uomo "uomo" ma lo designa con il termine dasein, cioè "esserci". Ciò vuol dire che l'uomo si trova sempre in situazioni: non come essere astratto, ma all'interno di un contesto (storico, ambientale). Così si parla di analitica esistenziale (metodo fenomenologico) perché la domanda ontologica va a confluire su colui che si pone la domanda e sulla sua esistenza, sulle sue caratteristiche strutturali.
Per Heidegger bisogna comprendere il rilevarsi dell'essere e indagare sulle strutture dell'esistenza. La prima caratteristica dell'esistenza è la possibilità di entrare in relazione con l'essere, fermo restando che è il proprio essere, l'essere dell'essere. La seconda caratteristica rinvia a Kierkegaard, ossia l'esistenza è possibilità: al contrario delle cose, che sono "semplici presenze", la caratteristica dell'uomo è quella di proiettarsi al di là rispetto alla sua condizione. Per Heidegger l'esistenza è "ex-sistere", venir fuori da una condizione originaria e costruire altri percorsi. Heidegger dice che l'esistenza è "pro-getto", cioè gettarsi verso nuove possibilità.
Quindi l'uomo è un essere nel mondo (Heidegger usava i trattini tra le parole per le espressioni che indicano determinazioni strutturali), cioè sta in rapporto con le cose che gli stanno attorno. Questo rapporto non è semplicemente un constatare l'esistenza delle cose, ma è un prendersi cura delle cose nelle modalità del progetto e della trascendenza. Le cose sono strumenti per la costruzione del nostro progetto di vita ("le cose si danno sempre come utilizzabili"). E noi, proprio perché le utilizziamo, non vediamo le cose in quanto singoli enti: delle cose abbiamo sempre una visione ambientale preveggente (cioè visione d'insieme) perché siamo guidati dalle precomprensioni o pregiudizi (Heidegger sottolinea l'inevitabilità dei pregiudizi e intenderli in senso neutro è un fatto pressoché naturale). Heidegger afferma che la nostra attività conoscitiva si svolge come un circolo ermeneutico. La conoscenza avviene sulla base di precompresioni e sul confronto tra precomprensioni e ambiente circostante, sul quale le precomprensioni vengono confermate. Inoltre se le cose sono utilizzabili, vuol dire che hanno lo statuto dei segni, ossia rimandano a qualcos'altro. Quindi la mondità del mondo sta nel fatto che il mondo è una totalità di rimandi: la significatività è la vera struttura del mondo. Il mondo sta prima delle singole cose e l'uomo sta prima del mondo perché è colui che conferisce significato. Heidegger distingue tra una comprensione ontologica, che riguarda l'essere, e una comprensione esistentiva (o ontica), che riguarda i singoli individui.
L'esserci incontra le cose e vi si accosta in quanto utilizzabili. L'essere nel mondo è un essere tra gli altri e di questi altri l'esserci ha cura (infatti la relazione con il mondo è costitutiva dell'esserci). La comprensione di questa condizione può essere autentica o inautentica: quella inautentica è quella che ha come punto di partenza gli altri; quella autentica ha come punto di partenza se stessa. La forma inautentica è tale perché, adeguandosi al mondo, è anonima e prende la forma del "man", cioè del "si" (particella riflessiva), quindi parla "come si parla", agisce "come si agisce", ragiona "come si ragiona", e così via. Essa assume inoltre come modello ciò che fanno tutti. Quindi ha un'esistenza conformistica e inautentica, le cui manifestazioni sono un linguaggio che rimane alla superficie (chiacchiera) e un indagine del mondo superficiale (semplice curiosità). Chiacchiera e curiosità determinano l'equivoco. L'esistenza inautentica è quella più diffusa ed è la principale delle possibilità che si offre agli uomini, alla cui base c'è la deiezione, cioè la degradazione dell'uomo allo stesso livello delle cose (cosa fra le cose). Ciò avviene perché l'uomo è un essere gettato, che si trova al mondo: ognuno di noi si trova nella condizione in cui nasce e poi, a partire da questa gettatezza, l'uomo si fa "pro-getto", nonché costruttore della propria vita.
La totalità delle determinazioni dell'esserci e dell'uomo viene individuata nella Cura. Ma esiste una modalità di esistenza autentica? Secondo Heidegger, l'unico modo per approdare ad una esistenza autentica è quella di considerare, fra le diverse possibilità, quella più personale. L'unica possibilità che è certa, incondizionata e propria dell'uomo, è la morte. Infatti, nessuno ce la può stornare; è sempre una possibilità che non è mai per noi realizzata, perché quando c'è, non ci siamo noi; è incondizionata perché il suo incombere su di noi non è determinato da nessuno; è la più propria perché nessuno muore allo stesso modo degli altri ed è quella che ci appartiene secondo una modalità nostra. Quindi l'esistenza autentica si dischiude nel momento in cui ci rendiamo conto dell'esistenza e delle caratteristiche della morte e quindi viviamo non tentando di escluderla, ma includendola nella nostra esistenza, cioè divenendone consapevoli. Nel momento in cui arriviamo a questa consapevolezza, ad essa si accompagna una totalità emotiva che è l'angoscia che Heidegger definisce nei termini di Kierkegaard: angoscia come ciò che scaturisce dal porci di fronte al nulla (l'angoscia è indeterminata). Quindi l'uomo si fa essere per la morte e si trova nella situazione emotiva dell'angoscia, che è dunque legata al nulla. E questo perché noi siamo gettati nel mondo, non deriviamo la nostra esistenza da alcun disegno ma siamo fondamento di noi stessi (fondamento fondato sul nulla).
Non appartenendo ad alcun senso complessivo, noi siamo rimessi a noi stessi. Questa è una prima modalità di presenza del nulla; l'altra è data dal fatto che l'uomo, avendo molteplici possibilità, nel momento in cui ne sceglie una, annulla tutte le altre, le vanifica e per questo è immerso nel nulla. Il progetto, in quanto gettato, è nullo proprio in quanto selezione e annullamento di possibilità. Perciò la Cura esprime il nullo essere fondamento di una nullità. Heidegger afferma che l'esserci, attraversato da questo nulla e richiamato ad esso, deve compiere una decisione anticipatrice della morte, che ha una duplice valenza: una è la consapevolezza della negatività propria dell'esistenza, l'altra è che il vivere consapevoli della presenza della morte possibilizza le possibilità, ossia svela tutte le specifiche situazioni in cui ci troviamo come qualcosa che è attraversato dall'incertezza. Questa consapevolezza relativizza tutte le circostanze in cui ci troviamo nel corso della nostra esistenza.
La riflessione sull'esistenza autentica approda a definire la cura come l'essere dell'esserci e a individuarne il senso nella temporalità. Tramite la decisione anticipatrice riguardo la morte, che si realizza nell'attimo, le tre dimensioni del tempo vengono fuse insieme perché si richiama il futuro e questo evento illumina anche il nostro passato e il nostro presente. Le tre dimensioni del tempo corrispondono all'esser gettato nel mondo (passato), al progetto (futuro) e alla deiezione (presente/decadimento a livello delle cose). L'esserci non è, non ha identità fin dall'origine. Per l'esistenzialismo "l'esistenza precede l'essenza": l'individuo non ha un'essenza pre-data ma la costruisce nel corso del tempo. Heidegger dice che l'esistenza autentica è destino, cioè l'esistenza apre alla consapevolezza di appartenere ad una comunità e alla sua cultura.

Registrati via email