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Gadamer: il circolo ermeneutico

La storicità del comprendere: dalla tradizione alla precomprensione

La filosofia di Gadamer parte dal concetto heideggeriano secondo cui ogni interpretazione è il frutto di una precomprensione ed è tutta incentrata sull'attività di definire l'ermeneutica filosofica, ossia la tecnica interpretativa nel senso greco del termine ma che con Gadamer assume una nuova accezione: diviene una vera e propria filosofia in quanto mostra come l'approccio con gli eventi reali non sia oggettivo e uguale per tutti, e quindi studia oltre che i metodi d'interpretazione, anche le teorie generali d'interpretazione ossia di come sia riuscita a riconoscere la storicità del comprendere. La comprensione quindi, non più come Heidegger, non può fare a meno del suo contesto culturale; o meglio, la coscienza di chi comprende si colloca sempre dentro un preciso orizzonte storico-culturale, col quale comunica attraverso il linguaggio, componente essenziale di un contesto. Il nostro modo di interpretare gli eventi è quindi necessariamente condizionato dalla nostra appartenenza ad una tradizione. Tale condizionamento della storicità è una ricchezza, in quanto potenzia di senso gli eventi che ci troviamo di fronte: garantisce cioè una precomprensione delle cose, ossia ci è possibile comprendere qualcosa solo perché disponiamo già di un'idea di quella cosa grazie alla tradizione. La precomprensione guida l'uomo nella comprensione senza esaurirla: se infatti la esaurisse non si comprenderebbe mai qualcosa di diverso da quello che già si sa. L'incontro con un testo da comprendere può confermare la nostra precomprensione oppure metterla in discussione, spingedoci a criticare le idee che avevamo.

Il circolo ermeneutico come processo per comprendere le tradizioni passate

Ciò che decidiamo di comprendere è il risultato di un'interpretazione basata su ciò che già conoscevamo prima di intraprendere la strada della comprensione. Tale comprensione è quindi il frutto di una dinamica circolare in cui la precomprensione condiziona l'interpretazione, e questa, a sua volta, modifica la precomprensione, conferendole significato. Si tratta del “circolo ermeneutico”, in cui l'interpretazione di partenza non è mai arbitraria, ma è il frutto di una precomprensione; è un processo infinito e aperto, poiché ogni nuova interpretazione diventa la precomprensione dell'interpretazione successiva: alla comprensione ultima non si giunge mai. Tale processo circolare è caratteristico delle scienze storiche (Dilthey): quando interpretiamo i fatti passati infatti non possiamo prescindere dalle conoscenze in nostro possesso nel presente. Talvolta però, il tempo trascorso tra il presente linguistico, culturale di chi comprende un testo e il testo stesso genera una frattura nella tradizione, che secondo Gadamer, si può risanare attraverso un “progetto”, ossia un'anticipazione di senso in cui si intrattiene un rapporto con l'oggetto che sia o di familiarità o di estraneità. Il “progetto” si basa su un'integrazione, ossia un potenziamento di senso che può risultare peggiore (quando si eccede o nella familiarità o nell'estraneità) o migliore (quando si trova il giusto equilibrio tra le parti). Tale equilibrio, pur difficile da raggiungere, è sempre possibile poiché sia l'interprete che il testo appartengono alla tradizione e al linguaggio, cioè al peculiare orizzonte universalmente umano.

Il valore dei pregiudizi e dell'autorità: la conoscenza storica non può essere perfetta

L'intera tradizione è una rete di pregiudizi, ossia di giudizi che condizionano l'attività interpretativa, senza però impedirne la riuscita. Essi sono “conditio sine qua non” del processo interpretativo. Nel corso della filosofia precedente, come nel caso dell'Illuminismo, sono sempre stati ritenuti negativi in quanto ottenebravano le menti degli uomini portandole all'ignoranza e alla superstizione tralasciando la facoltà razionale insita nell'uomo. Per Gadamer, invece, i pregiudizi sono addirittura necessari per la comprensione (egli tra l'altro vede il superamento illuminista di tutti i pregiudizi esso stesso un pregiudizio). Opta quindi per una riabilitazione del pregiudizio, secondo cui un individuo necessariamente appartiene ad una tradizione storica e quindi non sarà mai in grado di elevarsi al di sopra di tutti i pregiudizi e di liberarsi di tutte le idee ereditate dal passato. Essi sono positivi poiché condizionano le interpretazioni portandole alla radice più primitiva delle cose, “pregiudizio” non equivale quindi a “falso-giudizio”. La distinzione tra i pregiudizi è:

• pregiudizi dovuto alla precipitazione, che dipendono da errori psicologici individuali;
• pregiudizi dovuti alla tradizione, che dipendono da ciò che impariamo nel contesto in cui viviamo;
• pregiudizi veri, che contribuiscono alla comprensione;
• pregiudizi falsi, che producono un fraintendimento.
Va riabilitata anche l'autorità, che Gadamer ritiene addirittura il frutto di un atto della ragione; essa si fonda su un riconoscimento, su un'azione della ragione stessa che, consapevole dei suoi limiti, concede fiducia al miglior giudizio degli altri. In particolare, tradizione e autorità sono alla base dell'atteggiamento storiografico, ovvero della consapevolezza che le concezioni umane si sviluppano sempre nel tempo e nello spazio entro i termini delle diverse culture umane. Si delinea a questo punto il confine insuperabile tra il metodo delle scienze dello spirito e delle scienze della natura, nel senso che le prime non ambiscono ad una conoscenza perfetta e definitiva del proprio oggetto, a differenza delle seconde. Non ha dunque senso parlare di “una conoscenza storica perfetta”, in quanto l'oggetto di una realtà storica si costituisce nel rapporto con chi ne ricerca il senso e tale senso non è mai un dato presupposto, oggettivo appunto.

Fusione degli orizzonti e storia degli effetti

Poiché non esiste un metodo di riferimento che possa essere adottato per raggiungere la verità nel campo della storia, allora il compito dell’ermeneutica diviene solo quello di chiarire le condizioni entro cui il comprendere si verifica, e non di far comprendere. Quando comprendiamo un testo non siamo immediatamente consapevoli dei pregiudizi e delle autorità che potrebbero intralciare il nostro lavoro e portarci a un fraintendimento; riconoscere però che la comprensione avviene sempre all’interno di alcune condizioni ci aiuterà ad evitare di assolutizzare le nostre conoscenze e ad aprirci a diverse interpretazioni, con uno sguardo diverso alle cose. Per poter vedere diversamente un problema, bastano in realtà un atto di “trasposizione” e uno di “innalzamento”: il nostro orizzonte è dunque anche l’orizzonte degli altri. Gadamer parla infatti di “fusione degli orizzonti” storici, ossia quello presente, in cui il processo interpretativo si attiva, e quello passato, in cui risiede il testo. A questa fusione degli orizzonti corrisponde una “storia degli effetti”: secondo Gadamer, infatti, ogni processo interpretativo produce alla fine una comprensione che a sua volta produrrà effetti sulle interpretazioni successive. Difatti, quando interpretiamo un testo, siamo influenzati dalle interpretazioni già passate che si sono date su quel testo, un evento storico quindi non giunge mai fino a noi nella sua purezza originale, ma attraverso le interpretazioni che ha ricevuto nel passato (storicità della coscienza).

Critica allo storicismo di Dilthey

Secondo Dilthey la distanza temporale tra interprete e testo è un ostacolo che va superato attraverso l’assunzione della stessa cultura dell’epoca di quel testo; per Gadamer, al contrario, tale distanza temporale non è un ostacolo bensì una risorsa in quanto soltanto attraverso un’interpretazione diversa da quella dell’epoca del testo è possibile perseguire una fusione di orizzonti.

Dialogo e linguaggio

Le scienze dello spirito, si basano quindi per Gadamer su una “logica della domanda e della risposta”: per comprendere il testo tramandato, lo storico deve cogliere in esso una risposta a una domanda che lo storico stesso dovrà formulare. Tale domanda si configura come un orizzonte, poiché tale domanda sorge come una necessità a cui ci si sottopone (Platone), apre quindi un dialogo, del quale non si sanno ancora i limiti. Chi domanda sa di non sapere (Socrate) e si sottrae ad ogni dogmatismo lasciando la parola al suo interlocutore, al testo. Tale dialogo è però possibile solo grazie all’esistenza del linguaggio, senza il quale non potrebbe mai esistere nessuna forma di conoscenza. Mediante il dialogo e il linguaggio gli individui possono entrare in sintonia tra di loro e partecipare alla ricerca di quella verità intesa come risultato del comprendere e dell’interpretare in comune.

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