Mongo95 di Mongo95
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Lo sviluppo della tecnica è un tratto caratteristico della società novecentesca e diventa tema fondamentale del pensiero filosofico. La presenza pervasiva di scienza e tecnica porta sicuramente benefici, ma è anche un limite alla creatività (spirito dionisiaco) umana. Di ciò si occupano i filosofi dell’esistenza. Esistenza che è divenuta “banale”, come afferma Heidegger. Altri, come Jaspers, parlano di “soffocante tristezza nei confronti di una società troppo ordinata e funzionante”. Gli esistenzialisti sono insoddisfatti di questa società, del “loro presente”. L’uomo è infatti un essere storico, legato al suo tempo, “gettato nel mondo”. Il mito di Sisifo per esempio, narra di un uomo costretto a spingere un pesante masso in cima ad un monte. Questo però poi rotolava sempre giù per la sua grande mole e Sisifo era obbligato a ripetere questa operazione eternamente. Nell’opera “Il mito di Sisifo” lo scrittore francese Albert Camus di che la vita oscilla appunto tra l’infinito delle aspirazioni umane e la limitatezza delle sue possibilità. Jaspers riprenderà tutto ciò, parlando di scacco e di naufragio, che rendono vani gli sforzi umani. L’esistenzialismo abbraccia un lungo periodo di tempo: nasce nel primo dopoguerra (Anni ’20), quando, oltre ai problemi dell’esistenza vi è anche la rinascita kierkegaardiana e schopenhaueriana. Questi due filosofi saranno da cardine per gli esistenzialisti. Japsers e Heidegger portarono avanti il loro pensiero in Germania. L’esistenzialismo proseguirà nel secondo dopoguerra grazie alle riflessioni del francese Sartre.

Heidegger
Discepolo del grande filosofo Husserl, da cui poi si discosterà. Scrive molto anche su Kant. Nel 1927 pubblica il suo capolavoro, cioè “Essere e tempo”. Nel 1933, all’inaugurazione dell’anno accademico, come rettore dell’Università di Friburgo pronuncia un discorso di stampo nazista che suscita aspre polemiche. Dopo poco dovrà dimettersi e non si dedicherà più alla politica. Nel 1937 avviene una svolta nel suo pensiero filosofico: il suo interesse non è più rivolto all’uomo e all’esistenza, ma soltanto al senso dell’essere.
Il fulcro del suo pensiero è “uomo è esistenza”. L’uomo è l’unico essere che si pone il problema dell’esistenza. Di esso però non si può avere una conoscenza dispiegata, ma soltanto allusioni, metafore, tutto espresso i linguaggio poetico. Heidegger si interroga sulla questione fondamentale della filosofia, cioè che cos’è l’essere, non inteso come l’essere di un ente empirico (come l’uomo), ma nei suoi tratti generali, come totalità. Perché esiste l’essere e non il nulla? L’importanza di questa domanda non risiede tanto nella sua annunciazione, ma nel fatto che immette in un altro ordine di pensiero che è memore dell’essere, va al di là dell’oblio in cui l’essere è caduto per colpa della tradizione metafisica. L’essere si configura come un’incognita, non viene mai definito in termini chiari e distinti. Si sottrae ad ogni definizione. Piuttosto esso si rivela nella sua “differenza ontologica”, cioè come “negazione dell’ente”, un qualcosa che lo trascende e che non potrà mai diventare oggetto della conoscenza dispiegata. L’essere non è un ente, ma è ciò che rende possibile l’apparizione della totalità degli enti: apertura, orizzonte, illuminazione, evento. La filosofia heideggeriana è “ontologica”, proprio perché ricerca soltanto il senso dell’essere, non vuole dargli definizioni scientifiche.

L’uomo possiede in sè il concetto stesso e fondamentale dell’esistenza: il “dasein”, l’esser-ci, l’essere qui. L’uomo si trova ad esistere, è stato gettato nel mondo, ma con una progettualità di base che lo differenzia dal mero esistere meccanico, automatico, delle cose e degli animali, che sono sempre quello che sono. L’essere umano non ha esistenza pre-determinata, ma libertà, possibilità, scelta. Egli si ricrea, si rigenera, cierca sempre situazioni nuove e sconosciute. L’uomo è insomma l’ente che si pone il problema dell’esistenza, che si interroga sulla vita, sulla morte, sull’essere, sul nulla. La scienza, invece, non sa parlare del nulla. Essa è conoscenza delle cose, nella loro essenziale dimensione naturalistica e quindi non ci può dire nulla circa l’essere e l’esistenza. Il metodo scientifico non è l’unica forma di pensiero rigoroso: la filosofia e la poesia hanno maggiore possibilità di decifrare qualcosa dell’essere e di interpretare la condizione umana.

L’essenza stessa della vita è il poter essere e essere nel mondo. Sono due concetti collegati: cioè che posso essere lo devo anche volere.
Essere nel mondo: la modalità del soggetto di rapportarsi con le cose e le persone, cioè gli enti inter- e intramondani. I modi fodamentali dell’esserci nel mondo sono:
1. Comprensione: il mondo si da a noi come una totalità strumentale, totalità di significati ed orizzonte di senso che rappresenta delle preconoscenze, (pre-nozioni e pre-requisiti). Ogni oggetto si richiama imprenscindibilmente (totalità strumentale) ad altri, nella struttura del rimando. Ogni oggetto poi mi manda dei segni (totalità di significati), che si presentano a me con valore, senso e significato. Essi li riesco a comprendere perché li inserisco, tramite rapporto duale, nel mio orizzonte di senso: l’uomo non è tabula rasa, ma possiede un’innatismo che, in un circolo ermeneutico mai concluso e mai definito si lega alla totalità dei significati (es: un libro non lo conosco pienamente se non comprendo la lingua in cui è stato scritto, se non lo so contestualizzare, etc. Ma, nel momento in cui lo leggo, ogni sua componente va ad arricchire la mia esperienza, il mio universo di senso).
2. Cura: la precomprensione è conoscitiva, ma anche affettiva. Nella quotidianità ordinaria, il vivere di tutti i giorni, l’elemento originario della vita dell’uomo, l’atteggiamento è quello di adesione acritica e spontanea all’opinione comune, dominante. Questa è una vita inautentica: non prendersi cioè la responsabilità del proprio agire e conformarsi, omologarsi. È la vita del “si impersonale”, l’uomo è dominato da alienazione e deiezione (caduta dell’essere nella banalità quotidiana). Il discorso lascia spazio alla chiacchera, in cui la divina meraviglia (stupore) di cui parlavano gli antichi scompare per lasciare il posto alla curiosità fine a se stessa. Nella vita inautentica la cura è quella di considerare le cose come utilizzabili, nella loro praticità, non nel significato intrinseco del valore, perdendo di vista i valori e scopi dell’esistenza.
Ma esiste un modo per passare alla vita autentica. Ciò avviene quando l’uomo è sopraffatto dall’angoscia, quando comprende il nulla della propria esistenza del mondo, quando capisce di essere un essere senza fondamento (in-fondato) che si trova ad esistere; a questo punto comprende l’impossibilità della realizzazione delle infinite possibilità, quindi capisce la propria finitezza costitutiva.
Allora si trova di fronte alla temporalità e alla morte.
1. Morte
Gli uomini tendono a non parlare della morte. Più che altro se ne parlano, parlano di quella degli altri. La morte è la possibilità più vera e certa, la possibilità più propria dell’essere. La morte si sottrae dalla vita inautentica del “si”. Quando l’uomo è colto dall’angoscia, e quindi può iniziare il percorso per passare alla vita autentica, può scegliere:
- la vita inautentica
- compiere il salto e scegliere se stesso
Quando l’uomo sceglie se stesso, porta su di se il peso della suo finitezza costitutiva. Questo avviene perché la morte “possibilizza le possibilità”. L’uomo deve ascoltare la voce della sua coscienza. Il male che ci attanaglia è dovuto al fatto che l’uomo è convinto di essere cosa tra le altre cose. In realtà però l’uomo è chiamato a scegliere e decidersi. Non dobbiamo vivere una vita deietta, ma avere un nostro pensiero. È la decisione che ci rende unici, ed e proprio perché la morte è talmente sicura che ci rende consapevoli della vita e delle sue infinite possibilità.
2. Temporalità
La decisione anticipatrice della morte ci unisce alla temporalità. Noi siamo necessariamente legati al tempo, non siamo mai atemporali. Ogni azione che compiamo passivamente è legata al tempo, ci riconosciamo come esseri gettai, ma sempre in una particolare situazione storica. Heidegger definisce la temporalità come senso dell’essere nell’esserci, il significato cioè che noi, esseri pensanti, diamo alla nostra vita. Tutte le strutture dell’esserci richiamano le situazioni temporali. Come la comprensione e la cura, che ci rimandano al futuro e alla progettualità che abbiamo nei confronti delle cose.
Ci sono diversi momenti del tempo:
1. la situazione affettiva: cioè l’angoscia che ci coglie. Essa ci rimanda al passato, capiamo che il nostro essere gettati è il nostro limite.
2. Deiezione: l’essere cosa fra le altre ci rimanda al presente nel momento in cui vivo una vita inautentica (omologata, conformata, alienata nella temporalità quotidiana)
3. Cura e comprensione: ci rimandano al futuro
Heidegger afferma tutto ciò andando contro la tradizione dell’occidente e della metafisica . Essa infatti considera l’uomo come animale razionale a cui tocca secondariamente l’esistenza, quasi come se l’esistenza fosse un accidente (accessorio). Il concetto della temporalità è evidente con il termine “dasein”, l’essere qui, in questo momento. È vero siamo stati gettati in questo mondo, ma sta a noi vivere una vita autentica.
Il 1937 è l’anno della svolta del pensiero filosofico di Heidegger. Si passa dall’analizzare l’ente allo studio esclusivo dell’essere. L’uomo, come ente, perde la sua centralità. L’essere è gettato in una serie continua di aperture, verso le cosa, verso gli altri, etc… L’essere riconosce e si ricostruisce continuamente. L’errore fondamentale, a suo dire compiuto nella prima fase del suo pensiero, è stato ricercare l’essere a partire dall’ente, trovando quest ultimo in Dio, nella natura, nella ragione.
Lo stesso Nietzsche, presentandosi come demolitore dei valori tradizionali, non ha voluto far altro che esaltare la creatività dell’uomo con la volontà di potenza. Ma cosa è essa, se non ulteriore esaltazione dell’ente? Heidegger riflette sulla tecnica. Essa è un destino inevitabile per l’uomo occidentale, che non sa stabilire con le cose altro che un rapporto di dominio e prevaricazione. La tecnica è un nichilismo compiuto, l’estremo dispiegamento della filosofia occidentale attraverso l’affermazione della volontà di potenza. L’uomo vuole rendere le cose “oggetto” della sua disponibilità e le manipola quindi in vista del proprio utile. Le cose sono “utilizzabili”. Se il nostro mondo è dominato dalla tecnica, lo si deve al fatto che in tempo lontani (Platone), si considerava l’uomo come dominatore della natura, assoggettatore e padrone del mondo. Ciò rappresenta appunto un considerare le cose come “utilizzabili”, nel loro significato pratico e dimenticandone i fini. L’uomo, dominato dal calcolo e dalla ragione strumentale ha dimenticato i valori e fini dell’agire. Questo negativo scenario causa un occultamento dell’essere. Se si chiede all’uomo contemporaneo che cosa sia l’essere, la risposta è “il nulla”, non lo sa. Ciò perché lo abbiamo ricercato in tanti enti, in tanti volti diversi, dimenticandolo.
Con la morte di Dio, l’essere ha abbandonato il mondo. Heidegger introduce il “tempo degli dei fuggiti”. Gli uomini non sono diventati irreligiosi, ma sono decaduti i valori dell’agire, perché la tecnica è divenuta troppo pervasiva. Il mondo non ha più senso, è senza fondamento: l’uomo ha i piedi penzolanti nel vuoto dell’abisso (Abgrund). Ma proprio quando sembra di aver toccato il fondo, il nulla, si risale. Esistono delle vie di liberazione che permettono all’essere di rapportarsi nuovamente positivamente alle cose e al mondo. È la pars construens del pensiero heideggerriano.
Come fare per scrollarci di dosso l’angoscia che ci pervade nell’epoca del nichilismo e della povertà del mondo? Non con la filosofia e la ragione, che ne sono in parte la causa. Dobbiamo invece metterci in ascolto dell’essere attraverso la parola cantata dai poeti. La tecnica è il destino dell’occidente (nichilismo heideggeriano) e dobbiamo percorrere fino in fondo la sua strada, giungere al nulla, perché poi è da qui che si dispiega l’essere.
La poesia rappresenta un essere che non viene sezionato attraverso categorie, classificato; ma vivo, puro, concreto, sacro. Così come la natura, liberata dalla tecnica, torna ad essere la terra sacra e felice cantata negli antichi miti. Nell’opera d’arte c’è l’esplicazione dell’essere, che è un donatore di senso: si trova in una determinata situazione storica, ma egli stesso apre orizzonti di senso e di significato. In questo senso è artista: come tale crea l’opera d’arte, la concretizzazione della verità. La poesia è l’essenza di tutte le arti, perché dona ruolo privilegiato alla parola. La nostra esperienza del mondo è linguistica. Il linguaggio è la casa dell’essere. Però esso è un puro strumento di comunicazione, un mezzo tecnicistico.
Quello per giungere all’essere è il linguaggio poetico, metaforico, simbolico. Proprio perché l’essere, a differenza dell’ente, non ha spiegazione dispiegata.
L’essere non è Dio, ne l’ente metafisico del mondo. Non è ne lontano, ne vicino all’uomo, lo trascende. Non essendo Dio, non è creatore, ne legislatore del mondo. Nemmeno il padre a cui rivolgersi in preghiera. Niente di tutto ciò che la tecnologia ci ha indicato come essere. Nel tempo degli dei fuggiti l’uomo deve mettersi in ascolto dell’essere attraverso il linguiaggio dei poeti, che ci presenta un mondo di mistero che è sacro. L’uomo comprende con la poesia. L’uomo deve farsi pastore dell’essere, prendersene cura, mettersi in ascolto della sua parola, che deve essere un pensiero simile alla poesia: un pensare-poetare che ci guidi verso la verità. In questo si ha il misticismo di Heidegger.

L’adesione di Heidegger al nazismo è un fatto inquietante che getta una luce sinistra sulla sua persona e sulla sua opera. La sua adesione è però temporanea e parziale, come un “incidente di percorso”, dovuto ad un errore di giudizio. Heidegger rimane sempre ostile ad alcuni dogmi di fondo del nazismo, quali il biologismo razzista e la concezione politica del sapere (il vero è ciò che risulta utile al popolo). Così come non condivide lo sterminio delle razze nocive e la fabbricazione di una razza di signori.

Jaspers
I primi studi saranno in medicina, diventa psichiatra. Per tutta la vita avrà quindi grande rispetto per la ricerca scientifica. La psichiatria non studia la malattia, ma l’essere umano che soffre. Decide quindi di dedicarsi alla filosofia. Mentre Heideggere “aderisce” al regime nazista, Jaspers lo condanna e per questo viene espulso dall’insegnamento. Inoltre aveva anche sposato un’ebrea, abbastanza quindi per essere considerato nemico del regime. Condusse sempre una vita precaria, anche per via di una malattia ai bronchi. È il pensatore che più si avvicina all’esistenzialismo religioso di Kierkegaard. Nella sua opera principale “Filosofia”scrive dell’esistenza come trascendenza. Riflette sul significato dell’esistenza umana, in particolare sull’esistenza del singolo nella sua individualità ed unicità. Studia i rapporti tra gli uomini, cioè come dovrebbe avvenire la comunicazione.
La prosa di Jaspers è scarna e asciutta, una filosofia semplice e priva di “inganni”, che invece deriverebbero da un linguaggio tendenzioso (metafora e simbolo), ricco di ornamenti retorici. Non c’è alcuna commistione tra filosofia e poesia. È diversa l’esperienza del poetare da quella del pensare. Quindi si hanno diverse modalità espressive.
I suoi interrogativi sono quelli tipici dell’esistenzialismo: che cosa è l’essere? Perché esiste e non c’è il nulla? Che cosa sono io? Queste domane lo pongono problematicamente di fronte alla realtà. Distingue la filosofia dalla scienza: quest’ultima non pone problemi ma osserva i fatti e li categorizza in maniera distaccata e oggettiva. Il suo compito è importante e utile, ma non è tutto. La filosofia invece si interroga sulla realtà e scopre un duplice modo di esistere: quello delle cose (posseggono l’essere ma non lo comprendono) e quello mio (si interroga, riflette), a cui l’essere delle cose/enti si pone. “Per quanto io mi possa trasformare in oggetto per me stesso, resto sempre un esser-o, essenzialmente diverso dalle cose nel mio modo di essere”. In questo “essere me stesso” però si avverte una perenne insoddisfazione, tipica dell’essere umano, che tende ad andare al di là dei suoi limiti, abbracciare un orizzonte sempre più ampio, impossibile per la situazione in cui ci troviamo gettati. Quando si crede di aver raggiunto questo limite, esso si sposta più in là. Come un fronte mobile che si sposta in avanti. Si può migliorare la proprio condizione, arricchire il proprio sapere (con l’aiuto di scienza e filosofia), ma non si potrà mai abbracciare l’essere.
Un modo però c’è, nel momento della riflessione su se stessi, un processo di autoriconoscimento in cui le scienze non sono più di aiuto, ma solo la forza della filosofia che è clarificatrice per la mia personale, unica e irripetibile condizione. Il linguaggio della scienza è diverso dal linguaggio della filosofia. Quest’ultima non segue un metodo dimostrativo, non arriva a conclusioni di carattere universale e generale. Non arriva ad un sistema ma procede per riflessioni interiori, individuali.
L’esistenza è libertà. L’uomo è ciò che sceglie di essere. È una libertà “condizionata” (incompleta), limitata dall’essere storico, gettato in una certa situazione. La libertà ci destina allo scacco e al naufragio, cioè l’impossibilità di abbracciare l’essere, una prospettiva che è la situazione in cui mi trovo ad esistere, che però non ho scelto.
“Se l’uomo è fondamentalemente libertà di scelte, egli di fatto non può che scegliere se stesso e cioè la situazione in cui è gettato. Scegliere altro a quello che si è significa tradire se stessi. Io non posso rifarmi da capo e scegliere tra l’essere me stesso e il non essere me stesso, come se la libertà fosse davanti a me solo come uno strumento. Ma in quanto scelgo sono, se non sono non scelgo. Io sono in una situazione storica, posso appartenere solo ad un unico popolo, avere questi genitori ed amare quest’unica donna: occorre accettare il destino cui si è consegnati” (essere storico).
L’essere-in-sé è irraggiungibile, mi permena ma non lo posso afferrare. Di fronte alla transcendenza dell’essere e alla relatività dell’essere umano, non ci resta che cogliere le fragili forme in cui si manifesta l’essere: il simbolo e la cifra.
L’esistenza è ricerca dell’essere, ma l’essere non è una possibilità dell’esistenza. Ciò che l’esistenza raggiunge non è l’essere, mai, che resta oltre l’orizzonte transcendente di tutto ciò che può essere. È un essere come trascendenza che non può essere ottenuto con la ricerca umana.
La trascendenza però può essere sperimentata nella sua presenza all’esistenza umana: tramite la cifra, il simbolo. Una cosa, una persona, una dottrina, una poesia, etc, possono valere come cifre o simboli della trascendenza. Ma tutti questi elementi valgono come tali solo se li interpreto. Io però posso interpretarli soltanto sul fondamento di ciò che io stesso sono, quindi ogni cifra interpretata dall’esistenza è una conferma del fatto che l’esistenza può essere soltanto quella che è. Il simbolo e la cifra, che utilizzano il rinvio e l’allusione al nascosto, al non-detto (al simbolico) per manifestare uno sfondo che non potrà mai venire completamente esplicitato. La cifra è l’essere che porta la trascendenza alla presenza, senza che la trascendenza debba diventare un essere oggettivo. Essa rappresenta un elemento di mediazione tra il visibile e l’invisibile, permette all’invisibile di farsi presente nel visibile nel modo dell’allusione, del rimando al “non detto”.
La trascendenza si rivela anche nelle “situazioni-limite”: situazioni immutabili, definitive, incomprensibili, nelle quali l’uomo si trova come di fronte ad un muro, contro il quale urta senza speranza. Trovarsi in tali situazioni significa “non poter non”. Esse rivelano l’impossibilità costitutiva dell’esistenza. La trascendenza è l’impossibilità umana di superare le situazioni limite. Il suo segno più certo è lo scacco, che l’uomo subisce quando tenta di superare queste situazioni. Lo scacco è il simbolo supremo.
Nel naufragio totale l’uomo può solo scegliere la rassegnazione e il silenzio. In tal modo però trova una pace che non è illusoria, ma si fonda invece sulla certezza dell’essere che si è rivelato nella sua necessità. La fede (la fiducia, il credere in) è una via d’accesso all’essere trascendente. Non si identifica però con alcuna religione.
L’accettazione del carattere soggettivo e individuale dell’esistenza e della ricerca della verità di ogni uomo avrebbe potuto portare Jasper nelle secche dello scetticismo e del relativismo. Ma lui sempre li disprezza. Sviluppa una riflessione piuttosto originale sulla comunicazione:
la verità non la possiamo trovare né con la scienza, né al di fuori di noi, ma nella nostra esperienza individuale. In questa riflessione scopriamo che gli altri sono come noi: le loro verità non sono sempre opposte alle nostre, ma spesso complementari.
La comunicazione non è un semplice passaggio di informazioni, ma un qualcosa di più profondo. Non è un rapporto di muta immedesimazione e unione, ma sollecita sincerità reciproca. Il peccato è l’”interruzione”, il ritirarsi attestandosi sulla propria qualità e trincerarsi nelle proprie ragioni senza più dare ascolto. Il rapporto a due, la relazione tra un’esistenza ed un’altra stride con la società omologata, conformata, assoggetata al potere carismatico di un capo. Il momento informativo è poco importante, così come la fusione e l’immedesimazione delle opinioni. Ciò che conta è la consapevolezza dell’alterità e il rispetto compreso nella diversità.

Sartre
Nasce a Parigi, esponente più rappresentativo dell’esistenzialismo francese. Compiuti gli studi liceali, si iscrive alla scuola Normale Superiore di Parigi, dove conosce la donna della sua vita, Simoen de Beauvoi (la quale applica le categorie dell’esistenzialismo all’universo femminile). Segue inizialmente la fenomenologia di Hussler e poi l’esistenzialismo di Heidegger. Partecipa alla Seconda Guerra Mondiale, viene internato in un lager e nel 1941 torna in Francia e si impegna nella Resistenza. Diventa poi punto di riferimento per la cultura del dopoguerra, ma anche dal punto di vista sociale e politico.
L’esistenzialismo sartriano assume connotazione atea/laica. I problemi esistenziali non sono ricercabili al di fuori di sé, ma la loro soluzione deve venire dall’uomo stesso. È immanentistico, umanistico. Le domande che muovono il filosofo sono quelle tipiche degli esistenzialisti tedeschi. Sartre parte dall’analisi della coscienza sulla scia della fenomenologia di Hussler: l’Io è un essere del tutto particolare, la sua particolarità consiste nell’essere coscienza di qualche cosa a lui esterna, cioè la consapevolezza di ciò che lo circonda. La coscienza non può essere posta dal nulla perché è il mio Io. È proprio questo che contraddistingue la coscienza dell’essere per sé (trasparenza a se stessa, l’uomo ha consapevolezza del suo essere, senza il riconoscimento da parte delle cose) dall’essere delle cose (in sé), oggetti immutabili. La coscienza costruisce continuamente se stessa, annullando e trascendendo i dati di fatto.
Approfondendo l’analisi, Sartre afferma che la coscienza ha la capacità di trascendere, di andare al di là di ogni situazione esistente in cui si trova. Non vede determinazione, perché la coscienza è libertà. Essa è il nulla: nullifica la situazione, l’esistente, in cui si trova per determinarne altre migliorative. Riprogettarsi.
Non abbiamo scelto di essere gettati in questo mondo, ma abbiamo responsabilità nel nostro agire (per esempio: in guerra, è sempre la mia guerra. Ne sono corresponsabile partecipandovi. Avrei potuto anche sottrarmici dichiarandomi disertore). La responsabilità è il peso più grande. L’uomo sente sempre il peso della morte di Dio.
La libertà non porta ad un riscatto dell’uomo, ma all’angoscia: avvertiamo l’impossibilità delle infinite possibilità, responsabilità, la necessità della scelta. Essa è minata da tanti pericoli, sono tante le vie ermeneutiche, ma ognuna presuppone l’assunzione di responsabilità, che è un peso.
Non ho deciso della mia esistenza, ma vi ci sono stato gettato. Non ho scelto la mia libertà, ma sono condannato ad essere libero.
D’altra parte, la vita non ha senso a priori. Prima della nostra nascita la vita è nulla, ma quando nasciamo ne diventiamo responsabili e dobbiamo darle senso e significato dando valore ad ogni atto. L’uomo è ciò che ha deciso di essere. L’esistenza precede l’essenza, l’esistenza non è nulla prima che noi la viviamo.
Tutti questi concetti sono espressi in “La nausea”: narra di un professore di storia che vive una miriade di esperienze alle quali però si sente spesso estraneo. È quindi colto da un sentimento di nausea quando si rende conto di essere “parte di un insieme di individui (esistenti) inquieti, infelici e imbarazzati, senza alcun punto di riferimento e criterio di valore”. La nostra impresa di progettare sempre nuovi significati è assurda, essi sono destinati a essere superati in una corsa senza senso e senza fine.
L’uomo è condannato ad esistere ed esistere significa scegliere. Quando scegliamo però siamo solo. Siamo sempre responsabili, anche quando la volontà sembra essere estranea. Non si è scelto di nascere, ma si è responsabili della propria nascita: azioni che si compiono nella vita che si conduce, obiettivi che si pongono per la vita che si condurrà.
Gli altri, come le cose, sono per me degli oggetti: estranei alla mia coscienza, mi appartengono solo nella misura in cui le considero “utilizzabili” (mezzi). Però gli altri, come me, sono dotati di coscienza (esseri per sé) e allo stesso modo possono considerarmi come oggetto, utilizzabile (essere in sé):nasce un inevitabile conflitto che si realizza tra le persone, perché la coscienza è libertà: nullifica, oggettiva gli altri. Ogni cosa esistente è negata in vista di un progetto futuro.
Su un piano emotivo, una simile conflittualità la possiamo ritrovare nel sentimento della vergogna che l’individuo prova quando sento lo sguardo di un altro su di sé, quando l’altro ci fa oggetto della sua coscienza. Lo sguardo è qualcosa in più del semplice vedere: un intermediario che rimanda a me stesso, che arriva all’improvviso e in modo imprevisto. Quando sento lo sguardo di un altro su di me, non mi ci posso sottrarre, ma lo devo sostenere. Sento estraneità, schiavitù, vulnerabilità, nudità del mio essere.
Sartre riprende, secolarizzandolo, il tema biblico del peccato originale: alla sua base c’è il sentimento di vergogna. Adamo ed Eva si sono sentiti nudi e peccatori quando hanno sentito la sguardo di Dio su di loro. Espropriati del loro essere.
L’inferno sono gli altri.
La condizione sociale della nostra esistenza: pur essendoci sentimenti di vergogna, angoscia, ho bisogno degli altri per essere riconosciuto: negli altri, con gli altri, contro gli altri.
L’amore è espressione della volontà di dominio dell’uomo sull’uomo. Gli amanti si pongono come due soggetti, ognugno dei quali vuole possedere l’altro, non come cosa, ma in quanto “soggetto”. L’amore è il possesso della volontà dell’altro. Si aspira a dissolvere il “tu” dell’amato nel proprio “io”. Ma non totalmente, perché se ciò avvenisse verrebbe meno la relazione. L’amore è una strana lotta: l’amante desidera assoggettare l’amato, ma preservando la sua libertà in modo da possederlo come soggetto e non come oggetto.

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