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-Lavoro – Filosofia-

Nietzsche: Nietzsche non riconosce nel lavoro la forza che plasma la natura a immagine dell’uomo e, dunque, non lo ritiene un elemento essenziale per la vita dell’uomo e per la sua educazione, come affermavano Hegel e Marx.
Al contrario, il lavoro e, soprattutto, la dedizione assoluta al lavoro gli appare un vizio, una forma di primitivismo e di ritorno alla barbarie; sembra che quasi ci si vergogni del riposo.
Il lavoro ha effetti dispersivi e questi si prolungano anche nel tempo libero: per Nietzsche l’affaticarsi nel lavoro ha, infatti, come conseguenza la ricerca di uno svago qualsiasi e di piaceri semplici e rozzi.
Esiste una frenesia borghese per il lavoro e si perdono i modi raffinati dell’aristocrazia, la gioia di vivere e la capacità di dedicarsi alla riflessione e alla contemplazione, secondo l’ideale dell’otium.
Il lavoro mortifica anche ogni spinta all’autoaffermazione dell’individuo ‘dionisiaco’.

Weber: Max Weber, a differenza del pensiero marxista, non spiega la disumanizzazione come conseguenza dell’espropriazione dell’operaio da parte del capitalista, ma come risultato del definitivo dispiegarsi della razionalità moderna nel sistema produttivo capitalistico.
Nell’”Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo”, Weber indica la radice
originaria dello sviluppo capitalistico nell’etica ascetica del Calvinismo.
Per i Calvinisti vi era l’idea del lavoro come ‘professione’ o ‘vocazione’.
Nell’etica calvinista il guadagno e l’accumulazione di denaro non sono finalizzati al consumo e al godimento, ma, in quanto forma di preghiera, rappresentano essi stessi il fine a cui mira tutta la vita del credente.
Quindi il guadagno è considerato come scopo della vita dell’uomo, e non più come mezzo per soddisfare i bisogni materiali.

Secondo Weber è proprio dell’etica sociale della società del capitalismo il concetto di ‘dovere professionale’, ossia di un obbligo morale che il singolo avverte in rapporto alla propria attività professionale.
Questo atteggiamento etico è all’origine del capitalismo, non è però necessario, secondo Weber, che lavoratori e imprenditori facciano propria tale etica del lavoro, affinché continui ad esistere e a prosperare il capitalismo moderno.
Il sistema capitalistico moderno costituisce il ‘cosmo’ o ‘l’ambiente’ che seleziona il personale più adatto.
La società capitalistica moderna rappresenta per Weber il punto di approdo di un processo di razionalizzazione, ossia dello sforzo della modernità di rendere ogni aspetto della realtà trasparente alla ragione, calcolabile, dominabile scientificamente e tecnicamente.

La razionalizzazione in campo economico si traduce nella ricerca incessante di un aumento della produttività del lavoro, attraverso l’organizzazione del processo di produzione da un punto di vista scientifico.
Il processo di razionalizzazione o di ‘intellettualizzazione’ ha come conseguenza il progressivo distacco da ogni magia o religione e la desacralizzazione della realtà o il ‘disincanto del mondo’.
Inoltre, la razionalità moderna e capitalistica che domina il mondo è puramente strumentale, basata sulla fredda efficienza di un rapporto tra mezzi e fini, ottenuto attraverso la liberazione dai vincoli rappresentati dalla tradizione e dal riferimento ai valori.
I fini e i valori sono molteplici e tra di essi non è possibile decidere razionalmente così che ognuno può dedicarsi a ciò in cui crede.

Nel “La Scienza come Professione”, Weber mostra come nel lavoro europeo si verificano tendenze all’americanizzazione (taylorismo e fordismo).
Si assiste alla separazione del lavoratore dai mezzi di produzione e alla riduzione del ricercatore a impiegato, ma anche alla segmentazione e specializzazione della ricerca.
Il progredire del lavoro intellettuale ha fatto svanire le illusioni che la ricerca scientifica possa dare risposte definitive sui problemi dell’uomo, riguardanti per esempio la bellezza, la felicità, il senso del mondo, i valori.
Questo, secondo Weber, è al di fuori dei limiti della ragione scientifica e filosofica.
La conoscenza scientifica può certamente aiutare a risolvere problemi tecnici, indicando con quali mezzi è possibile raggiungere un determinato fine.

Ma può anche aiutarci a capire con sempre maggior chiarezza da quale posizione teorica sono derivabili o con quale visione complessiva del mondo sono coerenti determinati comportamenti pratici.
Weber conclude con una dura critica a quegli intellettuali che non sanno accettare il ‘disincanto del mondo’ e per questo sono alla ricerca di nuovi valori assoluti e vivono in attesa di nuovi profeti e di nuovi redentori.

Marcuse: Herbert Marcuse in “Eros e Civiltà” riprende il ‘principio di piacere’ e ‘di realtà’ di Freud; egli, ne “Il Disagio della Civiltà”, aveva indicato nel principio di piacere il fattore fondamentale della vitalità dell’individuo; solo la repressione e il sacrificio di tale principio all’opposto ‘principio di realtà’ consentirebbero, secondo Freud, la realizzazione dell’ordine sociale e lo sviluppo della produzione, che sono alla base di ogni civiltà.
Marcuse contesta però a Freud di avere generalizzato a tutte le forme di civiltà umana quella che invece è condizione specifica della società moderna capitalistica, l’unica che si fonda sulla repressione generalizzata e sistematica del ‘principio di piacere’.
Marcuse disegna come ‘principio di prestazione’ la forma di ‘principio di realtà’ che governa il progresso della civiltà industriale; esso prevede l’inserimento completo del lavoratore nel meccanismo produttivo, in modo tale che ogni energia fisica e spirituale risultino sistematicamente finalizzate all’incremento della produzione capitalistica .
Anche il tempo ‘libero’ è subordinato alle esigenze del lavoro.

Il principio di piacere si conserva tuttavia nell’inconscio e nelle sue fantasie, che trovano la loro espressione più alta nell’arte.
Superare il principio di prestazione significa costruire un ordine sociale modellato sul principio di piacere e, dunque, sul recupero della dimensione erotica e della spontanea creatività umana.
Secondo Marcuse la possibilità di superare il principio di prestazione è alla portata di mano, grazie alle condizioni determinate dallo sviluppo realizzatosi fino ad oggi sotto il principio di prestazione.
Infatti, il grado di efficienza raggiunto dalla capacità produttiva, con lo straordinario progresso della tecnologia e la sempre più rigorosa razionalizzazione della produzione, permetterà di dedicare al lavoro e alle necessità della vita una quantità di tempo enormemente inferiore a quella imposta dall’ordine capitalistico moderno; ciò consentirebbe inoltre di ampliare proporzionalmente il tempo libero.

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