Ominide 2630 punti

Hannah Arendt (1906-1975)

Hannah Arendt nacque da una famiglia borghese benestante ebraica ad Hannover.
I suoi studi si basarono principalmente sulla filosofia, studiò all’Università di Heidelberg.
Visse a Konigsberg (attuale Kaliningrad), città natale di Kant, a Berlino e a Marburgo, dove conobbe ed ebbe una relazione con Heidegger (che aderisce in seguito al nazismo).
Nel 1933, quando salì al potere Hitler, fuggì a Parigi. Nel 1940 quando in Francia arrivarono i nazisti fu arrestata dal Governo di Vichy e messa in un campo di prigionia. Venne però presto rilasciata grazie ad alcuni amici, tra i quali dei giornalisti americani, andando poi a New York; dove si occupò della comunità ebraica newyorkese e della propria attività di scrittura.
Le sue due principali opere sono: Le Origini del Totalitarismo (1951) e Eichmann in Gerusalemme – Banalità del Male (1963).

Le Origini del Totalitarismo

Il termine Totalitarismo è stato reso famoso proprio grazie ad Hannah Arendt.
Questo termine veniva usato dagli antifascisti italiani per indicare la trasformazione totalitaria del fascismo, tra questi troviamo Luigi Salvatorelli e Giovanni Amendola.
Mussolini però, vedendolo in senso positivo, se ne appropria: “Siamo uno stato totalitario”.
Quest’opera è divisa in tre parti: le prime due analizzano i fattori che hanno favorito l’avvento dei totalitarismi (per la Arendt essi nascono nel Novecento ma i fattori sono ben più precedenti); mentre la terza analizza proprio i totalitarismi.
Secondo Hannah Arendt le vecchie Monarchie Assolute, come quella di Luigi XIV, non erano totalitarie perché non pretendevano di cambiare lo stato e il popolo; ai Romani, invece, non importava cosa facessero i “sudditi”, bastava che essi non si ribellassero e che pagassero le tasse; le grandi dittature invece, esclusa quella di Napoleone, avevano bisogno del consenso di massa.
La prima parte dell’opera viene chiamata “Analisi dell’Antisemitismo”:
L’Antisemitismo è fondamentale per designare come capro espiatorio o nemico interno chi non ha uno stato proprio dal quale può essere difeso: gli ebrei infatti (come gli zingari, i rom,..) vengono definiti apolidi, cioè cittadini di secondo piano, che non hanno una nazionalità ben definita.
Secondo la Arendt il Fascismo, siccome inizialmente non designa un nemico interno, non può essere considerato un regime totalitario.
La persecuzione degli ebrei inizia addirittura nel VI secolo aC, quando il Regno di Giudea viene conquistato dai Babilonesi, e continua con Adriano nel II secolo dC, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 aC) sotto Vespasiano grazie a Tito. A seguito di questi due eventi gli ebrei furono dispersi (Diaspora) o relegati nei ghetti, con l’accusa di aver ucciso Cristo.

Col passare del tempo, gli ebrei iniziarono ad essere etichettati come strozzini, coloro che maneggiavano i soldi e ricorrevano al prestito con interesse (usura), e, nonostante sotto questo aspetto fossero utili, erano odiati.
L’episodio culmine di questa persecuzione/dell’Antisemitismo si ebbe nel periodo successivo alla guerra franco-prussiana, con Alfred Dreyfus, un generale francese di origine ebraica: egli venne accusato ingiustamente di alto tradimento, e cacciato dall’esercito in modo da “depurare” l’esercito francese dagli ebrei.
La denuncia di Hannah Arendt all’Antisemitismo può essere riassunta con una frase:
“Bisogna avere il diritto di avere diritto, agli ebrei viene negato il diritto di avere diritto.”
La seconda parte dell’opera della Arendt riguarda l’Analisi dell’Imperialismo:
Dalla seconda metà dell’800 alcuni stati nazionali iniziano ad imporre la propria egemonia su altri paesi (come l’Africa, esclusa la Liberia, sotto la protezione degli Stati Uniti) per sfruttarli dal punto di vista economico, assumendone il pieno controllo.
La mentalità imperialista è caratteristica dei paesi occidentali: il considerare popoli, razze e gruppi etnici inferiori rispetto all’uomo bianco occidentale, porta al razzismo; lo stesso razzismo che praticò Hitler.
I paesi occidentali imperialistici di allora (ai quali va esclusa l’Unione Sovietica, siccome non era capitalista e non aveva colonie) possono essere considerati stati-nazione, che dominavano direttamente sulle colonie.
Gli americani, diversamente, esprimevano il loro potere in modo indiretto, condizionando economicamente i governi locali.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale si sviluppa un nuovo tipo di imperialismo, basato sulle sfere di influenza; mentre oggi lo stato-nazione, indebolitosi, è gestito dalle multinazionali; l’unico stato-nazione che può essere ancora definito tale è gli Stati Uniti.
Nella terza parte dell’opera la Arendt espone la vera e propria Analisi del Totalitarismo.
La nascita dei totalitarismi è da trattare in modo causale, infatti essa è scaturita da alcuni fatti e fattori immediati: l’esito della Prima Guerra Mondiale e le decisioni dei trattati hanno dato vita al totalitarismo tedesco; mentre l’esito della Rivoluzione Russa a quello stalinista.
Infatti, a seguito della fine della Prima Guerra Mondiale, vi è un disorientamento, una perdita di identità e, quindi, una totale crisi delle masse: le persone si sentono sole e superflue, incapaci di agire sulla realtà e quindi facile preda del potere; non vi è più l’identificazione in un gruppo sociale o religioso.
Quest’estraneazione asseconda la creazione di una semplice massa manovrata da terzi, da qualcuno che propone idee e certezze con forza, volontà e capacità.
Con la sola disponibilità delle masse però non si è ancora davanti a veri e propri regimi totalitari ma a semplici Movimenti Totalitari, nei quali la caratteristica principale è il Moto Perpetuo delle masse, condotte e persuase da grandi manifestazioni, discorsi, parole d’ordine e slogan.
In questo modo si sviluppa un assoluto conformismo agli ordini e agli usi delle autorità, che si concretizza nella figura dell’uomo-massa: interessato originariamente solo agli affari propri, è ora guidato dalla politica e dall’economia e non possiede uno status forte, né rapporti e relazioni sociali.
I Movimenti Totalitari possono mutare in Regimi Totalitari solo se sviluppano determinate caratteristiche:
- il Monopartitismo, quindi la presenza di un unico partito politico senza nessun tipo di opposizione
- l’utilizzo sistematico del terrore e dello sterminio, colpendo l’individuo nella sua spontaneità, nella sua creatività e nel suo pensiero divergente dal conformismo: l’individuo deve quindi essere ammansito e spaventato
- una forte ideologia che promette qualcosa di migliore (come il dominio del mondo o il socialismo)
- la capacità di spiegare e giustificare tutto, non essendo così falsificabile (contro Popper)
- la pratica di una propaganda e di un indottrinamento totale
- la delineazione di un nemico oggettivo per caratteristiche proprie e intrinseche, per le quali la sua volontà non c’entra nulla (ebrei, zingari, rom,…)
- la creazione di una polizia segreta, oltre a quella ufficiale (GPU, OVRA, Gestapo)
- la duplicazione delle istituzioni esistenti (in Russia comandava Stalin, nonostante esistessero il Parlamento e il Governo; in Italia comandava il Gran Consiglio del Fascismo, al posto del Governo)
- il principio del capo/leader, secondo il quale al capo viene garantita la fedeltà totale, rendendo così inferiori tutti gli altri vincoli sociali (come la famiglia)(ad esempio nel regime cambogiano di Pol Pot i bambini venivano educati a fare la spia)
- l’abolizione della separazione tra sfera pubblica e privata (i comportamenti personali accettabili erano dettati dall’alto).
Le caratteristiche del totalitarismo tedesco si attuano al massimo nel 1942, per lo stalinismo negli anni 30.
Storia del Totalitarismo: prima del 900 non si può parlare di totalitarismo.
I regimi precedenti (Dispotismo, Impero Romano, Monarchia assoluta) infatti, non erano totalitari perché non vi era una mobilitazione totale delle masse e della popolazione, ma neppure un’ideologia forte a cui bisognava aderire obbligatoriamente, una manipolazione della vita privata o un controllo capillare della polizia segreta: al re infatti bastava l’autorità assoluta, gli altri, entro i limiti, potevano fare quello che volevano e vivere come volevano.
Hannah Arendt conclude poi la sua opera con l’Analisi del Lager.
In esso veniva annientato il Soggetto di Diritto/Diritto Soggettivo: il divieto principale nei lager era quello di parlare (diritto relazionale-sociale fondamentale). In questo modo si tentava di eliminare completamente la creatività, la spontaneità, la libertà di iniziativa, le relazioni sociali e il saper apprezzare e comprendere la diversità.

Banalità del Male (1963)

Nel 1961 la Arendt viene mandata dal giornale New Yorker a Gerusalemme, per seguire il processo di Adolf Eichmann, ufficiale delle SS, con il compito di organizzare i convogli per portare i prigionieri nei campi di sterminio, che venne giudicato colpevole e impiccato nel 1962.
Il libro della Arendt ha suscitato un infinità di polemiche.
Eichmann si discolpò dicendo che lui eseguiva esclusivamente gli ordini e che era il suo compito.
Dall’interrogatorio dell’avvocato della difesa venne fuori che la vita di Eichmann era perfettamente normale: egli aveva una famiglia, non era un fanatico né un sanguinario; si era solo adeguato all’esistente, cioè al nazismo, facendo così carriera nelle SS.
Il pensiero della Arendt che destò una miriade di polemiche, perché ritenuto sottovalutante, è che quello che, secondo lei, la maggior parte delle persone che si erano conformate al male del nazismo (escluso Hitler e i pazzi) potevano essere come Eichmann: la banalità del male si sarebbe insinuata nelle loro vite.
La Arendt a riguardo conosceva bene gli studi e gli esperimenti sul comportamento e sul conformismo di Milgram: uno sperimentatore si mette d’accordo con un complice che deve essere sottoposto ad un test/questionario. Viene chiamato un uomo che, posto dietro un vetro e spronato dallo sperimentatore stesso, è incaricato di stimolare il complice, per farlo rispondere al meglio, aumentando progressivamente la scarica elettrica trasmessa da degli elettrodi, attaccati al polso del complice. Ovviamente la scarica elettrica non c’è e il complice finge di essere colpito da essa, avere le convulsioni e perdere i sensi.
Sotto le sollecitazioni e la pressione dello sperimentatore, che assume i connotati del leader o del gruppo, il 67% ha continuato pur vedendo il ragazzo sbattere a terra.
Per contro-esperimento, si ripete la stessa procedura senza lo sperimentatore-leader: la gente si è fermata molto prima. Con questo esperimento Milgram spiega l’adeguamento ai comportamenti e agli ordini del gruppo o dell’autorità.
Un altro esperimento simile, questa volta sotto la direzione dello psicologo Zimbardo, si tenne nell’Università di Stanford in America: un numero discreto di studenti sono stati incaricati di dividersi in due gruppi e di comportarsi come guardie e detenuti di una prigione. Le pseudo-guardie in pochissimo tempo hanno iniziato, avendo il potere, ad essere crudeli e sadici nei confronti degli pseudo-prigionieri.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email