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Hanah Arendt (Germania, 1906 – 1975)

Hannah Arendt fu una studiosa, giornalista e filosofa appartenente a una famiglia ebrea. Costretta ad abbandonare la Germania per motivi politici, si recò prima in Francia, poi negli Stati Uniti, dove insegnò in molte università.

I temi della sua filosofia sono:
a. Il Totalitarismo
b. La banalità del male
c. Analisi della crisi della modernità

a. Il totalitarismo è nato in Italia con Mussolini. In “Le origini del totalitarismo” Hannah Arendt individua le cause dei totalitarismi: sono una conseguenza tragica della società di massa dove gli uomini sono atomi, chiusi di fronte all’agire politico.
La Arendt addita nella società quello che è il partito unico che controlla la massa con due strumenti:
- Uso del terrore
- Ricerca del consenso tramite l’ideologia

La prima parte del saggio è dedicata all’antisemitismo, mentre nella terza si analizzano le caratteristiche del totalitarismo.

b. La sua opera “La banalità del male” è la cronaca, ripresa in chiave filosofica, del processo ad Adolf Eichmann, l’ufficiale nazista responsabile della deportazione e dello sterminio di milioni di esseri umani, soprattutto ebrei: come sottolinea la filosofa, Eichmann era solo un burocrate, un semplice impiegato, un uomo “normale” che riteneva di aver fatto il proprio dovere obbedendo a ordini che non era suo compito discutere. Per questo il male è banale, nel senso che si può insinuare nelle persone più semplici e normali.
Eichmann fu catturato da agenti israeliani in Argentina, dove si era rifugiato. Processato a Gerusalemme, fu giustiziato nel 1962.
Gli uomini processati erano accusati di:
- Crimini di guerra
- Crimini contro il popolo ebraico
- Crimini contro l’umanità

c. Hannah Arendt sostiene inoltre che con il totalitarismo l’uomo massificato non fa politica e si perde così l’antico agire politico della polis. Elabora quindi il tema della polis perduta e si chiede come recuperare la partecipazione, non più presente, alla sua vita stessa.
“Vita activa. La condizione umana”: la modernità è un progressivo decadimento della condizione umana, un restringimento di possibilità. Il fare umano (la vita attiva) si esplica attraverso tre elementi fondamentali, che corrispondono alle tre fasi dell’uomo:
1. Attività operativa: “homo faber”. Essa si dedica alla costruzione di oggetti duraturi. Con la rivoluzione scientifica del Seicento e l’avvento della modernità l’uomo è divenuto soprattutto “homo faber”, l’essere che grazie alla tecnica produce oggetti non naturali. Ma in ogni fabbricazione è insito un elemento di “violazione e violenza”: l’“homo faber” è “sempre stato un distruttore della natura”. E il lavoro è un’attività che restringe la personalità: nel lavoro l’uomo “non è insieme con il mondo, né con altre persone, ma solo con il proprio corpo”. Dalla fine della polis l’agire è stato accantonato, l’individuo si è concentrato sulla sfera privata e l’agire politico è stato sostituito dal lavorare, dall’“homo faber”.

2. Attività lavorativa: “animal laborans”. Essa corrisponde al bisogno di sopravvivenza dell’uomo. All’“homo faber” è subentrato il mero “animal laborans”, un essere la cui attività ha il solo scopo di conservare la vita soddisfacendo i bisogni biologici. Nella polis greca, che per la Arendt, come anche per generazioni di pensatori tedeschi, rappresenta l’ideale della convivenza e della cultura, queste mansioni venivano svolte dagli schiavi, in modo da consentire agli uomini liberi di dedicarsi alle superiori attività della vita pubblica, cioè alla politica, intesa in senso ampio.
3. Attività dell’agire: uomo politico. Essa corrisponde al perduto agire politico. Nel mondo moderno è diventata impossibile la forma più nobile di attività umana: l’autentica “vita activa” consiste infatti nell’agire politico e nell’interazione comunicativa pubblica fra i cittadini liberi, come nella polis. La scomparsa della vera dimensione politica ha per la condizione umana conseguenze drammatiche: l’attività dell’uomo si restringe al solo “fare”, inteso come produzione di oggetti, e questo a sua volta a un insensato “darsi da fare”.
L’uomo però è un animale politico! La politica dell’uomo è una connotazione positiva e naturale che si è persa.

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