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Il desiderio di una vita autentica: un dramma della modernità

Nell’era moderna tutto si è problematizzato e le certezza di una volta, i così detti valori, non vengono più accertate semplicemente come apporto derivante dalla tradizione, ma continuamente adattate alle esigenze individuali, incalzate e messe in crisi dal rapido cambiamento dei costumi, delle abitudini e delle necessità delle società contemporanee. L’alienazione si manifesta quindi anche come senso di estraneità rispetto agli altri, impossibilità di rimanere attaccati a tradizioni e a valori oggettivamente superati, ma nello stesso tempo incapacità di capire verso quale direzione si stia muovendo il cambiamento. Non a caso il concetto di alienazione diventò fondamentale negli studi del fondatore della psicanalisi, Sigmund Freud, che utilizzò il termine per indicare la condizione dell’alienato, cioè del malato di mente o di colui che subisce un forte disagio psicologico. Questa situazione di disagio si suole definire di adattamento e, non a caso, si manifesta soprattutto negli adolescenti e nelle persone anziane: gli uni ancora inesperti dei meccanismi di adattamento e della personalità individuale alle esigenze della vita e spesso ribelli ai compromessi, gli altri in difficoltà a mantenere i ritmi dei mutamenti di mentalità e di comportamento che incalzano. Tuttavia, chiunque, anche per periodi più o meno lunghi, può sentirsi a disagio, inadatto alla vita, estraneo alla gente e incapace di integrarsi nelle dinamiche sociali e culturali.

La psicanalisi, in realtà, nacque come terapia medica per alcuni disturbi psichici e divenne una teoria della psiche e del comportamento umano proprio grazie a Freud, ma ebbe subito una straordinaria diffusione tra gli uomini di cultura e gli intellettuali non tanto per quello che essa insegnava nel campo medico – scientifico, quanto perché costruiva una nuova idea dell’individuo. Il carattere, la formazione della personalità, le inclinazioni che si manifestano nella vita emotiva, sentimentale e intellettuale venivano spiegati in modo nuovo chiamando in causa fattori molteplici come il rapporto tra l’individuo e la famiglia, l’educazione, la società, la cultura. Freud inoltre dava grande importanza e rilievo all’inconscio, affermando l’esistenza di un insieme di processi psichici che non giungono al livello della coscienza e che però risultano determinanti per il modo di essere dell’uomo. Alla vecchia psicologia si sostituisce un’idea più complessa e inquietante dell’individuo, scisso tra ciò che appare e ciò che è, tra la vita visibile e quella sotterranea e invisibile, ma proprio per questo più vera e spontanea. Si tratta di teorie che rivoluzionano la concezione dell’individuo e che coincidono col senso di intima disorganicità, di frantumazione interiore che domina molte culture del Novecento.
Da tutto ciò derivano le questioni che gli scrittori più attenti alle novità e alle problematiche della modernità si posero, sia teoricamente, sia nella scrittura delle loro opere.
Il concetto di alienazione, quindi, anche se è riconducibile al suo significato originale, filtrato attraverso la cultura marxista e le correnti esistenzialistiche e personalistiche (Bergson, Simmel, Marcel, Jaspers), si è venuto innestando su una tematica ampia e non sempre appropriata, che ha trovato applicazione in campo cinematografico, teatrale e letterario.
Proprio nel periodo che comprende gli ultimi decenni dell’800 e il XX secolo, l’arte e la letteratura, infatti, hanno dato piena espressione alla crisi dell’individuo, intensa come perdita della sicura coscienza di “che cosa significhi essere un uomo”: non più valori sicuri ai quali ricondurre la propria vita intellettuale e spirituale in armonia con il proprio comportamento, ma una sensazione che ciascuno sia non il risultato di un processo preciso di formazione, ma un insieme non sempre coerente di atteggiamenti di idee, di azioni che vengono imposte e subite, in una sorte di continuo conflitto, fra inclinazione naturale e convenzioni sociali.
Per esprimere tutto questo molti poeti e scrittori si servirono delle forme tradizionali della lirica e della narrativa, ma molti parteciparono al grande moto di trasformazione dei generi letterari che si ebbe fra la metà dell’800 e l’inizio del ‘900. La lirica fu “rivoluzionata”, sia per quanto riguarda i versi sia per quanto riguarda tutti gli aspetti della forma, mentre il romanzo fu sottoposto a un’opera di revisione delle sue strutture narrative con una serie di esperimenti che, pur muovendosi in direzioni assai diverse fra loro, ebbero una finalità comune, quella di rappresentare la realtà umana dando il senso della disgregazione dell’individuo e della molteplicità, varietà e conflittualità della vita interiore.
Basta qui accennare ai nomi di Kafka, Musil, Proust, Joyce, Svevo e Pirandello: le loro esperienze distanti, spesso antitetiche, ma il dato che li accomuna è che lo sguardo dello scrittore, invece di rivolgersi all’esterno, al mondo degli avvenimenti, della storia, della società, si rivolge all’interno del personaggio: i romanzi continuano certo a raccontare azioni, fatti, conflitti, amori, etc. ma lo sguardo dell’autore si concentra sulla coscienza dei personaggi, per “spiarne” e scoprirne le reazioni più antitetiche e segrete. In questo senso la letteratura diventa lo strumento di ricerca della vita autentica, quella che rimane nascosta all’interno di ciascun individuo.

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