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L'alienazione dell’uomo moderno

Spesso, parlando dell’uomo moderno, si affaccia l’idea che il progresso della civiltà abbia prodotto un peggioramento della condizione in cui l’individuo si trova a vivere. L’individuo è divenuto se stesso, il protagonista della propria vita, ma nello stesso tempo è esposto a una maggiore solitudine e a una pressione psicologica, sotto la quale è facile scivolare nell’isolamento e nel malessere, nella degradazione della coscienza e, dunque, nell’alienazione.
L’analisi di questo fenomeno è stata al centro della cultura occidentale almeno negli ultimi due secoli e, ad essa si sono dedicati sociologi, medici, politici e naturalmente anche scrittori e poeti interessati ad approfondire il discorso della condizione umana e sulle sue manifestazioni individuali e sociali.
Il termine alienazione, attualmente molto diffuso e persino abusato, con una notevole estensione dell’arco dei fenomeni a esso riferiti, ha assunto nel pensiero filosofico e sociologico il significato di “uscita da sé”, assorbendo il concetto di Entfremdung (estraniazione) introdotto da Hegel e ripreso dal giovane Marx. Hegel inserì il concetto di alienazione nella storia, come momento della dialettica dello spirito, ampliando l’originale significato giuridico, quello morale cristiano, presente nella teologia protestante (la tradizione risale a Calvino che concepiva l’uomo come “alienato” da Dio a causa del peccato originale) e quello filosofico datogli dagli illuministi francesi del XVIII sec. Nella trattazione hegeliana, tuttavia, il soggetto non è l’uomo, ma lo spirito, per cui i vari aspetti del processo alienatorio restano su un piano puramente speculativo. Per quanto astratto, il processo dialettico hegeliano non manca di delineare il quadro di una società alienata e di condannare la subordinazione dell’individuo al prodotto della sua attività.

Considerando lo Stato come “totalità”, Hegel non rileva tuttavia la contraddizione esistente tra la parità astratta dei diritti politici dei cittadini e le differenze concrete esistenti nella società in relazione alla situazione economica dei singoli componenti. La demistificazione della dialettica hegeliana avvenne sia da parte degli utopisti francesi, in particolare Saint-Simon e Fourier, le cui critiche alla società borghese e l’esaltazione del valore antialienante dell’associazionismo erano destinate ad avere una notevole influenza sugli agitatori socialisti del XIX sec.; sia ad opera di Feuerbach, che rivendicava all’uomo, liberato da ogni illusione religiosa, la funzione di fulcro del mondo e la cui interpretazione del processo alienatorio, essenzialmente di tipo sessuale (Feuerbach riteneva infatti che il dogma religioso fosse la manifestazione alienante propria di un uomo che provava orrore per la propria vita fisica), ebbe notevole influenza sulla rivolta del movimento romantico contro l’ascetismo e a favore della spontaneità istintiva; sia infine ad opera dei giovani hegeliani di sinistra, un movimento filosofico di cui fecero attivamente parte sino al 1842 Karl Marx, Friedrich Engels e lo stesso Feuerbach.
La critica puramente teorica condotta dai giovani hegeliani alle istituzioni reazionarie dello Stato, portò presto al distacco da essi di Marx ed Engels, che sottoposero a una più approfondita analisi la società borghese e il sistema capitalistico. Mentre Engels conduceva un particolareggiato studio sulla classe operaia inglese e sulle basi economiche della società borghese, collegano l’alienazione allo sviluppo industriale e alle ripercussioni di questo sulle condizioni di vita della classe operaia, Marx svolgeva una critica serrata contro l’idealismo hegeliano e, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, denunciava il carattere mistificatore della filosofia del diritto, riesaminando il concetto hegeliano di alienazione. Attraverso una serrata critica alla proprietà privata, esaminando le connessioni tra questa e l’alienazione, Marx sviluppa il concetto-base del lavoro estraniato, conseguenza inevitabile di un sistema basato sull’avere, anziché sull’essere. Un sistema cioè in cui l’uomo si estrania dal proprio lavoro, diventato oggetto di appropriazione e di sfruttamento da parte di altri. Ne consegue uno sdoppiamento tra “soggetto” e “oggetto” della produzione e, conseguentemente, di qualunque aspetto della vita, con una sopraffazione degli oggetti sulla personalità individuale. Tale situazione alienante è avvertita innanzitutto a livello strutturale, nel mondo della produzione, dove il lavoratore vende la propria forza-lavoro, diventa egli stesso merce e viene perciò trattato, non più sul piano dei rapporti umani, ma su quello puramente economico. Pertanto, secondo Marx, l’alienazione non si limita a colpire l’operaio nel momento della produzione, ma si estende alla totalità della sua vita di uomo e di cittadino.
Marx passa quindi a esaminare l’alienazione in rapporto ai diversi aspetti giuridici e politici, con gli indirizzi culturali, le manifestazioni religiose, ecc., piani che sono propri di una società organizzata, in cui la crescente svalutazione di ciò che è umano viene a trovarsi in rapporto diretto con la crescente valorizzazione delle cose. In tale situazione, in un assetto dominato dal denaro e che vede le relazioni sociali ridotte a puro meccanismo formale, si accresce quindi l’estraneità dell’uomo agli altri uomini. Pertanto, poiché l’alienazione economico-sociale è alla base di ogni altra forma di alienazione, Marx indica nell’emancipazione del proletariato la premessa indispensabile per il passaggio da una società dilacerata in classi antagonistiche ad una società nuova, in cui gli uomini siano liberi da ogni asservimento materiale e morale. Negli sviluppi post-marxiani, la tematica dell’alienazione, ha visto impegnati numerosi studiosi, soprattutto non marxisti. Il concetto è stato ripreso da Max Weber, che lo pone su basi diverse da quelle marxiste, pur conservando ad esso il carattere di conseguenza dell’organizzazione capitalistica della produzione. Weber non considera l’alienazione come manifestazione tipica della condizione operaia, ma come condizione generale dell’individuo assoggettato alle leggi dell’organizzazione burocratica; leggi dirette, non allo sviluppo della personalità umana, ma all’efficienza dell’organizzazione burocratica. Ne consegue che non solo le condizioni di lavoro, ma lo stesso modo di pensare agli individui, inseriti nell’organizzazione, viene a trovarsi sotto il controllo di questa. E’ da tale impostazione, che ha tratto ispirazione gran parte della saggistica successiva sull’argomento. In particolare, va ricordato il contributo di Karl Mannheim, che sottopone ad analisi la “razionalizzazione funzionale” della società, mettendo a fuoco la condizione generale dell’uomo moderno, costretto ad agire secondo le esigenze dell’organizzazione, privo di ogni reale libertà di iniziativa, incapace di comprendere il funzionamento dei meccanismi che lo dominano, e perciò oggettivamente e soggettivamente alienato.
Questa denuncia della condizione dell’uomo moderno, alienato, in quanto impotente di fronte alle cose che lo sovrastano e messo nell’impossibilità di capire le leggi dei meccanismi che lo governano, è presente in pressoché tutta la saggistica sociale di opposizione alla società americana e alle strutture capitalistiche. Il tema si ritrova infatti nell’analisi di studiosi quali David Riesmann, Erich Fromm. Per quest’ultimo, l’aspetto soggettivo dell’alienazione si presenta come un atteggiamento di fuga; fuga da se stessi per un patologico bisogno di autorità, come per esempio nelle società nazi-fasciste, e che nella società neocapitalistica si manifesta con un atteggiamento ricettivo nei confronti di tutte le suggestioni consumistiche. Fromm, nelle sue opere più recenti, tende però ad allinearsi all’ideologia neo-capitalistica, soggettivando l’alienazione e riducendola quindi a una specie di nevrosi esistenziale.
Polemicamente diversa da tale versione, è l’interpretazione di Herbert Marcuse. Essa si riallaccia al concetto marxiano, applicandolo alle condizioni di vita nell’attuale società capitalistica, pur evitando di condurre una critica di fondo alla struttura della società industriale avanzata. In tale società, secondo Marcuse, la repressione risulta integrale, data l’impossibilità di operare una scelta qualsiasi. Ogni momento della vita è infatti legato agli interessi di un determinato meccanismo produttivo, per cui la forza-lavoro viene integralmente recuperata nel ciclo produzione-consumo. I meccanismi repressivi sono tali da riuscire a imporre tutta una serie di modelli di valore e di comportamento “prefabbricati” che tendono a integrare l’individuo nel sistema, per farne un lavoratore e consumatore sempre più disciplinato. Il senso soggettivo del concetto di alienazione, cioè quello con cui si indicano le condizioni del lavoro nella società capitalistica, si salda quindi in Marcuse con quello soggettivo, proprio nella saggistica statunitense, particolarmente attenta a cogliere il complesso dei valori, norme, atteggiamenti, gusti imposti ai singoli da una cultura manipolata dai centri di potere che dominano la società costituita. Particolare attenzione a questo genere di manipolazioni culturali hanno dedicato anche gli studiosi tedeschi Adorno e Horkheimer, che criticano con acutezza e rigore le tendenze involutive della società tardo-capitalistica, tendenze implicita nella vasta manipolazione dell’autonomia individuale da parte dell’industria della cultura, che equivalgono a un vero e proprio divieto di pensare. Se ne deduce che l’alienazione caratterizza l’esperienza dell’uomo moderno, senza che vi siano speranze di sfuggire ad essa.

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