Daniele di Daniele
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Stoicismo

La scuola stoica o stoicismo (così chiamata perché la prima sede fu un portico dipinto Stoa pecile) di Atene ebbe rapporti stretti con il cinismo e per comodità la distinguiamo in tre fasi: antica (fino alla metà del II a.C.), media (fino al I a.C.), tarda (fino al II d.C.).

Zenone di Cizio (in Cipro), nato nel 336-5 e morto forse suicida nel 264-3, dopo essere stato commerciante, in seguito alla lettura dei Memorabili di Senofonte e dell'Apologia di Platone, si interessò alla filosofia che coltivò ad Atene come discepolo del cinico Cratete ed in seguito del megarico Stilpone e dell'accademico Polemone. Nel 300 fondò la sua scuola. Condusse vita semplice, rifiutando l'invito di Antigono Gonata alla corte macedone. Abbiamo frammenti delle sue opere: Logica, Sulle passioni, Sul conveniente, Repubblica, Sulla natura dell'uomo, Sulla vita secondo natura. Egli unì l'insegnamento cinico ad un sistema filosofico generale.

La crisi della scuola dello stoicismo fu dovuta alle critiche dell'accademico Arcesilao, ma anche a discepoli di Zenone, Aristone di Chio, che preferì tornare al cinismo ed alle sole questioni morali, Erillo di Cartagine. Ma Cleante di Asso (304-3, 223-22), caposcuola dalla morte di Zenone, autore dell'Inno a Zeus, uomo di pochi bisogni e volontà ferrea, morto volontariamente, riportò al centro le tematiche logico-scientifiche.

Crisippo di Soli (Tarso in Cilicia), nato tra il 281-277 e morto tra il 208-204, considerato il secondo fondatore della scuola, scrisse 705 libri, quasi tutti perduti, con riconosciuta abilità dialettica: suoi discepoli Zenone di Tarso, Diogene di Seleucia, il babilonese (nell'ambasciata a Roma nel 155) ed Antipatro di Tarso con cui finì la fase antica della scuola.

La filosofia stoica antica, che esponiamo qui in maniera unitaria sia perchè le opere sono quasi tutte perdute, sia perchè ritenuta abbastanza uniforme, mira a delineare il sapiente ideale, felice. Per ottenere ciò si ritiene necessaria la scienza. Per Zenone la scienza è virtù, e le divisioni delle scienze sono divisioni delle virtù: la virtù. Tale posizione è documentata anche in Erillo, per cui il sommo bene ed il fine ultimo è il conoscere; contrariamente invece Aristone, per il quale la logica è inutile e superiore all'uomo la fisica.

Perciò l'insegnamento stoico è tripartito nella logica (che comprende psicologia e gnoseologia e il cui studio conferisce la virtù razionale), fisica (che comprende metafisica e teologia che conferisce la virtù naturale), etica (che comprende la politica e che conferisce la virtù morale).

La logica, così nominata per la prima volta da Zenone (per Aristotele essa era l'analitica) ha per oggetto i lògoi, discorsi (nella loro valenza esterna) e pensieri (nella loro valenza interna); come scienza dei discorsi la logica é retorica, come scienza dei pensieri è dialettica. La dialettica è dottrina dei segni (grammatica) o dei significati (logica formale).

La logica non è pertanto strumento ma parte della filosofia, le ossa ed i nervi, come l'etica la carne e la fisica l'anima (guscio, bianco etuorlo d'uovo o siepe, frutti e terra di un giardino).

Gli oggetti imprimono nella nostra anima la sensazione (àisthesis) e la rappresentazione (phantasìa) ma è necessario l'assenso del soggetto per la conoscenza, assenso che se precipitoso produce l'errore (vedere il remo nell'acqua e ritenerlo spezzato).
Si deve credere solo alle rappresentazioni comprensive o catalettiche (phantasìai kataleptikài)così evidenti da non poter essere ingannevoli: con un'immagine efficace attribuita a Zenone, punto di partenza è la mano aperta-sensazione, curvando le dita rappresentiamo l'assenso, chiudendo il pugno la comprensione, stringendo il pugno con l'altra mano la scienza.

L'impressione prodotta sull'anima può venire da stati interni (malvagità, virtù) come da stati esterni (oggetti). L'impressione dopo la scomparsa produce il ricordo, che connesso ad altri ricordi di stessa specie costituisce l'esperienza. Dalle anticipazioni (prolépsis) o nozioni comuni (koinài énnoiai), che provengono dall'esperienza, si giunge ai concetti universali, che sono prodotti dell'istruzione e del ragionamento e non esistono nella realtà.

I concetti più generali, categorie sono quattro: il substrato, la qualità, il modo d'essere, il modo relativo. La categoria che viene dopo determina e racchiude la precedente.
Il concetto più esteso è quello di essere, il più determinato quello di specie.

Tra la cosa reale e il nome con cui significhiamo qualcosa (semàinon) sta il significato (semainòmenon); esso è un concetto, incorporeo diversamente dagli altri due ed è ciò che riferisce il nome alla cosa: perciò tra linguaggio e realtà non vi è un rapporto immediato ma mediato, e questa è una novità per il pensiero. La logica stoica è logica della proposizione che connette soggetto e predicato, di cui solo è possibile dire se sia vera o falsa e non è logica dei termini.

La dialettica é la scienza dei ragionamenti che connettono proposizioni semplici con implicazioni espresse dalla formula "se allora" (es. se è giorno allora c'è luce, ma è giorno quindi c'è luce). Questa logica ammette implicazioni valide ma non vere (se piove mi bagno è valida anche se c'è il sole) ed infatti prescinde dalla verità.

Alla base della logica stoica è l'implicazione, connessione di proposizioni le cui forme semplici sono di per sé evidenti: il ragionamento ipotetico (se è giorno allora c'è luce, ma è giorno quindi c'è luce) ed il disgiuntivo (o è giorno o notte; ma è giorno quindi non è notte).

Dei sillogismi ipotetici solo uno è dimostrativo che differentemente da quello vero ha una conclusione che la premessa svela (se questa donna ha latte nel seno allora ha partorito; ha latte nel seno quindi ha partorito).

Il segno (seméion) spiega il passaggio dal noto all'ignoto (àdelon) . Il segno rammemorativo ci ricorda la presenza simultanea della causa (il fumo visibile è segno del fuoco che non vediamo); il segno indicativo indica invece qualcosa di non simultaneo, di non evidente (se questa donna ha latte nel seno allora ha partorito; ha latte nel seno quindi ha partorito): Per la scienza quest'ultimo segno è il più importante.

La fisica è materialistica: corporea è la materia (sostanza delle cose, passiva) e la forma (qualità delle cose, attiva), negando ogni dualismo tra realtà fisica e metafisica. Gli incorporei ( il lektòn, il vuoto ed il tempo) non hanno né forma né materia. Oltre a sostanza e qualità esistono negli esseri, come abbiamo visto nello studio della logica, i modi e le relazioni, non reali in sé, e le dieci categorie aristoteliche vengono ricondotte a queste quattro presenze.

Il principio attivo è potenza (dynamis) e ragione (lògos), principio ordinatore immanente, perciò la realtà fisica è basata sul destino (heimarmène) e sulla provvidenza (prònoia), necessaria e finalistica. La materia è principio passivo.

Il lògos, come per Eraclito, è identificato col fuoco distruttore ma soprattutto vivificatore.
Dei quattro elementi (acqua, terra, aria, fuoco) solo il fuoco è eterno, gli altri hanno origine e destinazione in esso. Crisippo parla di fuoco celeste, diverso da quello sensibile ed identificabile con l'etere sebbene non lo si ritenga un quinto elemento.

L'universo è sferico, finito, continuo; il vuoto è all'esterno in quanto non occupa un corpo.

L'universo è soggetto a formazioni e distruzioni periodiche in un ciclo eterno in cui ogni avvenimento si ripete. Esistono difatti semi eterni (lògoi spermatikòòi) che producono ogni cosa e periodico è il fuoco logos che in una conflagrazione (ekpyrosis) distrugge ogni cosa e che presiede al suo riformarsi (pyr technikòs). Dal raffreddamento del fuoco ha origine l'aria e poi l'acqua, dalla condensazione di questa la terra che per la forza centripeta si pone al centro in equilibrio; attorno ruotano sfere degli elementi e le stelle.

L'unica ragione del mondo (da cui deriva l'anima umana), rende razionali tutte le cose, sottomesse al fato ed unite in un ordine cosmico necessario. Perciò si ritengono esistenti influssi astrali e si crede nella divinazione e nell'interpretazione dei sogni.

Questa anima del mondo (pnéuma) è principio divino. Dio è unico e ordina le cose. Egli ha un rapporto intimo con gli uomini e il politeismo tradizionale va inteso come personificazione delle potenze cosmiche, fatto che giustifica anche la molteplicità di culti.

L'anima dell'uomo appunto deriva dall'anima del mondo ed è fuoco vivificante ma materiale, perciò perituro. L'anima perisce anche se non contemporaneamente al corpo. Essa è divisa in otto parti: la principale è l'egemonica, che produce rappresentazioni ed assenso, è la ragione ed ha sede nel cuore o intorno ad esso. Le altre sette parti, subordinate, sono i cinque sensi, la parola e la forza generativa.

Crisippo distingue le cause perfette (necessarie, su cui non possiamo influire) dalle prossime (che possono subire la nostra influenza) affermando così con riferimento a queste ultime la libertà dell'uomo (del resto abbiamo visto come sia possibile dare o meno assenso alle sensazioni). Il fato è così determinato dalle capacità individuali e non viceversa.

L'esistenza del male conferma e non nega la provvidenza divina, giacchè senza di esso non ci sarebbe neppure il bene.

La morale stoica richiede perciò di accettare volontariamente la provvidenza che tutto governa: ribellarsi è da stolto, giacchè non serve a nulla. Anzi, come un cane tirato da un carro, l'uomo si sentirà libero solo se seguirà spontaneamente il carro, altrimenti dovrà fare lo stesso strozzandosi.

Il vivere secondo natura è l'unica virtù, di cui le altre sono solo aspetti particolari (la saggezza domina i compiti, la temperanza gli impulsi, la fortezza gli ostacoli, la giustizia la distribuzione): o si è virtuosi o si è stolti (la pazzia infatti è il contrario della ragione), non esistono gradazioni; non si può avere una virtù sola. La virtù si raggiunge, non si nasce virtuosi (su questo punto però alcuni ritenevano che si potesse anche perdere la virtù); essa, essendo felicità ed utilità, è fine a se stessa.

Ciò che è difforme dalla natura è male, ciò che è conforme è bene, il resto indifferente (adiàphoron). Indifferenti infatti al bene ed alla virtù sono la ricchezza, la salute, il piacere sebbene preferibili alla povertà, alla malattia, alla fatica.

L'azione retta è l'azione conforme alla ragione e sorretta dalla volontà; diversa è l'azione conveniente la quale, seppur conforme alla ragione, è suggerita dall'affetto, dall'impulso (proteggere i genitori, gli amici). La saggezza proviene solo dal seguire le prime azioni.

Le passioni (pàthe) ostacolano infatti una vita secondo ragione poiché vi sono impulsi (hormé) oltre misura che causano irrazionali ed innaturali movimenti dell'anima ed essi sono dovuti all'assenso dato ad una falsa rappresentazione, assenso che si impone con violenza e forza. Le passioni sono tutte negative ed il fine della vita è l'apatìa, liberazione dalle passioni.

Il saggio stoico perciò è raffigurato libero e felice anche nelle difficoltà, padrone di sé e superiore agli eventi anche nel suicidio.

Tuttavia non tutti possono diventare saggi e vi sono circostanze che, anche se indifferenti rispetto al bene ed al male, sono da preferire.in quanto convenienti e doverose (kathékonta) nella vita familiare e politica. L'etica stoica è perciò improntata al dovere.

Al saggio è lecita ogni cosa, giacchè capace di farla bene. Zenone tracciando una città ideale infatti delineò una comunità di sapienti senza governanti, proprietà, famiglia, culti, in cui anche l'antropofagia e l'incesto fossero ammessi. Respinte le tesi estremistiche, rimase comunque l'idea che i saggi siano una comunità oltrei confini statali (cosmopolitismo) e che il lògos universale sia la norma delle legislazioni. Sono perciò gli stoici propensi alle monarchie ellenistiche ed alla figura del saggio educatore.

Il diritto si identifica con la ragione universale, quindi non è un prodotto convenzionale: non esiste una distinzione naturale tra liberi e schiavi, tutti gli uomini sono ugualmente liberi e casomai è schiavo lo stolto poiché la saggezza è fonte di libertà.

Lo stoicismo ebbe buona fortuna sia negli ambienti dirigenziali che come insegnamento per i poveri ed emarginati.

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