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La posizione dei sofisti

Tra V e IV secolo a.C., come conseguenza della crisi dei valori tradizionali, nasce in Grecia una discussione che mette a confronto i maggiori filosofi dell'epoca. In particolare, il dibattito si accende tra i sofisti e Socrate sul tema dell'insegnabilità della virtù, un tema talmente sentito da diventare argomento classico delle esercitazioni retoriche dei sofisti. I termini della questione sono riassunti con chiarezza nel Menone platonico: «Sapresti dirmi, Socrate, è insegnabile la virtù? o non è insegnabile, ma frutto di esercizio? oppure non è frutto di esercizio né di scienza, ma per natura si viene formando negli uomini?».

Sono i sofisti a fornire una prima risposta al problema. Protagora, in particolare, dichiara di saper aiutare chiunque a divenire "bello e buono". Impegnati professionalmente nella formazione dei giovani dei nuovi ceti ricchi, i sofisti sono critici nei confronti della concezione pedagogica aristocratica e vedono la virtù non come un privilegio di nascita, ma come una superiorità spirituale che è possibile insegnare e coltivare. A loro parere, l'educazione non è altro che un metodo per la formazione intellettuale della persona. Se gli elementi basilari della paidéia nobiliare erano stati l'influsso dell'ambiente familiare, l'esempio degli antenati, la conservazione della purezza del sangue, ora i sofisti ritengono che la riuscita dell'educazione dipenda da una combinazione fra disposizione naturale, apprendimento ed esercizio e affermano la necessità di un'educazione globale della persona, distinguendo anche l'educazione dal semplice insegnamento di specifiche abilità professionali o tecniche.

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