Daniele di Daniele
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I sofisti
L'ambiente

Ancora oggi il termine sofista ha un'accezione negativa. In origine sofisti erano genericamente considerati coloro che avessero una qualche competenza, anche tecnica. Col tempo iniziò ad indicare i pensatori che giravano per la Grecia, spesso come ambasciatori delle proprie città, presentandosi come maestri di virtù (aretè), virtù apprendibile come una tecnica qualunque e facendosi pagare per esporre i propri ornati e sofisticati discorsi. Per questo già Socrate, Platone ed Aristotele usano in termine spregiativo questo termine: uomini che sostengono tesi false dietro pagamento, che corrompono i giovani con le loro idee, uomini che credono di sapere ma che non guardano il contenuto ma solo la forma del discorso.
Atene in questo periodo è l'Ellade dell'Ellade. Dopo la sconfitta dei Persiani (479) e con l'ascesa al potere di Pericle, conosce un periodo di splendore terminato con la morte di Pericle nel 429 durante le guerre del Peloponneso. Una politica imperialistica con una potenza militare e navale notevole, traffici commerciali e creazione di banche, l'impulso dato alle grandi opere architettoniche ci fanno capire il progresso raggiunto. Sul piano politico la democrazia si arricchisce dell'assemblea, del consiglio (bulè), del tribunale popolare (eliéa) in cui si discute pubblicamente (parrhesìa è il termine che indica la libertà di parola) e si vota per alzata mano; per mezzo di sorteggi, elezioni e rotazioni chiunque poteva accedere agli uffici più alti. In questo contesto diventa essenziale imparare a parlar bene.
I sofisti si presentano come gli uomini capaci di fornire ai figli degli arricchiti commercianti ed imprenditori dietro pagamento la formazione (paidéia) del futuro ceto dirigente attraverso un insegnamento in tutti i campi, soprattutto quelli riservati agli aristocratici. Perciò essi diventano popolari ma osteggiati.
Confluiscono in Atene diverse culture ed entra in discussione il proprio bagaglio culturale: si affronta il problema di cosa sia naturale e di cosa sia convenzionale, dipendente dalla cultura.
La poesia reinterpreta il mito (i tragediografi Eschilo, Sofocle, Euripide, i poeti lirici) ed affronta il problema religioso, la commedia (Aristofane in primis) schernisce la nuova democrazia e la nuova cultura. I nuovi storiografi esaminano i problemi dell'uomo, le cause dei fatti, le diverse civiltà: Erodoto tramanda usi, costumi, notizie sui popoli e sui luoghi; Tucidide cerca di comprendere la crisi di Atene e le sue possibili vie d'uscita.
Si sviluppano moltissime discipline tecniche. Tra queste la medicina.
Ippocrate di Cos, la cui akmè è fissata nella seconda metà del V a.C., fu medico molto prolifico nella scrittura: i suoi testi sono tramandati come Corpus Hippocraticum, sessanta scritti, di cui ovviamente solo una parte appartiene realmente alla scuola ed una porzione ancora più piccola a Ippocrate stesso.
Negli scritti mostra un impegno costante nella sperimentazione e nella dissacrazione di malattie ritenute divine (l'esempio più eclatante è l'epilessia, ritenuto morbo sacro). Contro la medicina sacerdotale degli aristocratici o magica dei contadini, egli ricerca le cause delle malattie nell'ambiente naturale e socio-politico, riscuotendo notevoli successi e mostrando una fiducia costante nella sperimentazione e nel ragionamento. Egli rimprovera alla scuola medica di Crotone il ricorso ad un'unica causa nella spiegazione dei fenomeni (critica alla confusione tra scienza e filosofia) e alla scuola di Cnido non imparare nulla dai singoli casi (descrizione e non intervento). Essenziale risulta la sensazione del corpo: la salute ed il temperamento si basano sull'equilibrio del sangue (dal cuore), del flegma (dal cervello), della bile gialla (dal fegato), della bile nera (dalla milza).
Il carattere più pratico che teorico di questa disciplina culturalmente si inserisce nel ricorso sempre crescente alle tecniche: la tecnica obbedisce alle leggi di natura e solo i filospartani ritengono di doversi liberari dagli affari quotidiani per dedicarsi alla speculazione ed alla guida dello stato, sostiene l'autore anonimo del trattato La medicina antica.
I sofisti mostrano disinteresse per le cose fisiche e si interessano invece delle cose umane. Proprio la funzione pedagogica li portava a preferire gli insegnamenti della poesia greca, nata con funzione educativa (essi sono tra i primi esegeti delle opere dei poeti, Protagora nel dialogo di Platone espone la sua idea di virtù commentando Simonide), piuttosto che non il pensiero dei filosofi ionici. D'altro canto si potrebbe dire che i sofisti hanno influenzato il mondo filosofico senza volerlo: non era la speculazione il loro interesse. Difatti nel Gorgia di Platone Callicle sostiene che la filosofia vada studiata solo per l'educazione in gioventù perché in età adulta impedisce di interessarsi agli affari e alla natura umana.
L'assenza di ipotesi naturalistiche permette il recupero concettuale delle opinioni e dei fenomeni: quindi nel pensiero dei sofisti riscontriamo impostazioni individualistiche e relativistiche, la critica pungente e la capacità persuasiva rivolta a tutti i campi del sapere. Sono definiti per quesi motivi illuministi o fondatori dell'umanesimo.

Protagora

Protagora di Abdera, nato tra il 484 ed il 481 a.C., fu spesso ad Atene. Scrisse molto e su molti argomenti. Tra le sue opere degne di menzione sono I discorsi demolitori o La Verità, Sugli dei, Le Antilogie, contrapposizioni di argomenti su temi etico-politici, Sulle scienze esatte, in cui criticava la pretesa di matematica e geometria di dare conoscenze diverse dalle sensibili.
Protagora non vuole insegnare tutto ma ciò che è più importante, la virtù o scienza politica e il ben parlare.
Di tutte le cose è misura l'uomo, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono (essere e non-essere richiama criticamente Parmenide). Questa è una posizione certamente soggettivistica e relativistica. E' vero ciò che ad ognuno sembri tale. L'uomo si serve delle cose, perciò lui ne è il fondamento. Ciò implica anche che essendo vero ciò che appare la verità è l'apparire; perciò è il movimento, proprio dell'apparire, il principio primo dell'essere e della conoscenza.
Tutte le opinioni ovviamente sono ugualmente vere, quella del malato per cui il miele è amaro e quella del sano per cui è dolce. Ciò è vero anche sul piano politico ed etico.
Questa impossibilità di definire una verità valida per tutti è all'origine del suo agnosticismo religioso, che gli valse l'accusa di empietà ed il pubblico rogo delle sue opere: quanto agli dei, non sono in grado di sapere né che esistono né che non esistono, né di che aspetto sono: molte cose infatti impediscono di saperlo, l'oscurità delle cose e la brevità della vita umana (citato da Diogene Laerzio).
Se però le opinioni sono tutte vere non tutte sono ugualmente utili: essere malati è più conveniente che essere malati perciò le opinioni del medico sono preferibili. Perciò come il medico con la sua scienza trasforma il malato in sano, il sofista con la sua scienza fa apparire buono e utile, al singolo come alla comunità, ciò che prima non sembrava tale.
Il progresso è fondato difatti per Protagora sull'acquisizione delle tecniche (rappresentate dal fuoco rubato da Prometeo agli dei e donato agli uomini)e sul possesso della virtù politica (che Zeus ha distribuito a tutti per l'insufficienza delle tecniche). La virtù politica, tramandata di generazione in generazione, deve essere educata e conservata. Il fine educativo di Protagora, come quello dei sofisti, non è quello di migliorare la politica ma di preparare i giovani ad affrontarla come essa è.
La tecnica oratoria affascina, rendendo più difficile la critica, e fa apparire il proprio discorso più persuasivo dell'altrui (rendere più forte il discorso più debole è segno di quest'abilità).

Gorgia

Gorgia di Leontini, in Sicilia, vissuto tra il 484 ed il 376 a.C., nel 427 ad Atene chiese aiuto contro i Siracusani. In quell'occasione molti uomini famosi lo ammirarono.
Egli ribadisce ed approfondisce il tema della capacità persuasiva, psicagogica dell'oratoria. E' necessario scegliere però il momento opportuno in cui rivolgere il discorso opportuno alla persona opportuna. Ciò è capace di compiere opere divine.
In maniera simile la poesia produce inganno, facendo credere reali fatti e cose irreali: ma è saggio chi si lascia ingannare poiché così può provare emozioni e subire il fascino della dolce malattia più piacevole della salute.
In tal senso i suoi encomi di Elena e di Palamede, considerati traditori nell'epica greca, mostrano come il discorso, come il destino, l'amore, la volontà degli dei, la violenza, conduca dove non si vuole e faccia smarrire la colpa, la responsabilità, la volontà di far male.
Del suo Della Natura o Del non essere abbiamo solo delle parafrasi (pseudo Aristotele e Sesto Empirico): egli sostiene 1) che nulla esiste, 2) che anche se qualcosa esistesse non sarebbe conoscibile e 3) che anche se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile.
1) Il non essere non c'è perché altrimenti sarebbe essere e ci troveremmo di fronte ad una contraddizione. L'essere non può essere eterno perché se così fosse dovrebbe essere infinito e l'infinito non sarebbe in nessun luogo e quindi non sarebbe affatto; non può essere generato perché verrebbe dal non essere quando dal non essere nulla nasce o dall'essere ed in tal caso non ci sarebbe generazione; non può essere generato ed eterno perché è una contraddizione.
2) Anche se l'essere ci fosse non può essere pensato; ciò che viene pensato non esiste (altrimenti esisterebbero tutte le assurdità inventate dagli uomini) e quindi ciò che esiste non è pensato. Perciò se qualcosa esiste non è conoscibile.
3) Noi con la parola non comunichiamo l'essere poiché la parola non è l'essere, comunichiamo solo parole. L'essere quindi è incomunicabile.
Sofisma, espressione estrema di scetticismo o espressione di una conversione dal naturalismo alla retorica, quest'espressione mostra la critica alle teorie parmenidee dell'essere. Di fatto si è ipotizzato un iter che avrebbe condotto Gorgia da posizioni naturalistiche (la tradizione lo vuole discepolo di Empedocle) a tesi eleatiche fino alla crisi di quest'idea, con una successiva fase finale retorica.

I sofisti minori
Prodico di Ceo, vissuto tra la seconda metà del V sec. e gli inizi del IV, autre di 23 opere delle quali abbiamo pochi frammenti, scrisse le Hòrai (Stagioni), in cui probabilmente v'era la favola di Eracle al bivio (riportata da Senofonte): Ercole tra la Virtù e la Dissolutezza che gli si presentano ed enumerano i loro pregi invitando Eracle a seguire una delle due, sceglie la virtù.
Nella sua opera Prodico sostiene che nulla si possa raggiungere senza fatica e che le virtù sono imposte da comano divino per raggiungere i beni della vita.
Prodico spiega la religione sulla base della divinizzazione delle cose utili all'uomo e degli scopritori (Demetra è il pane, Dioniso il vino). Il culto inoltre nascerebbe dal desiderio di ingraziarsi le forze naturali utili al benessere umano.
Sua è inoltre la dottrina della sinonimica, analisi semantica dei sinonimi per determinare il significato preciso e corretto, ridicolizzata da Platone ma probabilmente non dissimile dal quesito definitorio di Socrate e dagli studi di Democrito sulla natura convenzionale del linguaggio.
Di Antifonte di Atene abbiamo diversi frammenti. Esperto in varie discipline, sosteneva che l'ideale morale e sociale fosse la concordia con sé e con gli altri, fondata sulla temperanza (la virtù di vincere il male).
Egli affronta il contrasto tra la natura (physis) e la convenzione, la legge (nòmos): la prima è costante, la seconda è accidentale, (se si seppellisse un letto e per assurdo il legno germogliasse nascerebbe un legno e non un letto). Se uno vìola la norma naturale non può evitare il male conseguente, diversamente dalla legge. La legge poi è contraddittoria: non stabilisce di fare il bene agli amici e il male ai nemici e di restituire il torto ricevuto bensì prescrive di fare del male senza aver ricevuto alcun torto (l'esempio della testimonianza). Più precisamente, la giustizia vuole il solo adempimento formale, non la convinzione del destinatario della norma. La vera norma perciò è quella di natura che prescrive l'utile ed il piacevole. Sulla base di questa superiorità della natura sulla legge Antifonte proclama l'eguaglianza di Greci e Barbari.
Ippia di Elide, contemporaneo di Prodico, è il protagonista di due dialoghi di Platone (l'Ippia Maggiore e l'Ippia minore). Sosteneva di saper rispondere meglio di chiunque altro a qualsiasi domanda ed era noto per la sua multiscienza. Banditore del cosmopolitismo (per natura il simile è parente del simile, mentre la legge, tiranna degli uomini, commette molte violenze contro natura), si vantava di ciò che vestiva, essendo frutto delle sue abilità e insegnava la mnemotecnica (arte del ricordare). Anche per lui la legge, mutevole e scritta è tiranna e vìola la natura degli uomini, non scritta, uguale nel tempo e nello spazio.
Opera anonima di questo periodo è Discorsi duplici, composizione con tesi opposte su svariati argomenti (bene-male, giusto-ingiusto, bello-brutto).
Crizia, aristocratico morto nella lotta contro i democratici, poeta tragico ed elegiaco, scrisse le Costituzioni, confrontando Atene con le altre città e stabilendo la superiorità di Sparta, sua città. E' importante la sua professione di ateismo e la sua concezione della legge come instrumentum regni: le leggi non bastavano ad eliminare il male perciò si inventò il timore degli dei.
Tra il V ed il IV sec. viene situata la seconda generazione dei sofisti, il cui tema dominante è il rapporto tra natura e legge. Alcidamante professa l'eguaglianza tra uomini liberi e schiavi; la tendenza generale ad affermare la superiorità della natura conduce a teorizzare il diritto del più forte: è ciò che sostengono gli Ateniesi verso i ribelli dell'isola di Melo (ci riporta Tucidide), Callicle nella sua forma di immoralismo individuale e dottrina del superuomo, Trasimaco di Calcedone nello stabilire l'identità giustizia e utilità del più forte. Posizioni contrarie in due opere anonime, l'Anonimo di Giamblico e Anonimo sulle leggi.
Altro aspetto della seconda generazione è l'eristica, tecnica del confutare e argomentare nelle contese verbali. Licofrone propone l'abolizione del verbo essere, Eutidemo e Dionisodoro arrivano a sostenere che sia impossibile contraddire (dire che non è ciò di cui si è affermato che è) e dire il falso (perché dire il falso significa dire ciò che non è).

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