Daniele di Daniele
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vita e opere di Socrate

Socrate è considerato uno dei padri fondatori della filosofia greca antica insieme a Platone. Molti dei suoi principi filosofici ci sono pervenuti proprio tramite le opere di Platone. Della sua vita si sa che era il figlio dello scultore di età greca Sofronisco. Egli prese parte alla guerra del Peloponneso, dimostrando grande valore come oplita nelle battaglie. Non si interessò tra l'altro mai alla politica della sua città. Tra i principi filosofici più importanti del suo pensiero ricordiamo per esempio l'aneddoto "So di non sapere". Uno dei principi filosofici maggiormente importanti del filosofia socratica è per esempio la ricerca della verità, la quale si raggiunge per il filosofo greco con un processo molto lungo che si articola in varie fasi, le quali sono le seguenti: il non sapere; l'ironia e la maieutica.
Altri elementi molto importanti del pensiero filosofico socratico sono per esempio anche i Dialoghi, che si dividono in macrologia e brachilogia. Molto noto è anche il processo nei confronti di Socrate, di cui ci sono pervenute anche molte fonti.

Indice

Vita e pensiero di Socrate - Versione alternativa 1
Vita e opere di Socrate - Versione alternativa 2
Vita e pensiero socratico - Versione alternativa 3
Socrate, riassunto - Versione alternativa 4
Socrate, sintesi - Versione alternativa 5
Pensiero di Socrate - Versione alternativa 6
Dialettica
Filosofia di Socrate - Versione alternativa 7
Principi del pensiero socratico - Versione alternativa 8

Vita e pensiero di Socrate


Figlio dello scultore Sofronisco (forse anche Socrate in gioventù fece questo mestiere) e della levatrice Fenarete, Socrate nacque in Atene nel 470-469 a.C. Borghese benestante, a causa del suo disinteresse per il denaro finì in povertà. Abbandonò Atene solo durante la prima fase della guerra del Peloponneso, in cui come oplita (qualifica che potevano permettersi solo i benestanti) si fece valore.
Non prese mai parte alla vita politica, tranne per opporsi invano alla condanna di generali ateniesi vincitori alle Arginuse, accusati di non aver raccolto i naufraghi e contro l'omicidio politico di un certo Leonzio di Salamina; in queste circostanze il mutamento politico gli consentì di non subire le conseguenze di queste posizioni. Egli trascorreva le giornate discutendo con i suoi concittadini, di ogni grado sociale: sofisti, amici (Critone), filosofi (Fedone, Antistene, Aristippo, Simmia e Cibete), aristocratici e alti borghesi (Alcibiade e Crizia), artigiani ed umile gente, giovani. Le conversazioni sono riportate nei Memorabili di Senofonte e nei Dialoghi platonici. Socrate, brutto esteriormente ma bello nell'animo (memorabile il ritratto che ne fa Alcibiade nel Simposio di Platone), affascinante nei discorsi, non interessato se non in maniera ironica alla bellezza, al potere, alla ricchezza.

“So di non sapere”: L’aneddoto racconta che un oracolo di Delfi disse a un amico di Socrate che egli era l’uomo più sapiente. Al che Socrate, stupito da tale affermazione, andò a “cercare” la verità dagli uomini che erano considerati i più sapienti dell’epoca. Trovava però nella loro verità delle forti lacune, che smontavano il ragionamento. Tutti infatti erano convinti di "sapere nache se non sapevano" così Socrate ne deduce che per l'oracolo lui è l’uomo più sapiente proprio perché sa di non sapere, ovvero non ha convinzioni che si frappongono tra lui e la verità.

La ricerca della verità: Secondo Socrate la verità non va ricercata nelle leggi della physis a causa del relativismo portato dalla sofistica e dalla dimostrazione di Gorgia che “nulla è”; la verità si trova all’interno di ogni uomo, e poiché, sempre secondo il nichilismo gorgiatico, non può essere comunicata, bisogna ricercarla all’interno del proprio io, secondo la tradizione orientale del “conosci te stesso”.
L’ostacolo a questa ricerca è costituito dalle convinzioni, dalle doxai che sono alla base dei valori comuni e dell’etica morale e per le quali Protagora diceva che “l’uomo è misura di tutte le cose”. Se le doxai fossero verità, allora illustrare la verità vuol dire “sopraffare” (erizein) l’altro, fare cioè eristica. Socrate deve far ricercare invece la verità oggettiva in due momento: uno dialettico, l’altro maieutico. Socrate attraverso l’ironia (una forma particolare di dialettica) confuta le convinzioni dell’interlocutore: nei dialoghi chiede all’interlocutore di spiegargli la sua verità, poiché lui “sa di non sapere” (ironia proviene dal greco eironeia, che vuol dire appunto “finzione”). Ma, partendo da quella verità, Socrate conduce l’altro attraverso un ragionamento a una palese contraddizione (aporìa), che, dato che il ragionamento è logicamente corretto, invalida le premesse, ovvero la verità dell’interlocutore, che si rivela una serie di illudenti e false convinzioni. Il turbamento prodotto nell’animo gli fa mettere in discussione le sue certezze. Il momento critico-distruttivo è terminato (pars distruens). Ora Socrate, attraverso la maieutica (l’arte di far “partorire” le menti), può far ricercare la verità all’interlocutore al suo interno, senza comunicarla direttamente. Socrate si definiva una “levatrice”: può aiutare l’altro a “partorire” la verità, ma non può comunicargliela lui stesso, "proprio come una levatrice aiuta a far partorire il Bene dalle menti dei suoi interlocutori" (pars costruens).

Vita e opere di Socrate


Socrate nacque ad Atene nel 470 a.C. figlio di uno scultore, Sofronisco e di una levatrice Fenarete, di lui non ci rimane nessun testo scritto poiché la sua era una ricerca incessante che non poteva finire ed essere scritta. Socrate fu molto amato dai giovani, fu paragonato a Buddha o a Cristo per il sua carisma e le sue capacità. Studiò geometria e astronomia e combatté 3 guerre. Socrate si tenne lontano dalla vita politica della città e visse in semplicità con i suoi figli e con sua moglie, Santippe. Mostrò sin da giovane il suo interesse per la filosofia. Secondo lui c’era un “demone” che era la vera divinità che viveva in ognuno di noi ed era la nostra coscienza, gli altri dei, se esistevano, non intervengono nella vita. Questa divinità è la guide della condotta umana, la custode del destino degli uomini. Questa teoria gli costò la vita perché fu arrestato e fu accusato di corruzione verso i giovani e di empietà, poiché introdusse questa nuova divinità al posto di quelle greche. Dopo essere stato accusato poteva andare in esilio per evitare la pena di morte, ma decise di rimanere fedele alla sua missione, l’educazione degli ateniesi. Dopo i vari cambi di regime ad Atene si voleva tornare allo splendore della prima democrazia, Socrate invece era in riformatore degli usi dei Greci e sosteneva un governo oligarchico, in mano a poche persone preparate in materia. lui prese con filosofia anche la sua condanna a morte, bere la cicuta. Secondo molti la sua morte è il momento più importante della sua vita.
Le sue idee sono arrivate fino a noi grazie alle opere di 4 filosofi:
1. Aristofane: è l’unico che scrisse una descrizione mentre Socrate era ancora in vita, ne “Le Nuvole” presenta un Socrate con la testa fra le nuvole sempre intento a filosofeggiare e a pensare.
2. Senofonte: Scrive di lui come un moralista, un predicatore.
3. Platone: è il più amorevole nei suoi confronti poiché era un suo discepolo, lui racconta la storia si Socrate attraverso dialoghi. In Fedone racconta anche la sua morte. I suoi dialoghi rispecchiano la tipologia socratica della conversazione
4. Aristotele: Troviamo qualche affermazioni di Socrate sparse nelle sue opere.
Per capire meglio Socrate dobbiamo capire bene il contesto storico a cui appartiene. Socrate vive nel periodo storico dei sofisti, ma né si distacca da loro né appoggia l loro pensiero. Possiamo vedere 3 somiglianze e 3 differenze:
- L’attenzione per l’uomo e il disinteresse per le indagini sulla natura.
- Amore per il dialogo e la discussione.
- La mentalità razionalistica: la ragione è la facoltà che ci avvicina alla comprensione delle cose.
* Non si preoccupa del guadagno, il sapere non è strumento di arricchimento.
* Secondo Socrate è possibile arrivare alla verità
* Rifiuta l’esibizionismo verbale.
Da giovane Socrate si dedicò anche allo studio della natura, ma ben presto perse interesse per questo tipo di studio.
Socrate è il maestro del dialogo, secondo lui si divide in tre fasi:
1) Non Sapere: il punto di partenza è la conoscenza della propria ignoranza. Solo chi sa di non sapere cerca di sapere. Si può anche dire che il vero filosofo e colui che sa che intorno alle cause e alle strutture di un principio non si può dire nulla con sicurezza. Ma questa affermazione è anche una critica per coloro che si credono sapienti. Da un lato funge da richiamo ai limiti della sapienza, dall’altro è uno stimolo indagare, a conoscere.
2) Ironia: deriva da eironeia che significa dissimulazione, consiste nel far credere all’interlocutore arrogante che pensa di sa-pere ed attraverso domande riesce a demolire la presunzione la sua presunzione. Questo atteggiamento sarcastico, scherzoso metteva in difficoltà la persona che gli sta di fronte e riesce a fare ammettere la sua ignoranza.
3) Maieutica: l’arte ostetrica, Socrate riesce a far partorire agli altri il loro punto di vista sulle cose, non imponendo una sua dottrina. La vera educazione è sempre auto-educazione. Il dialogo socratico è fatto di domanda veloci come: Che cosa è la bellezza? Che cosa è la saggezza? Che cosa è la giustizia?
Socrate preferisce brevi ma incisivi discorsi, brachilogie ai lunghi discorsi dei sofisti, macrologie. Con la domanda “che cosa è?” So-crate vuole sia mettere in crisi il dialogante, sia condurlo verso una definizione soddisfacente dell’argomento trattato. All’interrogativo “che cosa è la virtù?” i discepoli rispondevano elencando alcuni casi virtuosi, ma Socrate voleva una definizione che fosse valida per tutte le virtù. Secondo Aristotele Socrate è l’inventore del concetto, ovvero una definizione che comprende tutti gli esempi. Secondo Socrate il concetto non è una definizione di sapere assoluto, ma una precisazione linguistica, in grado di permettere agli uomini di po-tersi comprendere meglio tra di loro. La tesi morale di Socrate è la virtù come ricerca e scienza, egli dice anche che non si nasce vir-tuosi ma la virtù è una faticosa conquista, essere uomini è il frutto dell’arte più difficile. La virtù è sempre una forma di sapere, per essere uomini virtuosi bisogna riflettere e ragionare sulle proprie azioni, far filosofia nel senso più vasto del termine. La vita è una virtù disciplinata dalla ragione. La virtù è unica in quanto le virtù sono modi di essere al plurale dell’unica virtù che è la scienza del bene. La virtù è anche insegnabile in quanto è patrimonio di ogni uomo. La virtù è la consapevolezza di fare bene, ma chi fa del male lo fa solo perché non conosce il vero bene. Tra che fa del male perché non conosce e chi fa del male sapendo di farlo è preferibile la seconda ipotesi perché questa persona ha un minimo di consapevolezza di ciò che sta facendo; è preferibile subire il male piuttosto che commetterlo. La virtù secondo Socrate ci aiuta a rendere migliore e più felice la nostra vita. I valori non sono quelli esteriori o quelli legati al corpo, ma quelli dell’anima. Il virtuoso seguirà la ragione, il non virtuoso gli istinti; la virtù sfocia nella politica, nel saper vi-vere con gli altri, ma non nel dominare il prossimo, ma nel riuscire a trovare il bene comune. Socrate viene accusato dai filosofi più recenti di “intellettualismo etico”, poiché egli da troppa potenza alla ragione, la sopravvaluta, non dando sufficiente importanza ai fattori emotivi e alla volontà. Un’altra accusa rivolta a Socrate è quella di non definire in concreto la virtù, non specificare quale sia il comportamento che l’uomo deve seguire: questo è detto “formalismo etico”, per alcuni questa accusa è un fraintendimento del pensiero di Socrate che offre all’uomo uno schema generale dei comportamenti, ma lascia liberi di agire per il bene della comunità; è stato anche detto che Socrate lascia l’uomo primo di saldi criteri etici abbandonandolo in balia della varie situazioni. Socrate rimase sempre fedele alle sue idee e ai suoi principi. Socrate ritiene che l’uomo è tale solo se riesce a stare in una società non violando le leggi della comunità, chi viola le leggi cessa di essere uomo. La morte di Socrate manifesta la superiorità del potere politico rispetto all’intellettuale. Socrate è il primo martire del pensiero occidentale.

Questo metodo non è basato solo su logos, com’era stato per le filosofie presocratiche e sofistiche, ma per la prima volta è fondamentale il dialogos, ovvero lo scambio costruttivo che conduce alla verità.

I dialoghi socratici sono di due tipi: la macrologia, ovvero il discorso lungo, e la brachilogia, un breve dialogo orientato sul problema della definizione.

Il problema della definizione: Durante la discussione, nasce il problema di definire universalmente un concetto, attraverso la domanda di rito ti esti (“che cos’è”), estranea alla cultura sofistica. Socrate, infatti, non si accontenta del relativismo dei sofisti, ma ricerca il significato universale del concetto in questione. Pur discutendo su un certo concetto, non si è capaci di definire a priori che cosa sia. Il problema viene risolto tramite l’induzione, ovvero generalizzando il concetto da una serie di casi particolari su cui vi è un accordo razionale (omologhia).

Il conflitto con i sofisti: La filosofia di Socrate si sviluppa contemporaneamente al movimento dei sofisti, con il quale Socrate era in contatto e condivideva l’interesse per l’educazione dei giovani. Comune era anche l’intenzione di spostare la ricerca filosofica dall’ambito cosmologico a quello antropologico.

Entrambe le filosofie si basano sul logos. Ma, mentre per i sofisti i logoi possono essere dissoi e non sono che uno strumento di persuasione, Socrate ritiene che attraverso un dialogos (e non attraverso un logos di un comizio), si possa guidare l’interlocutore ad arrivare alla verità. Entrambe le filosofie utilizzano come tecnica di discussione la dialettica, che in Socrate si specializza in ironia, ma mentre per i sofisti viene utilizzata per fare eristica, in Socrate è strumento di purificazione intellettuale, di educazione dei giovani finalizzata alla conoscenza del bene.

La virtù, il bene e il male: Nel corso dei dialoghi, Socrate si pone il problema di definire univocamente le caratteristiche delle virtù della civiltà greca, in modo tale che non possano essere intese in diverse maniere (come imponeva il relativismo etico dei sofisti). Il problema è trovare l’essenza, l’idea (eidos) di ogni virtù, ovvero cosa sia quella virtù per sé stessa. Ma Socrate, attraverso l’ironia, non descriveva mai l’eidos delle virtù, ma poteva solo dire che cosa non era. Da qui il forte attacco dei sofisti, che dicevano che la filosofia di Socrate era vuota di contenuti. Anche Platone definirà l’ironia socratica una “nobile sofistica”. Comunque, la filosofia socratica viene intesa come esortazione alla vita virtuosa, o come “filosofia del dubbio” che spinge a superare i pregiudizi.

L’intellettualismo etico: Secondo Socrate, l’uomo compie volontariamente solo le azioni che sono da lui classificate come “buone”. Un uomo non compie azioni considerate malvagie per una “perversione della sua anima”, o per un difetto della volontà, come dirà Sant’Agostino, ma perché il concetto che lui ha di bene non coincide con il concetto collettivo e anzi universale di bene, l’eidos di bene. Se un uomo conosce l’eidos di bene non può far altro che compiere il bene. E, poiché la maieutica socratica guida alla verità e quindi anche all’eidos di bene, attraverso la dottrina socratica si arriva automaticamente alla conoscenza del bene e quindi al vivere virtuoso. Si crea pertanto uno stretto legame tra uomo sapiente e uomo virtuoso. Attraverso il sapere, si giunge al bene, ed alla vita misurata e consapevole (sophrosyne). Questa concezione del rapporto tra sapere e virtù viene chiamato intellettualismo etico, poiché il fatto di compiere un’azione malvagia è causato da un difetto dell’intelligenza e della conoscenza (sbagliare per ignoranza) e non da una perversione della volontà, postulato del peccato cristiano.

Il demone socratico: Nel corso della sua ricerca, Socrate ripete spesso di essere stato guidato dai consigli di un daimonion, una voce divina che avverte all’interno dell’anima, che lo aiuta a vivere una vita virtuosa. Socrate attinge quest’idea dalla tradizione dei primi filosofi. Ma questo daimonion non va inteso né in senso psicologico come un grillo parlante o una “voce della coscienza”, né in senso mistico. Per Senofonte è la “voce di Dio che dà a Socrate ammonimenti e consigli su quel che debba fare, quasi oracolo interiore”. È insomma quella voce di origine divina che fa vergognare l’uomo quando compie un’azione ingiusta. È il cuore dell’autarkeia filosofica, ovvero è l’unico bene di cui il filosofo ha bisogno, fonte interiore della sapienza. Questo motivo, estraneo alla religione greca, poté essere inteso come segno di empietà.

La condanna a morte: Socrate fu processato nel 399 a.C. sotto l’accusa di empietà, di ateismo e corruzione dei giovani. Pena richiesta dall’accusa: la morte. In realtà, a Socrate sarebbe bastato difendersi o abiurare le sue idee per salvarsi e pagare una multa o andare in esilio. Sarebbe anche potuto fuggire con l’aiuto degli amici e dei discepoli. Ma fuggire avrebbe significato perdere la dignità di cittadino e sottrarsi a quella vita virtuosa a cui indirizzava i suoi discepoli, e quindi sottrarsi alla sua missione di educatore. Chi si sottrae dalla legge compie un’ingiustizia, perché rinnega le proprie radici e rinnega il patto razionale di concordia che lo rende un cittadino. “Dura lex, sed lex”: per quanto ingiusta, la legge è legge, e come tale va rispettata. Socrate diventa il simbolo stesso dell’autarkeia filosofica: porta costantemente in sé stesso la sapienza e la virtù, e pur di allontanarsi da un gesto vile come sarebbe la ritrattazione delle proprie tesi ed dell’intenzione di educare i giovani alla virtù, decide di morire. Per questo Socrate accetta la condanna e anzi trasforma la sua difesa in un feroce attacco alla classe politica democratica di Atene, narratoci nell’Apologia di Socrate di Platone. Sempre attraverso Platone (nel Fedone) conosciamo la morte del filosofo, tramite avvelenamento; e le sue ultime parole sono serene e consolatori: l’uomo giusto non ha nulla da temere dalla morte.

Vita e pensiero socratico


Così come sono stati condannati i sofisti, la tradizione ci narra con molta ironia la figura di Socrate.
Quella di Socrate è un immagine immortale in quanto egli stesso scelse di morire piuttosto che essere calunniato: dopo essere stato accusato di corrompere la gioventù (diceva ai giovani di fare ciò che è bene e non ciò che gli veniva imposto), non accettò la difesa di un avvocato, poiché, ritenendosi buono, sperava non gli accadesse niente di male. Socrate non ha lasciato di proposito nulla di scritto sulla sua dottrina quello che sappiamo di lui ce lo tramandano i suoi discepoli e soprattutto Platone.
Prima di morire, Socrate, affida i suoi figli a quelli che lo condannano certo che anche i suoi accusatori agivano in buona fede, la sua condanna fu quella di morire avvelenato dalla cicuta. Essenzialmente Socrate accetta la sua condanna per coerenza con la sua dottrina, egli infatti riteneva che una legge si può cambiare, ma non si può contraddire e scappando dalla pena, come avrebbe potuto fare, si sarebbe contraddetto.
Socrate vive l’Età Periclea e ha in comune con i sofisti due aspetti:
1- Interesse per l’uomo
2- Il concetto secondo cui non si deve credere a realtà prefissate, ma ognuno deve partorire la sua verità e a questo punto, Socrate, aggiunge che la verità è quella che si identifica col bene e che va al di là dell’egoismo personale, ovvero è il bene per tutti e non per il singolo.
Socrate nasce da una famiglia di origini medio borghesi: il padre faceva lo scalpellino e la madre l’ostetrica, Socrate prese spunto dal lavoro della madre: come lei faceva partorire i corpi, egli decise di far partorire le menti (Maieutica), ciò significa che lui voleva che ognuno potesse pensare il bene autonomamente, non devono essere gli altri a dire al soggetto come è giusto comportarsi, ma è il bene che deve essere pensato dal soggetto stesso.
In Socrate abbiamo:
- Bene: che corrisponde alla conoscenza del Bene.
- Male: che è ignoranze del Bene, chi fa il male è perché ignora il Bene.

Socrate ad Atene veniva offeso come fosse un Sofista, la tradizione lo riporta molto male, Platone lo ha rivalutato, Aristotele, invece, lo osserva solo da un’angolazione.
Socrate era contro la tradizione non voleva obbedire a delle regole solo perché c’erano delle leggi, infatti, la società non avrebbe voluto ucciderlo, ma mandarlo in esilio, ma andando in esilio, Socrate, avrebbe ammesso una colpevolezza inesistente, così come sentendosi innocente non accetta di essere difeso, tanto che Socrate stesso in tribunale affermerà di volere un premio anziché una punizione e per questo fu accusato anche di arroganza.

Il Saggio: Per Socrate il Saggio è colui che sa di non sapere. Egli sviluppa questa teoria dopo aver fatto visita all’oracolo di Delfi, che gli aveva riconosciuto il merito di essere il più saggio, il più intelligente, non sentendosi tale, però Socrate decide di interrogare i suoi concittadini e capire perché proprio a lui sarebbe andato il merito di essere il più saggio:
- Socrate si reca dai politici: essi rispondevano solo parzialmente alle sue domande
- Socrate si reca dagli artisti: le loro risposte non accontentano Socrate
- Socrate si reca dagli artigiani: sono preparati nelle cose che riguardano direttamente il loro lavoro, ma non sanno nulla del resto.
Tutte le persone da lui interrogate pur non sapendo pretendevano di sapere e da qui Socrate deduce che l’oracolo gli aveva riconosciuto il merito della saggezza proprio perché lui era l’unico che sapeva di non sapere.

Bene è Sapere: Il bene l’uomo lo trova dentro se stesso. Quando uno fa il bene è una persona virtuosa. Per fare il bene bisogna conoscerlo quindi la virtù corrisponde al sapere, ma se il bene corrisponde al sapere, allora la virtù corrisponderà anche al bene.
Per conoscere il bene dentro di noi, bisogna prima conoscere noi stessi, conoscersi è una ricerca continua delle proprie capacità e dei propri limiti. Quindi per avere una conoscenza deve esserci una ricerca. Il bene spostandosi sempre, diventando sempre diverso, non potrà mai essere rappresentato in terra nella sua totalità, per questo Socrate decise di non mettere per iscritto la sua dottrina, poiché la sua dottrina era sempre in continuo cambiamento, in continua evoluzione. Il bene socratico quindi si identifica con la ricerca continua del Bene per questo coloro che erano contro Socrate lo definiscono come un inconcludente.

Socrate, riassunto


Socrate nacque ad Atene nel 469 a.C., era figlio di uno scultore e di una levatrice. I suoi studi giovanili li compì ad Atene. Si tenne lontano dalla vita politica, trascurando ogni attività politica e visse con sua moglie Santippe e i figli.
Egli dedicò il suo intero tempo nella ricerca della filosofia, tanto che per essa decise di morire. Venne accusato e processato per aver influenzato e corrotto i giovani di Atene con idee diverse. Socrate preferì essere condannato a morte piuttosto che non dedicarsi alla sua missione educativa nei confronti della città di Atene. Morì nel 399 a.C.

PENSIERO FILOSOFICO: Socrate CONCEPIVA la filosofia come esame incessante di sé stesso e degli altri. Per questo motivo può essere confuso con i sofisti, ma in realtàè il filosofo greco e i sofisti hanno in comune solo la tematica dell'uomo.
Socrate non scrisse nulla; la filosofia da lui praticata non poteva "essere continuata dopo di lui da uno scritto". Uno scritto poteva forse comunicare una dottrina, ma non stimolare la ricerca o suscitare il filosofo.
In seguito Platone, nei suoi dialoghi, offrì un'ammirata presentazione del suo maestro, mentre Aristotele lo presentava come "lo scopritore del concetto" (concetto inteso come astrazione mentale che passa dal particolare all'universale).
Socrate si differenziava dai sofisti, poiché il suo obiettivo era quello di andare oltre il relativismo morale, sentendo l'esigenza di "partorire" per gli uomini delle verità comuni ("partorire" inteso come arte della maieutica). Inoltre era sua intenzione salvare la morale, considerata unica e universale. Socrate affermava che alla mente umana sfuggissero i perché ultimi delle cose. Bisognava essere coscienti della propria ignoranza, poiché sapiente sarebbe stato soltanto chi sa di non sapere, quindi solo chi sa di non sapere cerca di sapere. Socrate riesce affermava che questo obiettivo potesse raggiunto grazie alla maieutica.
Socrate affermava che fosse necessaria la scoperta della definizione. Il ragionamento induttivo è quello che dall'esame di un certo numero di casi o di affermazioni particolari risale ad un'affermazione generale; tale affermazione è la definizione della cosa, ovvero il concetto. Quest'ultimo però non ha una consistenza ontologica (una realtà a sé stante). Per Socrate non esistono il bene e il male come entità metafisiche. Il bene e il giusto sono valori umani, che scaturiscono di volta in volta dal nostro ragionare.
Il "sapere" è sapere quando è bene fare questa o quella azione, a seconda del momento. Secondo il razionalismo morale la vita è da considerarsi come avventura disciplinata dalla ragione. La virtù è unica (scienza del bene). Le virtù umane coincidono con i valori dell'interiorità della ragione. (virtù come calcolo logico che rende migliore la vita). Il pensiero morale invece quello secondo cui nessuno pecca involontariamente e chi lo fa, lo fa per ignoranza del bene. L'anima invece viene considerata come sede intellettuale.

Socrate, sintesi


Nacque ad Atene nel 470-469 e compì li la sua educazione e fu scolaro di Anassagora. La sua vocazione fu la filosofia, la ricerca filosofica come esame incessante di se stesso e degli altri. Le testimonianze sono parecchie, le principali sono: Aristofane, Policrate, Senofonte, Platone e Aristotele. Fu l'antisofista per antonomasia ma è legato ad essa per tre aspetti: l'attenzione per l'uomo e il disinteresse per le indagini intorno al cosmo. La tendenza di cercare nell'uomo i criteri del pensiero e dell'azione. L'atteggiamento spregiudicato e la mentalità razionalistica, anticonformista, anti tradizionalistica. L'inclinazione verso la dialettica e il paradosso. Si convinse che alla mente umana sfuggono inevitabili perché ultimi alle cose e che essa non è in grado di conoscere. Cominciò a intendere la filosofia come indagine in cui l'uomo tenta con la ragione di chiarire sè a se stesso, rintracciando il significato profondo del proprio essere al mondo. Fece proprio il modo dell'oracolo delfico "conosci te stesso" vedendo in esso la motivazione del filosofare e la missione del filosofo. Per Socrate la prima concezione della ricerca è la coscienza della propria ignoranza, il sapiente è soltanto chi sa di non sapere. La formula socratica non assume il significato di una denuncia polemica di quella categoria di individui che credono di avere certezze sulla vita. La tesi del non sapere funge da richiamo ai limiti della ricerca, invito ad indagare.
Ironia: prima preoccupazione è di renderli consapoveli di essere ignoranti e si avvale dell'ironia. Gioco di parole attraverso il quale il filosofo giunge a mostrare il "non sapere" in cui si trovano. Metodo usato per svelare all'uomo la sua ignoranza, Socrate comincia a fargli domande utilizzando l'arma del dubbio e manovrando la tecnica della confutazione, provocando vergogna. Il filosofo può raggiungere lo scopo invogliandolo alla ricerca del vero => sofistica nobile, tende alla purificazione e alla librazione.
Maieutica: Socrate ostetrico delle anime, aiuta gli intelletti a partorire il loro genuino punto di vista della cose. Scaturisce il concetto di verità come conquista personale e della filosofia come avventura della mente di ciascuno. La vera educazione è sempre autoeducazione.
Il ragionamento induttivo è quello dell'esame di un certo numero di casi o di affermazioni particolari e risale ad un'affermazione generale => concetto. Socrate sente il bisogno di portare ordine nel discorso interpersonale => necessità di una precisazione linguistica dei concetti. Comincia a delinearsi la reazione al relativismo linguistico, conoscitivo e morale. Per lui le definizioni e il concetto rimangono allo stato esistenziale. Il punto chiave della morale di Socrate è la concezione della virtù come ricerca e scienza. Il concetto di virtù indica la maniera ottimale di essere uomini. Considerata come qualcosa di dato. Socrate afferma che la virtù non è un dono gratuito ma una faticosa conquista. La virtù è una forma di sapere. Per essere uomini è indispensabile riflettere, cercare e ragionare. Il bene e il giusto sono valori umani, che scaturiscono dal nostro ragionare. Il sapere di cui parla Socrate è sapere quando è bene fare questa o quella azione.
Demone: interpretato come voce della coscienza, è il sentimento di ciò che trascende l'uomo, è la guida trascendente e divina della condotta umana. E' un concetto religioso. Il demone di Socrate può essere considerato la personificazione dell'anima individuale. _dottrina orfica della purificazione dell'anima (prigioniera del corpo) _anima come sede della vita intellettuale dell'uomo. Portano all'idea dell'immortalità dell'anima. Ammette gli dei solo perché ammette una divinità superiore, della quale gli dei sono la manifestazione. L'intelligenza umana mostra che tutto non può essere opera del caos ma di una mante ordinatrice. La divinità socratica è custode del destino degli uomini.
L'accusa di Socrate fu presentata a Meleto e fu condannato per: non riconoscere gli dei come quelli della tradizione della città, ma di introdurre divinità nuove e di corrompere i giovani. La sua difesa fu un'esaltazione del compito educativo. Dichiarò che in nessun caso avrebbe tralasciato questo compito, chiamato da un ordine divino.

Pensiero di Socrate


IL TEMA DELL'IGNORANZA SOCRATICA: E' un brano tratto dall'Apologia di Patone in cui si parla di Socrate, che non ha scritto nulla perchè appartiene a una cultura ancora legata all'oralità. Ci offre una testimonianza e una sua immagine storicamente attendibile il suo allievo Platone.
Quando Socrate raggiunge circa i 70 anni di età vengono sollevate contro di lui accuse quali:
⦁ empietà, indagare la natura e il divino in maniera non ortodossa
⦁ corrompere i giovani, diffondendo queste teorie
⦁ non riconoscere gli dei della poleis
Nell'Apologia si descrive il processo e il discorso di Socrate per rispondere alle accuse. E' un discorso in difesa di se stesso, ha origine dal fatto che la dichiarazione preliminare di innocenza di Socrate portò i magistrati a chiedersi perchè venissero sollevate delle accuse contro di lui: qualcosa deve pur aver fatto, pensano. Socrate si dichiara innocente sostenendo che non è lui a essersi dichiarato sapiente ma è stato l'oracolo di Delfi. A questo punto è descritta la nascita della sua vocazione filosofica, che parte da un vaticinio della Pizia "sei il più intelligente tra gli uomini". Socrate dice di non essere un sapiente e se qualcuno dice che lui è sapiente, dirà che questo è completamente falso. Il paradosso di fronte al quale si trova il filosofo è che essendo un vaticinio parola rivelata di un dio, deve essere per forza vero, quindi deve scoprire l'enigma. L'enigma è una delle esperienze dell'uomo greco, ed è tragica: scoprendolo si scopre la verità, quindi anche il proprio destino. Inizia così la sua indagine filosofica, ossia la ricerca del significato del responso dell'oracolo. L'indagine sarà molto scomoda perchè distruggerà l'autorevolezza e l'apparenza di credibilità di certi individui della poleis. Si domanda cosa siano la virtù, il divino, la giustizia... e mostra come tutte le risposte comunemente accettate non siano valide. Questi individui dunque non sanno, ma credono di sapere, è una scoperta scomoda perchè essi, specialmente i politici, trovano conveniente saper dire cosa è bene e cosa è male. Questo è l'atteggiamento genuino nel quale Socrate indaga, la conoscenza di se stesso e la consapevolezza di non sapere.

SOCRATE E I SOFISTI: Nel brano di Platone vengono elencati i capi d'accusa di Socrate, tra questi ce n'è uno che dice che Socrate era imputato di praticare un'arte che faceva apparire forte il discorso debole e debole quello forte. Questo significa praticare l'arte sofista, è dunque un sofista lui? Che cosa lo accomuna o differenzia dai sofisti? Egli è una personalità non inquadrabile in un'unica categoria. Certamente conosceva i sofisti, si dice anche che fosse amico di Euripide.
Tratti comuni
⦁ stesso destinatario: si rivolgevano ai giovani ateniesi, con la differenza che i sofisti si facevano pagare, Socrate no
⦁ stessa attività di insegnamento: nonostante Socrate nono presentasse l'attività come tale
⦁ oggetto dell'indagine viene spostato dalla natura all'uomo
⦁ strumento dell'indagine è la parola, linguaggio, discorso
Differenze
⦁ I sofisti aderiscono al relativismo, mentre Socrate vi si oppone. Questo ha conseguenze molto forti perchè il linguaggio era concepito dai sofisti come strumento di persuasione, mentre da Socrate come strumento di ricerca della verità. La verità può persuadere, ma non tute le persuasioni sono vere, dunque per i sofisti vi sono più verità, per Socrate una.
⦁ La tecnica messa a punto da Socrate per raggiungere la verità attraverso il linguaggio è la dialettica, cioè arte del discorso. I sofisti applicano l'arte del discorso LUNGO, cioè comunicano agli allievi la capacità di fare discorsi contrapposti, si pensi a Protagora. Nella loro attività i sofisti non dialogavano con gli allievi, miravano solo a creare discorsi persuasivi. Socrate applica invece l'arte del discorso BREVE, usa strumenti logici ereditati dalla tradizione parmenidea e sofista. Si parla di dialogo socratico, tramandato dal suo allievo Platone.

STRUTTURA DEL DIALOGO SOCRATICO:
. PARS DESTRUENS, parte critica o negativa. L'interlocutore di Socrate in genere si presenta come sapiente e il filosofo si rivolge a lui perchè, in quanto non sapiente, vuole capire cos'è la sapienza. L'interlocutore risponde non con una proprietà che definisce l'insieme ma indicando un individuo dell'insieme o un'azione precisa (esempio che cos'è la parità? il numero 18)
E' anche detta parte ironica, si parla di ironia socratica, una nobile ironia (analizzata da un pensatore danese tardo romantico dell'Ottocento) per la quale si definisce qualcosa attraverso il suo contrario. E' una simulazione? Si può far corrispondere ironia e simulazione? La coscienza che Socrate aveva di se stesso era quella di essere sapiente o non sapiente? No, Socrate era genuinamente convinto di non essere sapiente, non simulava, si trova ad avere una sapienza che non aveva mai cercato di ottenere e che non rivendica nel dialogo con l'interlocutore.
Nel rispondere l'interlocutore cade in contraddizione, finendo immobile senza più sapere cosa rispondere. Viene così messo dal filosofo sulla strada della ricerca dell'universale, contenuto nella fase successiva...
2. PARS COSTRUENS, parte costruttiva e positiva. La situazione iniziale si inverte, Socrate attraverso le domande si pone come sapiente e l'interlocutore come non sapiente. Questa parte non è mai giunta a mostrare un vero e proprio risultato compiuto, solo con Platone avremo un completamento dell'indagine socratica. Questa inversione è una messa in scena del procedimento della dimostrazione per assurdo, che inizia dalla negazione della tesi dalla quale scaturiscono risultati inaccettabili. Socrate dimostra per assurdo la propria sapienza partendo dall'assunto opposto, cioè la non sapienza. L'interlocutore comincia a cercare l'uno tra i molti, quindi la ricerca della definizione.
Socrate ha esemplificato queste due parti del dialogo socratico riferendosi ai suoi genitori. Diceva di essere figlio di uno scultore, il cui lavoro era quello di togliere e mettere, coerente con la definizione della pars destruens. Infatti come lui, Socrate ha tolto la falsa sapienza, cosa che ognuno dovrebbe fare nelle prime fasi della conoscenza. Diceva poi di essere figlio di una levatrice, che incarna la pars costruens detta anche maieutica. Infatti non era Socrate a "partorire" ma si limitava ad assistere aiutando l'anima dell'interlocutore a mettere in luce la verità che era in lui.
Da questo punto di vista Socrate è profondamente diverso dai sofisti, i quali si dicevano in grado di dare la verità a chi non la possedeva. Alcuni presentavano il proprio insegnare come un ridare la vista ai ciechi, ma Platone diceva che il problema non era tanto vedere, ma guardare nella giusta direzione, bisogna rivolgere gli occhi dell'anima dall'oscurità alla luce. L'atteggiamento socratico era sterile, non produceva verità, ma indicava all'anima, per usare la metafora platonica, a muoversi in direzione della luce.

RELIGIOSITA' DI SOCRATE: La religiosità di Socrate era molto razionale ed egli tendeva ad avere un atteggiamento critico nei confronti di alcuni discorsi sul divino presenti nella cultura greca. Non dava ascolto ai discorsi che facevano apparire gli dei come dominati da passioni umane, che gli facevano compiere azioni non nobili come quelle umane. Quando parlava degli dei non simulava, nonostante ciò il suo discorso poteva risultare strano.
PERCHE' SOCRATE NON ADERISCE AL RELATIVISMO? Il relativismo etico asserisce che non esiste un unico bene, ma tanti beni quante sono le azioni buone e gli individui che agiscono. Non esiste un minimo comun denominatore tra questa pluralità di beni: non c'è un bene che sia più buono di un altro, sono tutti uguali. Il relativismo politico sostiene la stessa tesi ma per quanto riguarda le giustizie, perchè ognuno presenta la sua. Socrate risponde che ciò non può essere accettato poichè per dire che tutte queste azioni sono giuste o buone devo supporre che abbiamo un tratto (carattere) comune all'insieme delle azioni giuste o buone. Se non ce l'hanno vengono così chiamate solo per omonimia. Questo tratto in comune che ci deve essere è quello che verrà poi chiamato da Platone l'universale, ovvero l'idea, e viene da Socrate definito "uno nei molti".

RICERCA DELLA DEFINIZIONE: Socrate aveva spostato l'oggetto dell'indagine dalla natura all'uomo , egli indagava le virtù, che non possono essere concepite come oggetti naturali, ma come "oggetti morali" e sono ad esempio la giustizia, il coraggio, la moderazione... Questi oggetti da lui indagati venivano presentati come attributi delle azioni umane (esempio una persona è prudente perchè il suo agire, il suo comportamento è prudente) Socrate si pone dunque il problema della conoscenza della vita morale dell'uomo, attraverso sempre il suo agire.
Ciò che viene definito da Platone l'universale è un insieme di oggetti definito da una proprietà comune a tutti che definisca la loro appartenenza. Per definirli è quindi necessario indicare la proprietà, chiamata segno di appartenenza (esempio: se ho un insieme di oggetti per definirlo devo indicare la proprietà attraverso cui un individuo appartiene all' insieme. Per i numeri pari, la proprietà è essere multiplo di due. Per gli oggetti rossi, la proprietà è il colore rosso. per le azioni giuste, la proprietà è "essere giuste")
Ma un individuo che appartiene a un insieme corrisponde o non corrisponde alla proprietà che determina l'appartenenza all'insieme? No, una cosa sono gli individui che godono della proprietà dell'insieme, un'altra cosa è la legge di appartenenza all'insieme stesso. La classe o insieme non può coincidere con nessuno dei singoli individui all'interno. Questo è il significato della critica al relativismo (esempio: deve esistere un'unica giustizia, non tante e questa deve essere caratteristica delle singole azioni giuste)
Socrate, attraverso delle domande, guida il suo interlocutore a capire che delle definizioni spesso portano a conclusioni contraddittorie tra loro che non possono essere accettate (esempio: che cosa è considerato giusto o sbagliato dagli dei dipende, perchè alcuni dei possono avere opinioni differenti). Utilizza quindi il metodo della dialettica e della riduzione all'impossibile in maniera virtuosa.

L'IDENTIFICAZIONE DI VIRTU' E SAPERE: Come abbiamo detto dunque, Socrate pone al centro del suo pensiero l'indagine delle virtù. La virtù è un universale rispetto alle sue singole manifestazioni perchè esistono tante virtù diverse, tante forme di agire morale caratterizzate dal loro bene.
Socrate si è posto due domande: domanda sulle singole virtù e domanda sulle virtù in generale. Quindi non solo si è domandato cosa fossero le singole virtù e si è opposto al relativismo socratico, ma si è posto anche la domanda sulle virtù nel loro insieme, se effettivamente avessero una caratteristica comune presente in tutte esse. La risposta è che ciò che è comune a tutte le virtù è la conoscenza, agisce dunque bene solo chi conosce. Le virtù sono tante e ciascuna di esse è un universale perchè intesa come conoscenza dell'universo. Alla domanda che cosa sono le virtù in generale risponde che coincidono con il sapere. E' una risposta innovativa perchè tradizionalmente nella società greca si pensava che la virtù scaturisse da un'appartenenza a una stirpe. A questa concezione si contrappongono Socrate e i sofisti, che sostengono che le virtù non si possiedono per sangue, ma che siano insegnabili (concetto di insegnabilità delle virtù) Per i sofisti però, come nel caso di Protagora, la virtù consiste nel possesso dell'arte retorica, l'arte dei discorsi persuasivi. Secondo Socrate invece corrisponde all'agire che è accompagnato dal conoscere e da un retto pensiero. Da qui la definizione socratica secondo cui la virtù coincide con il sapere, il sapere è insegnabile, perchè la finalità del dialogo socratico è trovare il vero sapere, che è già nell'animo dell'interlocutore di Socrate.
Questa tesi che equipara virtù e conoscenza si chiama INTELLETTUALISMO ETICO: VIRTU'=CONOSCENZA=SAPERE
L'intellettualismo etico e' la dottrina secondo cui la virtù coincide con il conoscere e il sapere, e veramente virtuoso è colui che agisce conoscendo, quindi con cognizione di causa. La virtù è una qualità dell'agire, non del conoscere. La conseguenza dell'intellettualismo è quindi per Socrate che solo chi veramente sa può agire bene. Se qualcuno non agisce bene vuol dire che non sa. Colui che conosce agisce sempre secondo il bene. Su un piano etico sostiene quindi che noi non siamo effettivamente responsabili del male etico che compiamo, se infatti sapessimo qual'è il bene che corrisponde a quell'agire lo seguiremmo. Questo è un modo di concepire la NON RESPONSABILITA' umana delle azioni. Anche Gorgia riflette su questo, ma secondo lui l'uomo è preso da forze superiori, emerge il concetto di forza, che può essere parola persuasiva, potenza dell'immagine o altro se comunque superiore non si può resistere. Se quindi per Gorgia l'individuo non è accusabile perchè in preda a forze maggiori, per Socrate il soggetto non è eticamente responsabile per la sua non conoscenza del bene.
Per semplificare la riflessione socratica sulla responsabilità umana, nell' Apologia egli prima di introdurre il suo discorso giustificatorio, dice ai giudici che lui vuole difendersi perchè intende evitare che essi facciano del male a loro stessi non sapendo e non potendo quindi agire bene.
IL DAIMONION: Un altro aspetto del pensiero socratico è quello religioso. Socrate racconta che quando si trova davanti ad una decisione sente dentro di sè una voce demonica (cioè divina) che interviene più per dissuaderlo da compiere qualche azione che per indicargli il giusto, ha quindi un carattere negativo. C'è una correlazione con la politica perchè questa voce si leva specialmente quando il filosofo vuole parlare con i cittadini dell'agora di politica. A questa voce sono state date varie interpretazioni: si tratta della coscienza, che nel caso di Socrate è una voce demoniaca con un atteggiamento di carattere religioso.
Dal punto di vista della politica, è difficile inquadrare una sua adesione. Durante il governo dei trenta tiranni Socrate era amico personale di Crizia. I trenta stavano forzando le istituzioni democratiche ateniesi e pensavano di avere anche lui come sostenitore, dandogli l'incarico di arrestare un loro avversario politico, che lui però rifiuta. La strategia da loro usata è quella di condividere con altri un azione illecita per poi ricattarli. Oltre a non apprezzare il regime tirannico, sarà avverso anche al successivo democratico che si fonda a sua detta su falsa sapienza
IL PROBLEMA SOCRATE: Socrate non ha scritto nulla direttamente, di lui abbiamo solo testimonianze, ovvero fonti indirette di coloro che hanno ascoltato i suoi insegnamenti. Di fronte a queste testimonianze però gli storici hanno trovato caratteri tra loro contraddittori e divergenti. La figura di Socrate che ci viene presentata da Platone è diversa da quella che ci descrive Aristofane e quella delle scuole socratiche minori. Di fronte alle discordanze delle testimonianze gli storici si sono interrogati sull'origine di queste ambiguità. La risposta è che queste testimonianze erano il frutto di una interpretazione, rielaborazione e assimilazione personale del pensiero socratico. Il problema Socrate si sviluppa quindi su diversi livelli
FONTI: non ci sono fonti scritte direttamente dal filosofo
TESTIMONIANZE: si contraddicono e divergono tra di loro
INTERPRETAZIONI: E' possibile individuare le principali versioni e raggruppare i nodi interpretativi della figura di Socrate? Si, a partire dal 1700 si è giunti a porre questioni interpretative:
1. se Socrate sia esistito o meno. Buona parte della filologia per un periodo ha ritenuto che Socrate fosse una figura letteraria creata da Platone per dare un volto all'interlocutore dei dialoghi senza che questo avesse una consistenza storica. Un'altra parte della filologia ha invece ritenuto che Socrate fosse un concreto individuo storico. Oggi siamo propensi a ritenere che egli sia realmente esistito, tuttavia è altrettanto vero che Platone ne ha plasmato l'immagine in maniera creativa ed efficace. Ha dato un volto a un atteggiamento filosofico costante nel pensiero dell'uomo, che è quello della domanda e del domandare: non c'è filosofia senza domanda, senza l'enigma che si impadronisce dell'uomo e lo spinge a cercare delle risposte. Platone è stato sensibile a questo aspetto, ha plasmato la figura di Socrate dandogli un atteggiamento originario che è alla base della filosofia.
2. fin dove è giunta l'indagine socratica, dove finisce il pensiero di Socrate e dove inizia quello di Platone. Non sappiamo se Socrate abbia indicato la strada degli universali come strada che permette una via d'uscita dal relativismo, ma non ha indicato che tipo di esistenza potessero avere. Ci pone domande come: che tipo di esistenza fanno le virtù? Sono indipendenti rispetto a chi agisce? Dove e come agiscono? Sono simili a oggetti fisici? Questi interrogativi sul tipo di esistenza degli oggetti orali se li porrà Platone dando alle virtù una base ontologica. In Platone nasce un'ontologia del mondo ideale diverso dal mondo fisico a partire dall'esigenza di dare una base ontologica alle teoria socratiche sulla virtù. Gli storici si sono interrogati se Socrate sia arrivato a dare una risposta alla domanda cos'è la virtù o se si è limitato a constatare la contraddizione delle varie risposte, senza però individuare una vera risposta. Quest'ultima possibilità è quella che indica Socrate come un pensatore aporetico.
3. se Socrate sia un pensatore aporetico o meno. E' un aggettivo che deriva da aporia, l'impossibilità di dare una risposta precisa ad un problema, difficoltà a proseguire in un ragionamento. Alcuni storici lo hanno definito un pensatore tale perchè è particolarmente abile nell'individuare le contraddizioni insite nelle risposte dei suoi interlocutori, senza tuttavia dare una risposta vera e propria. Socrate sa in quale direzione andare, quella dell'universale, quella della ricerca e della definizione: probabilmente qualcosa di più di un pensatore aporetico.
4. eredità di Socrate, gli storici su questo punto sono divisi, secondo alcuni l'eredità socratica è stata quella di aver aperto l'indagine sugli oggetti morali, per altri non è importante che cosa sia stato indagato, ma come sia stato fatto. Non è possibile fissare un'immagine univoca del pensiero di Socrate . In realtà ci sono scuole diverse a seconda di quale parte del dialogo socratico è stata valorizzata, per Platone la parte positiva o maieutica, per le scuole socratiche minori la parte critica o negativa. Per la scuola dei cinici e per i megarici non ci può essere un indagine che non abbia un esito aporetico dell'essere, l vero insegnamento di Socrate per loro è l'impossibilità di conoscere.

Dialettica


Il metodo dialettico di Socrate e la sua finalità: La dialettica e il metodo di Socrate risultano legati alla sua scoperta dell’essenza dell’uomo come anima. Le finalità del metodo socratico sono di natura etica e educativa. Dialogare con Socrate corrispondeva a fare un “esame dell’anima”, cioè un “esame morale”. La dialettica di Socrate corrisponde con lo stesso dialogare di Socrate, formato da due momenti essenziali: la “confutazione” e la “maieutica”. Nel far questo, Socrate si avvaleva della maschera del “non sapere” e dell’ironia.

Il “non sapere” socratico: Socrate, si mette nei confronti dell’interlocutore nell’atteggiamento di chi non sa e di chi ha tutto da imparare. Socrate afferma che l’unico sapiente è Dio.

L’ironia socratica: L’ironia è una delle caratteristiche della dialettica di Socrate. Ironia significa “simulazione”, indica il gioco scherzoso, molteplice e vario delle finzioni e degli stratagemmi messi in atto da Socrate per costringere l’interlocutore a dar conto di se medesimo.

La “confutazione” e la “maieutica” socratiche: La confutazione avveniva nel momento in cui Socrate portava l’interlocutore a riconoscere la propria ignoranza. Sulle persone mediocri questo tipo di discussione provocava irritazioni ma nei migliori la confutazione provocava un effetto di purificazione dalle false certezze, ossia un effetto di purificazione dall’ignoranza. Il termine maieutica significa "arte della levatrice". L'arte dialettica viene paragonata da Socrate a quella della levatrice: poiché, come quest'ultima, il filosofo di Atene intendeva "tirar fuori" all'allievo pensieri del tutto personali. Parte integrante del metodo è il ricorso a battute brevi e taglienti. La maieutica comincia dopo le fasi del rapporto maestro-discepolo e dell'ironia. Il discepolo era libero di scegliere se continuare il rapporto da un punto di vista ideologico oppure andarsene. Continuando questo rapporto entrava in gioco la fase dell'ironia (finzione). Socrate fingeva di abbassarsi al livello culturale del discepolo facendogli domande e rendendolo partecipe delle proprie. Solo in questo modo e mediante il dialogo Socrate riusciva a fare il lavoro della levatrice. Come la levatrice porta alla luce il bambino, Socrate portava alla luce le verità dal discepolo. La maieutica quindi non è l'arte di insegnare ma l'arte di aiutare.

Filosofia di Socrate


La vita: Socrate vive tra il 470 e il 399 ad Atene. Mostra un amore per la verità, un rigore intellettuale e un utilizzo di tutte le migliori virtù con una coerenza che lo porta ad accettare la morte. Figlio di un’allevatrice e di uno scultore si dedica fin da giovane alla filosofia, entrando in contatto con Anassagora e i maggiori sofisti. Fu soldato, partecipando a numerose azioni di guerra distinguendosi per il valore d’insensibilità alla fatica e ai disagi, mostrando una forza di carattere che lo distinguerà nella vita civile. Infatti, non esita ad opporsi all’opinione della maggioranza o del potere quando lo riteneva giusto, anche a rischio di gravi conseguenze. Dopo la caduta dei 30, nel 399 è processato per empietà e corruzione dei giovani. Lui rifiutò i compromessi subendo il processo e la condanna a morte bevendo la cicuta.

Il pensiero: Socrate non lascia nulla di scritte e il suo pensiero è noto solo attraverso le testimonianze di Aristofane, Platone, Senofonte e Aristotele.
Aristofane presenta un Socrate vicino al naturalismo e ai sofisti insegnando l’arte di far valere il discorso sulla verità.
Platone e Senofonte mettono invece a confronto la dialettica di Socrate guidata da intenti etici e di scoperta della verità con quella sofista, basata sull’abilità retorica.
Aristotele ha attribuito a Socrate l’invenzione dell’universale, da perseguire attraverso la ricerca delle definizioni dei concetti come quello di bene, virtù, valore.
Proprio questa ricerca è servita da aiuto alla teoria delle idee di Platone. Platone testimonia che è stato l’oracolo di Delfi ad avviare Socrate alla filosofia. Il responso dell’oracolo lo reputava il più sapiente tra i greci, così che Socrate stupito perché consapevole della propria ignoranza, interrogò coloro che ritiene più saggi (politici, poeti, artigiani), ma scopre che anche loro condividono la sua ignoranza. Dunque, tutti gli uomini sono ignoranti, però Socrate è più sapiente degli altri in quanto sa di non sapere.
Scoperta questa verità decide di porla alla base della sua azione, invitando i giovani alla conoscenza di se stessi. Aderisce dunque al motto dell’oracolo di Delfi “conosci te stesso”. Con questo vuole indicare che lo scopo della conoscenza non è del mondo esteriore ma come credevano i naturalisti sull’indagine dell’uomo. Dunque decide di utilizzare il metodo maieutico. La maieutica è l’arte dell’ostetricia a portare la verità alla mente dell’interlocutore. Ciò avviene alla base di un dialogo in cui Socrate fa la parte di colui che all’inizio chiede spiegazioni all’interlocutore che si suppone molto più sapiente ma che in seguito finisce per mostrare di non sapere più molto. Questo metodo è chiamato ironia socratica. Socrate non presenta mai la propria definizione delle singole virtù, ed è per questo che Aristotele gli attribuisce la scoperta del ragionamento induttivo (come da casi particolari si risale all’universale).

Principi del pensiero socratico


Biografia di Socrate: Il periodo storico in cui visse Socrate (470/469 a.C. – 399 a.C.) è caratterizzato da due date fondamentali: il 469 a.C. segna la definitiva vittoria dei Greci sui Persiani con la vittoria nella battaglia di Eurimedonte. La vita di Socrate si svolge dunque nel periodo della maggiore potenza ateniese, ma anche del suo declino: infatti, all'età dell'oro di Pericle seguirà, nel 399 a.C., la crisi dell’imperialismo ateniese: con la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso inizia il dominio spartano sulla Grecia. Socrate fu figlio di Sofronisco, scultore, e di Fenarete, levatrice (o ostetrica; aiutava le donne a partorire). Egli visse dunque in un periodo di transizione, dall’apice del potere di Atene fino alla sua sconfitta per mano di Sparta e alla sua coalizione nella guerra del Peloponneso. Dopo la sconfitta, si insediò ad Atene un regime oligarchico detto dei “Trenta tiranni” capeggiato dal nobile aristocratico Crizia, zio di Platone e discepolo di Socrate. Questi era odiato sia dai democratici che dagli aristocratici, poiché non era di alcuno schieramento politico, insegnava per le piazze e per le vie di Atene, stringeva rapporti con personaggi di ogni ideologia ed era stato allontanato dagli aristocratici dopo aver essersi rifiutato di appoggiarli in seguito al colpo di stato dei Trenta Tiranni.
Quella di Socrate è una filosofia morale, poiché insegnava come prendersi cura della propria anima. Egli non scrisse nulla, poiché credeva che il vero sapere non poteva essere imprigionato in una semplice pagina, ma era quello che risuonava nella bocca di ogni individuo. Platone è il più grande dei suoi discendenti e proprio per mezzo di lui ci è giunto il pensiero di Socrate. Platone scrisse i “dialoghi socratici”, ovvero dei dialoghi tra Socrate e i suoi vari interlocutori ai quali egli aveva assistito personalmente, poiché per Socrate il dialogo è l’unica forma per esporre le proprie tesi filosofiche.
Socrate è rappresentato come un personaggio negativo sia in ambito politico che culturale: viene criticato anche Aristofane, suo contemporaneo, che lo attacca nella commedia “Le nuvole”, dove lo definisce un “pensatoio socratico” e lo descrive metaforicamente come un pollo accovacciato su una cesta e sospeso a mezz’aria per elaborare i suoi pensieri astratti, inutili per il popolo e anche dannosi. Viene paragonato anche ad un tafano (insetto dotato di pungiglioni) che posto accanto ad un cavallo di razza (che rappresenta Atene), pungendolo, lo disturba e lo disorienta. Socrate sparge confusione e cattivi pensieri e, secondo alcuni, il diavolo si serve di egli per far crollare le certezze di un individuo e renderlo ignorante riguardo un concetto. Un esempio lo ritroviamo nell’ “Eutifrone”, dialogo di Socrate scritto da Platone, ambientato davanti il portone del tribunale di Atene il giorno in cui Socrate stava ritirando l’accusa ricevuta di Meleto (poiché infondeva il dubbio e metteva in discussione gli dei). Il padre di Eutifrone aveva ucciso una delle sue serve ed era stato accusato dal figlio, poiché questa era ritenuta un’azione ingiusta, mentre santa (giusta, legittima) era quella di denunciarlo. Socrate chiede ad Eutifrone quale sia il concetto di santità e, rimanendo insoddisfatto delle varie risposte date, continua ad interrogarlo fin quando Eutifrone non esaurisce tutte le sue idee riguardanti il concetto di santità e si rende conto di essere ignorante. Socrate mette a conoscenza l’interlocutore della sua ignoranza, ma non gli rivela ancora il concetto di santità, bensì lo predispone affinché arrivi autonomamente a comprendere la verità. Quello di Socrate, quindi, non è un lavaggio del cervello, poiché non esegue un trapianto di nozione, ma libera la mente dagli errori e aiuta gli interlocutori a crearsi autonomamente le proprie certezze, a “partorire” le nuove verità: questa tecnica prende il nome di maieutica (“arte del ben partorire”).
La filosofia di Socrate si pone come un progetto pedagogico: è una filosofia che ha come scopo l’educazione dell’uomo alla virtù e alla cura della propria anima.
Socrate non ha delle teorie proprie, poiché in egli non vi è un progetto di sapere finalizzato a spiegare la realtà. Egli è un razionalista, poiché applica la razionalità dialettica in ogni discorso.
Secondo Socrate l’uomo sapiente è colui che si professa ignorante: a questo proposito, Socrate afferma di “sapere perché sa di non sapere”. Imparando dai propri errori, quindi, è possibile costruirsi autonomamente delle certezze reali: questa prende il nome di educazione negativa, che si basa sul valore dell’autonomia e si contrappone all’educazione positiva (che consiste nel travaso di nozioni). L’uomo, liberata la propria mente dagli errori, grazie a Socrate, si costruisce le proprie verità.
L’eironeia: Il concetto di ironia, dissimulazione riguarda la prima fase del dialogo socratico: in essa Socrate si finge ignorante, sprovveduto, e cerca di mettere Eutifrone a suo agio, dicendogli: “Eutifrone, tu che parli così bene, che sei così avveduto della vita, istruiscimi sul concetto di santità.”Attraverso l’ironia, Socrate fa in modo che Eutifrone si senta superiore a lui e che esponga tutte le sue idee riguardanti il concetto di santità. Dopo aver compreso per intero il pensiero di Eutifrone, nella seconda fase del discorso Socrate dice al suo interlocutore: “Non mi hai ancora definito il concetto di santità, finora mi hai soltanto riportato degli esempi concreti di santità, ma a me questi non bastano: quello che ti chiedo è una definizione sintetica che possa spiegarmi questo concetto, l’essenza della santità, il “che cosa è?”; scopo ultimo del dialogare socratico) ”. Adesso è Socrate ad avere il sopravvento e ad apparire superiore rispetto ad Eutifrone, e libera la sua mente dalle false certezze per predisporla a partorire nuove verità.
Il ti esti: Il ti esti si contrappone ai sofisti, poiché l’obiettivo di quest’ultimi non era il dialogo con interlocutori, ma lo sfoggio della cultura personale che valorizzava l’ars oratoria, finalizzata a persuadere, e il loro discorsi non venivano mai interrotti.
Il dialogo socratico non si conclude mai con la definizione di un concetto e ciò rappresenta il carattere aporetico (problematico) dei discorsi di Socrate. L’aporeticità si accompagna alla considerazione che il filosofare è una ricerca infinita, perché in un discorso ogni punto d’arrivo rappresenta un punto di partenza di una nuova indagine riguardante il medesimo concetto. Questa filosofia prende il nome di filosofia dialogica che introduce ad Atene quella che è stata definita oralità dialettico-razionale (o dialettico-concettuale), in contrapposizione all’oralità mimetico-poetica (o oralità pre-filosofica).
Gnothi auton: Gnothi auton, “conosci te stesso”: questa è un’affermazione sostanziale sulla quale si basa il pensiero di Socrate, poiché, liberandosi dagli errori e partorendo un nuovo sistema di certezze, l’individuo può conoscere meglio se stesso.
Cos’è per Socrate l’anima? Per i Pitagorici l’anima era imprigionata nel corpo, per Democrito era composta da atomi che si disgregavano alla sua morte, per Eraclito l’anima era il logos (sede della razionalità), mentre per Socrate l’anima è la sede del pensiero razionale, della conoscenza: all’interno dell’anima risiedono le vere certezze che ogni uomo possiede ma non conosce e che Socrate aiuta a partorirle. L’uomo è la sede delle scelte razionali e morali, con le quali l’uomo orienta la propria condotta (morale autonoma).
Il daimonion: Socrate non riconosceva le divinità tradizionali, ma introdusse delle nuove divinità come il daimonion (il demone), che svolge un ruolo positivo in quanto indica a Socrate le cose sbagliate da evitare per ricondurlo sulla retta via. E’ una voce interna, una voce della coscienza che distoglie l’uomo dall’errore e lo conduce verso il giusto. Ciò rappresenta un altro aspetto del dialogare socratico, poiché anche il demone, come Socrate, annuncia le cose sbagliate ma non quelle vere.
La vita dopo la morte: L’anima è la sede della conoscenza razionale e dell’etica morale. Socrate si chiede se esiste una vita dopo la morte, se l’anima continua a vivere e in tal caso che tipo di esistenza ha. Riguardo a tali domande, Socrate parla con Fedone, affermando tranquillamente di non aver paura della morte, poiché egli sa con certezza che nessuno sa cosa vi è dopo la morte e quindi nessuno può impedirgli di pensare che, dopo la morte, la sua anima possa incontrare le anime di grandi e colti personaggi e colloquiare con loro su questioni cruciali della vita. Le accuse per le quali Socrate era stato condannato sono due:
- per aver introdotto nuove divinità;
- Per la corruzione dei giovani, che sono stati disorientati e indotti a credere verità sbagliate o degenerate.
Socrate era considerato una figura degenerata all’interno della polis ed era mal visto sia dagli aristocratici, poiché si era rifiutato di sostenerli, sia dai democratici, poiché egli accoglieva persone di classi differenti, varie, disomogenee.
La virtù e il sapere: Socrate promuove l’identificazione di virtù e sapere, poiché un uomo può considerarsi virtuoso nel momento in cui prende coscienza dei propri errori. Ad esempio, nel dialogo di Eutifrone, questi può considerarsi virtuoso solo quando libera il suo cervello dalla false certezze e si predispone a partorire nuove certezze, per cui la virtù corrisponde anche all’acquisizione del sapere in merito ad un determinato argomento. Questa teoria prende il nome di “intellettualismo etico”: l’intellettualismo consiste nell’acquisizione del sapere, mentre l’etica insegna il modo per essere virtuosi poiché ha per base la virtù. Socrate sostiene che “una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” e per questo la filosofia di Socrate si connota come una ricerca infinita. La conseguenza più importante è che se essere virtuosi significa sapere,chi conosce il bene non può fare del male volontariamente. Secondo Socrate non esiste il peccato, poiché chi conosce il bene fa del bene, ma chi non conosce il bene fa del male, non volontariamente ma per ignoranza del bene.
La scelta: Socrate riconduce il bene e il male a situazioni gnoseologiche, cioè legate alla conoscenza. Quindi che fine fa la scelta in ambito morale? In ambito morale il concetto di scelta non esiste, poiché l’unica scelta è quella in cui si sceglie di conoscere o di non conoscere.
Il rispettante delle leggi: Socrate muore nel 399 a.C., dopo aver bevuto una bevanda velenosa, la “cicuta”. Mentre Socrate si trovava in prigione, i suoi amici (in particolar modo Critone, al quale Socrate dedica un dialogo relativo al concetto di legge) decidono di corrompere le guardie con una ingente somma di denaro per farlo fuggire. Socrate, però, risponde di non voler fuggire anche se ne ha la possibilità, poiché ciò consisterebbe nel tradire le leggi, che sono il prodotto della consociazione umana (ovvero la polis). Secondo Socrate, non bisogna rispondere ad un ingiustizia con un'altra ingiustizia, ma bisogna essere virtuosi anche nei confronti delle persone più ingiuste. Per tale motivo Socrate viene paragonato a Cristo dal filosofo Kierkegaard, il quale vede in questa affermazione le parole di Gesù “porgi l’altra guancia”.

Autori che hanno contribuito al presente documento: victorinox, Francy1982, kiki!95, letibonfa, sissi.s, Giuliaf92, Antois.
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