Daniele di Daniele
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Socrate

Figlio dello scultore Sofronisco (forse anche Socrate in gioventù fece questo mestiere) e della levatrice Fenarete, nacque in Atene nel 470-469 a.C. Borghese benestante, a causa del suo disinteresse per il denaro finì in povertà. Abbandonò Atene solo durante la prima fase della guerra del Peloponneso, in cui come oplita (qualifica che potevano permettersi solo i benestanti) si fece valore. Non prese mai parte alla vita politica, tranne per opporsi invano alla condanna di generali ateniesi vincitori alle Arginuse, accusati di non aver raccolto i naufraghi e contro l'omicidio politico di un certo Leonzio di Salamina; in queste circostanze il mutamento politico gli consentì di non subire le conseguenze di queste posizioni.
Egli trascorreva le giornate discutendo con i suoi concittadini, di ogni grado sociale: sofisti, amici (Critone), filosofi (Fedone, Antistene, Aristippo, Simmia e Cibete), aristocratici e alti borghesi (Alcibiade e Crizia), artigiani ed umile gente, giovani. Le conversazioni sono riportate nei Memorabili di Senofonte e nei Dialoghi platonici.
Brutto esteriormente ma bello nell'animo (memorabile il ritratto che ne fa Alcibiade nel Simposio di Platone), affascinante nei discorsi, non interessato se non in maniera ironica alla bellezza, al potere, alla ricchezza. Capace di isolarsi e di non sentire la stanchezza, il tempo o il clima, in preda al demone che gli parla dentro e lo trattiene dall'agire contro il bene. Questo carattere emerge dai dialoghi.
Nel 423 nelle Nuvole Aristofane illustra l'antipatia degli ambienti tradizionalisti verso la cultura scientifica e retorica rappresentata da Socrate; nel 399 Meleto, poeta tragico, Licone, oratore, Anito, politico accusano Socrate di corrompere i giovani e di credere in divinità diverse e nuove.
Atene tornata alla democrazia, per rivivere lo splendore dell'età periclea aveva bisogno di dimenticare i rancori (amnistia e permesso di rientro) e di ridestare il passato (si rifiuta perciò di dare la cittadinanza a quelli che avevano combattuto i tranta tiranni) e quindi i valori del passato. L'accusa sostiene che Socrate proprio quei valori insidiava: l'educazione e l'unità religiosa. Socrate poi aveva avuto buoni rapporti con i traditori Crizia ed Alcibiade; aveva condannato i politici ateniesi e la democrazia (il regime nel quale l'ignoranza e la presunzione prevalgono sulla competenza ed in cui i sorteggiati e non i migliori salgono al potere).
Socrate viene condannato a morte, anche se forse l'intento dei suoi oppositori era solo quello di esiliarlo: rifiuta di rinnegare il suo operato e di fuggire e muore in maniera serena dopo aver bevuto la cicuta, veleno.
Socrate non scrisse nulla. Il libro difatti interrogato non risponde. La centralità del dialogo come nucleo della ricerca è testimoniato da questa circostanza: il libro fornisce solo dottrina e lascia credere solo di essere sapienti.
Cioonostante Platone lo ha fatto protagonista di tutti i suoi scritti, Senofonte ha scritto le sue virtù, Aristotele nei suoi scritti gli attribuisce la scoperta dei ragionamenti induttivi (dall'esame del caso od affermazione particolare si giunge ad un'affermazione generale)e della teoria della definizione, cioè della logica, nonché un costante impegno etico, Aristofane lo sbefeggia nelle Nuvole, accomunandolo ai sofisti (difatti gli vengono attribuite le tre personalità del sofista senza scrupoli, del filosofo naturalista ateo e dell'intellettuale ascetico). Difficile perciò, se non impossibile, data le diversità di opinioni su di lui, ricostruire in maniera fedele il suo reale pensiero.Tuttavia Aristotele parla di Socrate partendo da ciò che Platone e gli Accademici gli offrivano; Senofonte, a parte i primi due capitoli dei Memorabili, non è avvezzo alla filosofia e scrive dopo 30 anni dalla morte di Socrate; in Aristofane Socrate è descritto più come simbolo che come persona.
La difesa e l'adesione alle idee di Socrate effettuate da Platone ci inducono allora ad esaminare i suoi scritti: gli scritti giovanili possono essere accostati tra di loro e con le testimonianze degli autori e ci mostrano un ritratto coerente di Socrate, pur restando qualche dubbio sul fatto che vengano riportat le idee di Platone piuttosto che quelle di Socrate.
La tradizione vuole che Socrate fosse discepolo di Archelao, frequentasse Pericle ed Aspasia, prediligesse Anassagora ed Euripide.
Nel Fedone di Platone Socrate sostiene di avere abbandonato l'interesse per i naturalisti per la loro incapacità di sciogliere i dubbi. Solo Anassagora aveva fatto ben sperare perché riteneva vi fosse una Mente che ordinava tutto secondo il meglio (bèlthion) e l'ottimo (àriston). Il bene (agathòn) doveva perciò essere causa (aitìa). Ma poi Anassagora faceva scarso riferimento a questa ipotesi esplicativa e perciò l'interesse si era assopito.
L'oracolo di Delfi, annunciato a Socrate dall'amico Cherofonte secondo la tradizione, ha indotto a supporre una duplice fase nella vita di Socrate: la ricerca del significato dell'oracolo attraverso l'interrogazione dei suoi cittadini ed il successivo periodo di servizio al dio attraverso l'educazione dei giovani una volta appreso il significato dell'oracolo.
L'oracolo infatti sosteneva che Socrate fosse il più sapiente tra tutti gli uomini.
Il dialogo coi concittadini trae origine dalla domanda su cosa sia una data cosa (tì éstì) , il bello, il giusto, il vero ecc. Il principio sottinteso è che sia possibile attraverso il dialogo giungere ad una visione comune, a dei punti stabili. Socrate nel conversare con i concittadini riteneva vero solo il ragionamento che lo convincesse dopo un lungo esame critico: questo lo differenzia dai sofisti, per i quali il discorso dell'interlocutore andava rifiutato e superato. Perciò Socrate non rifiuta i discorsi altrui anzi non ritiene possibile la verità senza un confronto: solo dal dialogo possono emergere i valori e la verità.
Egli si pone di fronte a chi crede di sapere con atteggiamento entusiasta e si professa ignorante: il dialogo serrato con i sapienti però mostra alla fine come essi siano più ignoranti di lui che dice di non sapere nulla. Questa capacità di far emergere la verità dal colloquio è la maieutica, arte che Socrate ritiene di aver appreso dalla madre levatrice, che parimenti faceva emergere il bambino dalla madre. La contraddizione insolubile (aporìa) in cui terminano i dialoghi socratici mostra qual è il vero sapere e spiega l'oracolo: Socrate è il più sapiente tra gli uomini perché sa di non sapere.
E' stato riscontrato nei dialoghi perciò una doppia metodologia : protrettica (esortativa) ed elenctica (confutativa), non necessariamente distinte nel dialogo ma presenti.
Al termine di ogni dialogo perciò non vi è una definizione positiva della virtù ma negativa (cosa non sia). Così l'ironia di Socrate (metodo con il quale Socrate svela l'ignoranza e libera l'uomo dalla falsa sapienza) dai sofisti veniva interpretata come una dissimulazione del sapere e Clitofonte rimprovera Socrate di esortare alla virtù ma di non essere capace di definirla. Socrate accetta la critica e sostiene di essere levatrice come la madre: aiuta a partorire ma non partorisce.
Ma se non c'è una definizione della virtù in questi dialoghi vi è tuttavia espressa la dottrina della virtù come conoscenza.
Socrate sostiene infatti che ognuno agisca sulla base dei propri convincimenti: chi fa il male non agisce perciò volontariamente ma semplicemente crede che sia il suo bene. Perciò teoria e prassi sono legate.
Chi fa il male segue un bene apparente e non il bene reale ed universale, la cui conoscenza è il fondamento di ogni virtù. La volontà dell'uomo sarà poi irresisitibilmente attratta dal bene se lo avrà conosciuto. Perciò la virtù ed in genere il bene possono essere insegnati ed emergere nel dialogo. Così il soggettivismo esasperato dei sofisti è sostituito da un principio dialogico.
Motti socratici sono: conosci te stesso e prendi cura della tua anima. Conoscere te stesso comprendiamo come sia un consiglio a cercare il vero, sommo bene. La funzione (érgon) dell'anima è quella di dominare il proprio corpo; la sophrosyne (temperanza) si oppone perciò all akrasìa (mancanza di dominio)
Perciò le Leggi, impersonificate nel Critone di Platone, non sono il frutto di un accordo tra uomini, stipulate per limitare la natura dell'uomo ma sono soggetto nel rapporto giuridico che si viene ad instaurare tra esse e gli uomini: perciò non è più consentito nella logica socratica ricambiare ingiustizia con ingiustizia.
Per Socrate la filosofia è un comando che proviene da un demone interno, dalla divinità. Socrate ha fede in un'entità trascendente invisibile garante dell'ordine della realtà e le divinità greche ne sono espressione: vanno difatti seguìti i culti.

Le scuole socratiche minori

Policrate nel 393 a.C. scrisse a posteriori una Accusa contro Socrate alla quale verosimilmente replicò Platone nel Gorgia, insistendo soprattutto sui motivi politici della imputazione di Socrate. I discepoli di Socrate si dispersero dopo la sua morte ma ad essi sono attribuiti molti scritti aneddotici ed apologie (accomunati sotto il titolo lògoi sokratikòi), di cui non abbiamo più alcuna testimonianza. Pare che appunto essi siano a loro volta i fondatori di scuole che verngono definite minori giacchè la maggiore è costituita da Platone. Esse sono varie e presentano spunti originali rispetto all'insegnamento del supposto maestro.

La scuola megarica

Euclide di Megara fondò una scuola. Egli fu amico e discepolo di Socrate, presente alla sua morte (Fedone di Platone), narratore nel Teeteto di Platone, anche se mai nominato da Platone o da Aristotele quale filosofo. Si tramanda che egli abbia rifugiato nella sua scuola molti discepoli di Socrate perseguitati. Eubulide di Mileto, Stilpone (secondo Diogene Laerzio autore di nove dialoghi di cui non ci resta nulla), Diodoro Crono sono i discepoli e continuatori della scuola.
Idea portante sarebbe la connessione dell'idea socratica di Bene con quella eleatica di Essere, definiti da Euclide saggezza, dio, intelletto: il Bene è uno, perciò il molteplice è irreale. Non esiste il movimento e le sensazioni non sono affidabili.
Grande attenzione è posta alla critica della logica discorsiva. Ad esempio non è concepibile il possibile, come sostiene Diodoro Crono (ciò che è non può non essere e quindi è necessario, ciò che non è non può essere e quindi è impossibile); così viene nuovamente, attraverso un diverso argomento, negata realtà al movimento come avveniva in Zenone. Altra critica è fatta da Stilpone al giudizio affermativo: per essere valido, il giudizio Socrate è buono implica l'identità di Socrate (soggetto) e buono (predicato), per cui diviene impossibile attribuire il predicato ad un altro soggetto; perciò è possibile formulare solo giudizi identici (in cui coincidano soggetto e predicato), come l'uomo è uomo (tesi ripresa da Antistene).
Altri argomenti eristici vengono attribuiti a questa scuola: l'argomento del mentitore ( mente o dice il vero chi dice di mentire?), del sorite ( un chicco di frumento non forma un mucchio -sòros- ma poiché non sappiamo aggiungendo un chicco alla volta quale di essi costituisca il mucchio, la nozione di mucchio non è proponibile) attribuiti a Eubulide, del velato (si conosce e non si conosce la stessa persona se la si riconosce solo quando ha il viso non velato).
Vale la pena ricordare che Euclide conciliava unità del bene con l'unica virtù socratica consistente nella scienza del bene e del male e Stilpone riteneva che il saggio doveva bastare a se stesso e quindi essere superiore ai bisogni, anche al bisogno dell'amicizia, identificando perciò la saggezza con l' apathìa, imperturbabilità). L'interesse per la logica valse ai filosofi di Megara il nome di dialettici o in senso dispregiativo di eristici.
La scuola eleo-eretriatica
Fondata da Fedone di Elide, continuata da Menedemo, nella quale insegnò Stilpone, fu trasferita ad Eretria (città natale di Stilpone). Idea portante è l'unità di virtù, bene, verità con esclusione del molteplice. Menedemo poi insegnava l'inesistenza delle proprietà generali, sussistenti solo negli oggetti singoli e concreti.

La scuola cinica

La scuola cinica fu fondata da Antistene di Atene, discepolo di Gorgia e di Socrate, di cui abbiamo perso i numerosi scritti (pare abbia scritto Sulla natura degli animali in cui assumeva come ideali degli animali e scritti su personaggi omerici come Aiace e Ulisse e mitici come Oreste). Il nome della scuola più che perché la sede fosse nel ginnasio di Cinosarge (cane agile), luogo sacro ad Ercole, ad Atene, deve il suo nome all'imitazione del cane: la vita randagia indifferente ai bisogni e la fedeltà al rigore morale rappresentano bene il carattere del cane e della scuola. Definiti cappuccini dell'antichità, i cinici erano noti per il loro predicare (la diatriba come genere letterario ha origine da loro) e per lo stile di vita ascetico.
Per essi, la conoscenza ha valore solo se a fini pratici; la logica per Antistene è ridotta a nominalismo, giacchè i nomi sono comuni mentre le realtà sono tutte particolari e perciò sono possibili solo giudizi identici e non esistono essenze universali delle cose (non esiste la cavallinità come sostiene Platone ma solo i singoli cavalli). Inoltre pare che Antistene per primo abbia spiegato la definizione (lògos) come l'espressione dell'essenza di una cosa; essa è possibile solo delle cose composte, di cui può essere detto di quali elementi constino, non degli elementi, di cui non si può dire nulla se non il nome.
L' unica conoscenza che abbia valore è quella che conduce alla felicità; la felicità si raggiunge coll'autarchia (autosufficienza) nell' apatia (imperturbabilità), nel disinteresse per i beni materiali. Per raggiungere la felicità è necessario sforzarsi e l'ideale dei cinici non a caso è Ercole. La virtù perciò non è più come in Socrate una scienza ma uno stile di vita, un esercizio (àskesis, da cui ascesi significa appunto esercizio).
La civiltà infatti alleggerisce l'uomo da sforzi ma crea nuovi bisogni e sofferenze, è di natura convenzionale e non naturale. Le forme di vita sociale (famiglia, stato) vanno perciò combattute e bisogna tornare ad uno stile di vita naturale: i cinici vivono in maniera animalesca, riducendo i loro bisogni solo a quelli primari, opponendosi a tutte le convenzioni sociali, e mostrandosi liberi nel parlare e professando idee antischiavistiche, cosmopolitiche ed egualitarie (Diogene professava la comproprietà anche di donne e figli). Contro la religione tradizionale Antistene afferma che ci sia un solo dio.
Appartennero alla scuola il poeta Cratete di Tebe e Diogene di Sinope. Il primo compose satire e tragedie in cui celebrava il cosmopolitismo e la povertà; si narra di come avesse donato il suo considerevole patrimonio alla sua città in atteggiamento critico e dello scandalo provocato dallo sposare una donna di alta condizione. Del secondo non sono rimasti scritti (pare abbia composto sette drammi e vari scritti in prosa) ma abbiamo vari aneddoti su di lui: nominato Socrate pazzo, si tramanda che vivesse in una botte (le sue molte opere purtroppo sono perdute), portando dietro di sé una ciotola finchè scoprì di poter bere anche con le mani, che per primo tra i cinici abbia usato il mantello di stoffa rozza e la bisaccia e che di fronte ad Alessandro Magno che gli chiese che cosa desiderasse rispose che desiderava che il re si spostasse per permettergli di vedere il sole. La scuola resistette attraverso varie incarnazioni fino alla fine dell'antichità.
La scuola cirenaica

Aristippo di Cirene nato verso il 435, ad Atene dopo il 416, frequentò Socrate. Insegnò in varie città greche e scrisse varie opere di cui non è rimasto nulla anche se l'attribuzione fosse sicura.
Lui fondò, come vuole la tradizione, la scuola, continuata dalla figlia Arete e dal nipote Aristippo Metrodidatta (che significa discepolo della madre) che pare abbia sistemato la dottrina della scuola: la dossografia posteriore dubita che Aristippo maior abbia persino fondato la scuola. Tra il IV ed il III secolo a.C. i tre discepoli che prendono vie diverse sono Anniceri, Egesia (detto persuasore di morte) e Teodoro (detto l'ateo).
L'interesse fondamentale è etico anche se vi è una parte teorica. La dottrina è infatti divisa in 5 punti: le cose da desiderare o fuggire (bene e male); le passioni; le azioni; le cause (i fenomeni naturali): la verità (fisica e logica)
Reinterpretando il principio socratico, i cirenei sostengono che, poiché il bene attrae, tutto ciò che attrae è bene; il bene allora è il piacere. Quest'edonismo radicale definisce il piacere come un movimento lieve dei nostri sensi avvertito dall'animo in senso positivo che vale solo finchè presente (perciò l'attesa e il ricordo non sono piaceri).E' il piacere ciò che noi desideriamo, non la felicità: difatti la felicità è il sistema dei piaceri particolari e come tale comprende anche i piaceri passati o futuri. Che il piacere sia solo nel presente comporta contentarsi anche del poco senza struggersi nel rimpianto o nell'attesa e quindi un invito alla serenità ed a contentarsi anche del poco.
Vi è ovviamente in queste tesi una centralità attribuita alla conoscenza sensibile, di cui solo ci è dato giudicare e non delle cose esterne. Che l'oggetto ci appaia bianco o dolce è sicuro; non sarà mai sicuro che l'oggetto sia bianco o dolce.
La dottrina della sensazione del Teeteto di Platone pare sia di Aristippo: c'è un movimento attivo dall'oggetto e un movimento passivo del soggetto. La sensazione e l'oggetto sensibile sono il frutto di quest'incontro. La sensazione è la vista, il piacere ecc.; gli oggetti sensibili sono colori, suoni ecc.
Va ricordato il pensiero dei discepoli:
Anniceri sostenne una dottrina edonistica altruistica (novità rilevante) nell'affermare che i piaceri spirituali che si fondano sulla simpatia verso gli altri valgono di più di quelli sensibili che sono meno stabili e duraturi, rivalutando così i legami familiari e l'amore per la patria.
Egesia, autore di Sul suicidio mediante il digiuno, invece sosteneva che il piacere fosse il fine della vita ma anche che esso fosse inattingibile a causa della cattiva sorte e dei molteplici mali e che perciò all'uomo resti solo di difendersi dal dolore. Il difendersi dal dolore dovrebbe essere il fine anche di chi fosse indifferente al piacere; la vita stessa è infatti secondo Egesia indifferente per il sapiente, è un bene solo per gli sciocchi. Egesia è noto come portatore di morte perché pare che abbia istigato al suicidio suoi discepoli, motivo per cui sarebbe stato interdetto dall'insegnamento ad Alessandria;
Teodoro, autorevole cirenaico, in molti punti della sua dottrina mostrò posizioni simili a quelle ciniche: il cosmopolitismo (la mia patria è il mondo), la svalutazione dell'amicizia (gli sciocchi non sanno usare l'amicizia, i saggi non ne hanno bisogno), la difesa della libertà in materia sessuale. Non è certo se fu nominato ateo perché negò l'esistenza delle divinità o solo quella degli dei mitologici. E' lecito rubare, commettere adulterio, sacrilegio al momento opportuno perché nulla di tutto ciò è turpe secondo natura. Egli comunque sosteneva che la felicità fosse la gioia e serenità interiore e non il piacere momentaneo, da raggiungersi con l'intelletto e la giustizia. Male è ciò che è opposto all'intelletto ed alla giustizia, indifferente ciò che attiene al piacere ed al dolore.

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