Socrate (5)

Il processo a Socrate si svolse nel 399 a.C., sotto il regime democratico che era succeduto alla dominazione dei Trenta Tiranni. Socrate era stato accusato di non credere negli dei della città, di introdurre nuove divinità e soprattutto di corrompere i giovani; i suoi accusatori erano Meleto, Anito e Licone.

Platone nell'Apologia di Socrate ci ha trasmesso i tre discorsi pronunciati da Socrate durante il processo. Il primo viene tenuto all'inizio del dibattimento, quando Socrate si difende dai capi d'accusa contro di lui; al termine di questa prima arringa, i 500 giurati procedono alla votazione dichiarandolo colpevole con una maggioranza di soli trenta voti.
Nella seconda orazione Socrate propone per se stesso la pena che ritiene giusta rispetto alla sua colpa: una mina, una cifra irrisoria, perchè Socrate è convinto di meritare un premio e non una punizione per quello che ha fatto. La seconda votazione della giuria decide la condanna a morte con una maggioranza superiore a quella precedente: segno che il comportamento ironico di Socrate durante il suo secondo discorso non era piaciuto a molti dei giudici che si erano espressi a favore della sua innocenza. L'ultimo discorso di Socrate è breve e si conclude con la celebre frase: "Ma ora è tempo di andare, io a morire, voi a vivere: chi di noi vada verso un destino migliore, è ignoto a tutti, fuorchè al Dio".

La morte di Socrate viene descritta da Platone nel dialogo Fedone. Invece di essere precipitato nel barathron viene offerta a Socrate la possibilità di morire in maniera più dignitosa e meno palese, circondato dai suoi amici, nel chiuso di un carcere. Questa possibilità non era però alla portata di tutti: la cicuta era un'erba molto rara in Attica e il suo prezzo era altissimo, così alto che un dose mortale costava quanto la quantità di grano che un uomo adulto mangiava in quattro mesi. Socrate potè permettersi di morire con la cicuta grazie all'aiuto economico dei suoi ricchi amici.

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