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Platone

Introduzione

La vita e le opere


Platone è vissuto dal 428 al 347. Era discepolo di Cratilo, in seguito di Socrate, inoltre era stato influenzato dai pitagorici. Quando venne ucciso Socrate, Platone, che aveva allora 29 anni comincia la sua attività filosofica. Ci è pervenuta l'intera opera di Platone, composta da 35 dialoghi, di cui sono 25 autentici, cinque sicuramente falsi e di cinque non si sa se erano state scritte da Platone o non. inoltre ci sono pervenute 13 lettere e una raccolta di massime, fatta probabilmente da uno dei suoi discepoli. I dialoghi sono suddivisi in tre gruppi:
1. dialoghi socratici, dialoghi giovanili, in cui prevale l'influenza del maestro Socrate.
2. dialoghi platonici, o anche dette della maturità.
3. dialoghi dialettici o aristotelici, influenzati dal suo discepolo Aristotele.
Questi dialoghi affrontano vari argomenti ma non seguono un ordine. Così un argomento viene affrontato in vari dialoghi, spesso su livelli diversi.

La forma del dialogo

Le opere di Platone assumono la forma di un dialogo ideale per poter riprodurre l'andamento stesso del ragionamento, quindi per rendere comunicabile il raggiungimento di certezze. È possibile che i dialoghi si basano su un argomento di colloqui veri.

I miti in Platone

Un mito è un racconto puramente fantastico, che serve a chiarire e rappresentare i pensieri dell'autore. Una leggenda, a differenza, è un racconto verosimile, che è a parte vero, a parte fantastico. (Es.: Le Fatiche di Eracle). Il mito platonico è simile alla parabola ebraica: favorisce una metafora del pensiero di Platone. Quindi il mito rende più esplicito un pensiero ed è in grado di esporre certe intuizioni platoniche, di cui Platone non è in grado di esplicitarle in modo più chiaro, quindi di pensieri che non si possono analizzare in maniera chiara. A volte, però i miti sono soltanto delle esemplificazioni verosimili.

Primo gruppo: i dialoghi socratici

Questi dialoghi sono scritti per primo. In essi si cerca di definire cosa sia la virtù e di dimostrare che la virtù è unica.
Nel Critone viene affrontato il martirio di Socrate per la conoscenza e Socrate viene definito il più saggio e più buono filosofo di tutti. Inoltre Platone cerca di dimostrare come sia impossibile definire le varie virtù separatamente.
Nei seguenti dialoghi fra Socrate e queste persone, che ammettono di avere le varie virtù, Platone cerca di dimostrare tramite il metodo socratico che le singole virtù non si possono possedere, ma che la virtù coincide con il fare del bene, che in questi dialoghi non viene definito, e quindi coincide con la scienza del bene. I vari dialoghi affrontano virtù diverse, ma hanno lo stesso scopo:
* Eutifronela santità
* Lacheteil coraggio
* Carmide le saggezze
* Iside l'utilità
* Ippia maggiore la bellezza
* Ione l'abilità di scrivere poesie

L'Ippia minore

Nell'Ippia minore Platone si pone la domanda se è possibile fare del male volontariamente o non. Attraverso una discussione con uno schiavo appena condannato Platone arriva a questa conclusione: se uno fa volontariamente del male allora deve sapere cosa sia il male. Quindi deve essere in grado di distinguerlo dal bene, e perciò deve conoscere il bene. Il bene coincide con la virtù e la virtù, come abbiamo visto, per Socrate corrisponde allo sviluppare la propria personalità, al realizzare se stessi. Pertanto fare del male volontariamente vuol dire danneggiare se stessi. Ma siccome nessun uomo danneggia se stesso si può arrivare alla conclusione che fare del male vuol dire fare un errore e quindi essere ignorante.

La pars destruens e la pars construens

La pars destruens, la parte del ragionamento che confuta la conclusione della tesi precedente, che consiste qui nel dire che le virtù non possono essere considerate singolarmente. Con la pars construens, invece Platone conferma che non è possibile fare il male volontariamente.

L'Eutidemo

Con questo dialogo, come anche con il Giorgia e il Protagora, Platone attacca le dottrine sofistiche. Nell'Eutidemo confuta la validità dell'eristica, cioè la tecnica retorica,attraverso la quale si è in grado di confutare o consentire contemporaneamente due tesi opposte. Il dialogo descrive due fratelli che riescono attraverso la eristica a consentire teorie opposte e confutarle nello stesso tempo. Quindi è indifferente quale tesi si assume, tutta l'insegna è inutile perché non porta alla conoscenza. Questo dialogo critica anche alcuni socratici, i megarici e i cinici, che fanno uso dell'eristica e che secondo Platone non seguono la dottrina di Socrate.
Verso la fine il dialogo si trasforma in un'esortazione della filosofia, cioè dell'amore per la sapienza, partendo con l'affermazione che solo in caso che l'eristica fosse in grado di permettere all'uomo di giungere ad una conoscenza sarebbe utile. Le cose utili sono quelle cose che riducono l'ignoranza in confronto alla realtà che ci circonda. Così Platone arriva all'affermazione che l'unica vera scienza è la ricerca della verità, quindi l'amore per il sapere, la filosofia appunto.

Il Protagora

In questo dialogo Platone cerca di confutare la multiscienza, che è insegnabile. La multiscienza è un insieme di saperi che sono in grado di adattare situazioni reali all'uomo (la tecnologia per esempio è una multiscienza). Secondo Platone non è possibile insegnare la multiscienza, visto che è composta da un insieme di tecniche efficaci, che possono essere apprese esclusivamente con l'esperienza, e non trasmesse teoreticamente. È invece possibile insegnare il modo di calcolare i danni derivanti da particolari interventi. Si può solo arrivare a insegnare cosa sia il bene per l'uomo e cosa non lo è.
La vera virtù consiste nell'essere in grado di calcolare i benefici derivanti da una determinata attività. Pertanto bisogna sapere cos è il bene, perché solo in questo modo possiamo calcolare in modo proprio i benefici di un intervento. Qui il bene coincide con la conoscenza e la conoscenza ha appunto lo scopo di cancellare gli errori.
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Il Gorgia

Nel Gorgia Platone attacca la retorica, cioè la capacità di ottenere il consenso attraverso la parola, quindi di persuadere. Secondo Platone la retorica è una scienza priva di oggetto scientifico, infatti tramite la retorica si può ottenere il consenso per qualsiasi argomento. E pertanto Platone considera la retorica soltanto un'esposizione convincente di un oggetto, che può cambiare in volta in volta, quindi non una scienza, ma un inganno. Pertanto i risultati sono temporanei e illusori e non sono in grado di allargare la nostra conoscenza. Inoltre la retorica è solo capace di persuadere quelle persone che non hanno o che hanno solo una scarsa conoscenza dell'argomento trattato, quindi gli ignoranti.
Per rendere più chiara la sua tesi, Platone paragona la retorica alla Gastronomia e la dialettica alla medicina (nei nostri tempi sarebbe meglio dire alla dietetica). Il gastronomo ci dà da mangiare cose che ci piacciono, non cose di cui abbiamo bisogno e che ci fanno bene. Con la retorica vediamo le cose così come piace a noi e non così come in realtà sono. Il medico invece ci propone un'alimentazione utile e sana, che magari non corrisponde ai nostri gusti ed è meno piacevole. Quindi la dietetica corrisponde alla dialettica e l'alimentazione sana alla realtà. La dietetica consente di mantenere la forma del corpo, così come la dialettica fa una società seguire il bene comune.
A questo punto Platone riprende la concezione della giustizia di Calicle. Secondo Calicle le leggi sono soltanto degli artifici che hanno lo scopo di difendere i meno forti, vale a dire quelli con capacità inferiori, ma dall'altra parte ostacolano il raggiungimento del proprio bene da parte dei più forti. Questi leggi non devono essere seguiti dai più forti fino a quando quelli più deboli non se ne accorgono. Platone non afferma che questa teoria sia errata, ma fa notare che il problema di ciò che è il bene è soltanto spostato perché non si sa in cosa consista il bene del più forte. Platone fa osservare come la realizzazione illimitata dei desideri del più forte possa essere dannosa per lui stesso, perché quando cede ai piaceri, si crea uno squilibrio e si provocano dei bisogni nuovi, sempre più gravi. (un esempio contemporaneo sono i tossico-dipendenti)
Platone arriva alla conclusione che il bene non può coincidere con la soddisfazione dei bisogni materiali, ma con la soddisfazione dei bisogni spirituali, cioè il desiderio di bellezza, verità, coraggio e altre virtù, per i quali non esiste l'eccesso. La ricerca di questi bisogni e la loro procreazione consentono le virtù degli uomini. Quindi il bene corrisponde allo sviluppo della conoscenza, anche se in questo dialogo non vengono definiti questi bisogni spirituali.

La Repubblica e il Parmenide e la teoria delle idee

Il titolo 'Repubblica' deriva dalla traduzione dal latino res pubblica di politeía, che è anche titolo di un opera di Aristotele, che però è stato tradotto 'politica'. Entrambe le opere trattano lo stesso argomento, in altre parole come organizzare la polis.
Il Gorgia si è concluso con l'affermazione che il bene è il ricercare i valori spirituali, ma non si sa quale siano, cioè non è stato definito cos è la verità, la bellezza, il coraggio ecc. In questi dialoghi viene cercato di spiegare cosa sia il buono e cosa sia la verità. Nel Gorgia e nell'Ippia minore Platone è arrivato a definire negativamente cosa sia il buono e cosa sia la verità: nel Gorgia è giunto alla conclusione che il buono non può essere un bene materiale, mentre nell'Ippia minore sostiene che l'errore, causato dall'ignoranza corrisponde al non essere. Quindi si può dedurre che ciò che è vero e ciò che è buono appartiene al dominio dell'essere.
Con la dottrina delle idee, Platone cerca di spiegare cosa sia il vero. È certo che la verità non si può fondare sulle sensazioni, che sono soltanto dei rapporti mutevoli fra soggetto sentente e oggetto concepito. Quindi la verità non si può basare sulla conoscenza materiale e mutevole, cioè la doxa. Inoltre la verità non può essere appartenente alla realtà mutevole, ossia non può appartenere allo stesso dominio, in quanto la verità deve costituire un logos, un elemento costante (come è il divenire in Eraclito).
Pertanto la verità non può appartenere al dominio materiale perché esso, come lo sono anche le sensazioni, è mutevole. Quindi deve appartenere ad un altro dominio, che non fa parte di quello del divenire. Così Platone giunge alla conclusione, che ci devono essere dei modelli costanti, in base ai quali si esplica la verità.
Questi modelli sono simili a quelli degli artigiani (eidos, anche idea): un artigiano realizza le sue opere in base a un modello; nessuna opera è uguale al modello, ma tutte gli assomigliano. Esempio: Il modello del fiume non appartiene alla realtà materiale ed è immutabile. Il modello del fiume è una costante in base al quale si definiscono tutti gli altri fiumi.

L'Iperuranio, il dominio delle idee

Quindi la dottrina delle idee consiste nel ritenere che la verità appartiene ad un dominio nonpeomedico (=materiale), costante, non facente parte al dominio del divenire, che la verità appartiene al dominio delle idee. Il divenire è collocato nello spazio e nel tempo, infatti, solo lì il divenire è possibile. Perciò il dominio delle idee deve essere al di là del tempo e dello spazio. Pertanto si può affermare che i modelli sono di tipo immateriale (=privi di caratteristiche spaziali e temporali). Il dominio delle idee viene definito come Iperuranio perché l'uranio era per gli antichi il pianeta più lontano dalla terra, quindi in qualche modo il limite dell'universo. Siccome il dominio si trova al di là dello spazio e del tempo, si trova al di là dell'universo del divenire, e pertanto anche oltre l'uranio.
Una volta stabilito che la verità non fa parte della conoscenza sensibile, Platone ipotizza che
la vera scienza ha come oggetto le idee stesse e la loro comprensione. Queste idee sono molteplici, anche se hanno per il resto le caratteristiche dell'essere di Parmenide.
Le idee si dividono in tre gruppi

Idee di valore

queste idee derivano dalla dottrina di Socrate, fra queste idee è anche la bellezza e la giustizia, inoltre determinano i fondamenti dell'etica.

Idee matematiche

Le idee matematiche derivano dalle dottrine dei pitagorici. Idee matematiche sono per esempio l'uguaglianza di numero e di forma. Le idee matematiche non sono modelli per oggetti nella realtà materiale, ma vengono utilizzate come criteri d'interpretazione dell'universo materiale.

Idee naturali

Le idee naturali derivano dai pluralisti e fungono da modello a tutti gli oggetti o progetti sensibili. (cavallo, uomo, pianta…)
In dialoghi più tardi però, le idee non diventano più considerate indipendenti fra di loro, ma organizzate gerarchicamente sotto l'idea del bene, che rappresenta la perfezione assoluta e coincide con l'essere, l'amore e la verità. Sembra che da questa teoria sia derivata la concezione teologica della dignità cristiana di Paulo di Tasso.

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La relazione tra idee ed oggetti

La relazione tra gli oggetti può essere di tipo parametrico qualitativo. Le idee costituiscono un criterio di valutazione o di giudizio degli oggetti. Così si è in grado, per esempio, stabilire in base all'idea di quantità quale fra due oggetti è quello più grande, od altri rapporti che intercorrono fra loro. In base all'idea di giustizia, altro esempio, l'uomo è in grado di sapere come comportarsi.
La relazione fra due oggetti può anche essere di tipo determinativo. Qui una pluralità di oggetti, che costituisce una classe, perché tutti gli oggetti sono derivanti da un'unica idea, e quindi vengono determinati da essa. Per esempio: un cavallo viene determinato un cavallo perché appartiene a quella classe alla quale appartengono tutti gli enti, che hanno come modello il cavallo. Ovviamente alcune classi possono avere dei sottoinsiemi, che sono subordinati all'idea dell'insieme più grande. (cavallo = stallone e cavalla).
Una volta stabilito quali possono essere i rapporti fra le idee e gli oggetti, bisogna comprendere come questi rapporti s'istallino. Per questo problema esistono tre soluzioni.
1. mimesi: è il principio di somiglianza, secondo il quale gli oggetti assomigliano all'idea da cui derivano.
2. metessi: è il criterio della partecipazione, secondo cui gli oggetti includono dei caratteri, che appartengono anche al modello, da cui derivano.
3. parusia: è il criterio d'inclusione, che determina il modello all'interno dell'oggetto. Ma bisogna dire che questa questione non trova una soluzione definita in Platone, ma rimane aperto.
Siccome la conoscenza delle idee non può derivare dall'esperienza nel mondo materiale deve essere innata. Ammettere questo, però, crea un nuovo problema: come mai la conoscenza delle idee viene dimenticata alla nascita e poi ricoverata?

Nel Menone, Platone dimostra come l'idea di doppio e di metà sono innate: ordina ad uno schiavo incolto di disegnare un quadrato con la doppia grandezza, partendo da un quadrato dato, e lo schiavo ci riesce. Solo attraverso l'educazione e la maieutica le idee presenti a livello inconscio nella mente umana vengono risvegliate.


Il Fedro: la teoria dell'anamnesi e il mito dell'auriga

Per spiegare come un soggetto arriva allo stato della conoscenza Platone ricorre alla teoria dell'anamnesi (oggi: biografia clinica). Questa teoria viene per la prima volta spiegata nel Fedro attraverso il mito dell'auriga. In questo mito l'anima umana viene simboleggiata da una biga, composta da un auriga e due cavalli, uno bianco e uno nero.

Biga: Simbolo dell'anima

Secondo Platone, l'anima è preesistente al corpo, già esistente in forma eterna prima della nascita. L'auriga guida sempre verso le idee, quindi verso la verità. Ma gli istinti e i sentimenti possono essere controllati soltanto fino ad un certo punto. Ad un certo punto, infatti, il cavallo nero esce dal controllo, cade nel mondo materiale e s'incarna: l'uomo nasce. In quel momento l'anima subisce l'amnesia, in altre parole si dimentica tutte le idee ad un livello conscio, ossia le idee non sono più coscientemente note all'anima.

I sensi nel Fedro

Dopo essere caduto nella materia l'anima ha diversi strumenti a disposizione con cui operare nella realtà i sensi. La vista è quello più immediato perché ci fornisce con sentimenti senza nessun rimedio. Attraverso la vista l'uomo è in grado di dire cos'è bello e cosa non, infatti, l'idea di bellezza è quella più immediata ed evidente. Una volta suddivisa la realtà attraverso la vista in brutto e bello, desideriamo di entrare in contatto con le cose belle, in altre parole cominciamo ad amare la bellezza. Questo amore (Eros) per la bellezza materiale si sublime gradualmente diventando amore per le bellezze spirituali, quindi a una ricerca della realtà delle idee e pertanto alla fine si trasforma nella ricerca della verità (dialettica).

Il Convito

Nel convito viene fatto un passo ulteriore in riguardo alla conclusione precedente con il mito di Poros (che simboleggia il possesso) e Penia (mancanza). A causa della consapevolezza di non avere dei criteri adeguati per giudicare la realtà, quindi d'essere ignorante, a causa della mancanza della conoscenza (Penia) cresce il desiderio per il possesso della sapienza. Perciò l'uomo pratica la dialettica, vale a dire ricerca il razionale e cerca di arrivare alla conoscenza (Poros).

Il Fedone

In questo dialogo viene esposta la teoria delle anime, in cui l'anima viene concepita come facoltà di conoscere le idee (influenzata dai pitagorici e da Eraclito). Secondo questa teoria l'animo è l'elemento persistente ed immortale dell'uomo. L'anima ha caratteri analoghi alle idee, mentre il corpo è la parte variabile dell'uomo.

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La conoscenza

Il problema della conoscenza è centrale per Platone e viene affrontato in vari dialoghi: per la prima volta viene affrontato nel Parmenide, continuato nel Teeto e concluso nel Sofista. Alcuni aspetti vengono già affrontati nell'Eutifone, in cui viene trattato la definizione per genere e differenza, nel Fedone, dove Platone si occupa del problema dell'anima e delle modalità del ragionamento logico-deduttivo, e nella Repubblica, In cui Platone Ipotizza i vari gradi della conoscenza (mito della caverna).

La Repubblica e il mito della caverna

Con il mito della caverna, Platone cerca di esplicitare la sua teoria, che esistono tre gradi di conoscenza.
In una caverna buia con la parete di fondo bianca e illuminata (schermo) sono degli schiavi legati a delle sedie e costretti a guardare quella parete. Davanti a un fuoco vengono messi degli oggetti, in mode che creino delle ombre sulla parete.

Mondo esterno: iperuranio

La caverna rappresenta il dominio del sensibile. I simulati (ombre) rappresentano la realtà materiale, quindi non la vera realtà, che è il dominio delle idee. Il fuoco rappresenta il principio, che produce gli oggetti secondo le idee. Un'altra interpretazione del fuoco è che simboleggia la capacità di percepire.

Primo grado della conoscenza

Gli schiavi sono già da sempre in questa caverna e le figure proiettate sulla parete sono l'unica realtà, che conoscono. La caverna rappresenta il dominio del sensibile. Gli schiavi non sono in grado di e percepire altro che le ombre attraverso la vista, perché sono legati dalle catene, che rappresentano la loro ignoranza. Sono convinti che esiste solo ciò, che percepiscono. Gli schiavi dispongono solo di una conoscenza basata sulla vista, della conoscenza sofistica, quindi possiedono solo la doxa. Alcuni fra loro cercano di interpretare queste sensazioni soggettive, di spiegarle, queste persone rappresentano i sofisti.

Secondo grado della conoscenza

A un certo punto uno degli spettatori ha l'idea che le ombre devono avere una causa. In lui cresce la fede per il principio della causalità. Fede perché non è in grado di vedere queste cause. A questo punto lo spettatore rompe le sue catene, rendendo si conto della sua ignoranza, per l'amore per la conoscenza. L'uomo comincia quindi attraverso la dialettica, simboleggiato dalla sua curiosità a cercare le cause, trova l'entrata della caverna ed esce nel modo esterno, che significa l'iperuranio.

Terzo grado della conoscenza, anoesis

Nel mondo esterno rimane abbagliato dalla luce, essendo una giornata bella, ha appena piovuto. Questo significa che è impossibile passare dall'ignoranza immediatamente alla conoscenza. Pertanto guarda gli oggetti attraverso i riflessi nelle pozzanghere. Questi riflessi simboleggiano la realtà matematica, quindi la realtà non viene ancora osservata direttamente.

Quarto grado della conoscenza, la noesis

Attraverso la dialettica, l'uomo si è abituato alla luce e riesce a guardare gli oggetti direttamente, vede anche il sole, che rappresenta il bene.
Anche se l'uomo vorrebbe restare nel mondo esterno, torna nella caverna perché riconosce che ha la missione di educare gli altri, altrimenti la conoscenza sarebbe solo utile a lui stesso. Ma nella caverna non gli viene dato ascolto, viene ritenuto disturbante e perciò ucciso. Questo fatto simboleggia la morte di Socrate, martirio per la conoscenza.

Il Parmenide

Il primo dialogo in cui viene affrontato la conoscenza in modo sistematico è il Parmenide. In questo dialogo viene verificata la teoria delle idee. Platone parte dal presupposto che le sensazioni, poiché mutevoli, non offrono criteri validi di giudizio, quindi non possono essere la base di una conoscenza autentica. Sono invece i modelli immutabili, simili agli oggetti materiali, che fungono da fondamento alla conoscenza. L'anima è un'entità che consente di collegare gli oggetti materiali alle idee corrispondenti applicando la mimesi.

Il Parmenide e il problema del terzo elemento

Applicando la mimesi sorge il problema del terzo elemento, già visto in Zenone e i paradossi contro il molteplice: se due elementi si assomigliano, allora entrambi devono essere simili ad un terzo elemento di somiglianza. A questo problema Platone non trova soluzioni. Allora Platone si rende conto che l'oggetto include una parte o una proprietà del modello, vale a dire che tra oggetto e il modello intercorre la metessi. L'oggetto non include il modello stesso perché altrimenti sarebbe uguale al modello e quindi immodificabile.
Ammettere ciò fa sorge nuovi problemi: se gli oggetti possono includere degli aspetti del modello, allora il modello è divisibile, e quindi perde le sue proprietà d'indivisibilità e non modificabilità. Per mantenere le proprietà delle idee Platone è costretto di ammettere che ci sono tanti modelli, quanti oggetti. Ciò fa perdere le proprietà "di modello" ai modelli.
Questa questione non viene approfondita ulteriormente, anche se i risultati impongono di rivedere l'intera dottrina della realtà materiale e ideale.

Modelli senza corrispondenti nel Fedone

A volte l'uomo utilizza anche dei principi astratti, che non hanno dei corrispondenti nella realtà materiale. A questi principi fanno parte i principi matematici come l'identità e l'assomiglianza, che non hanno corrispondenti nel mondo materiale, giacché due oggetti materiali non possono mai essere identici.

Ripresa del problema dell'assomiglianza

Dopo aver visto ciò Platone ipotizza che il problema dell'assomiglianza è semplicemente posto male. Infatti, secondo Platone non bisogna analizzare la realtà perché il problema riguarda solo il dominio della razionalità: il problema dell'assomiglianza dipende da come la realtà viene concepita. Quindi Platone arriva ad affermare che due oggetti si assomigliano quando sono inclusi in uno stesso insieme. Quindi la realtà corrisponde all'insieme universo U, composto oggetti da e classi d'oggetti definiti e definibili. Quindi grazie alla somiglianza l'uomo è in grado di creare classi d'oggetti simili tramite la definizione.

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L'Eutifone: il problema della definizione

Il problema cosa sia la definizione viene affrontato in seguito anche nel Sofista. Nell'Eutifone Platone conclude dicendo che la definizione per genere prossimo e differenza specifica delimita in un insieme uno o più insiemi specifici.
Esempio:
Il genere prossimo in questo caso è l'insieme degli animali, la differenza specifica, o il criterio del sotto insieme, è che gli uomini sono razionali.

Il Parmenide e la formulazione delle definizioni

Il problema consiste nella domanda come bisogna formulare le definizioni. Una definizione deriva sempre da un'ipotesi plausibile che consente di spiegare la natura di una classe d'oggetti o la dinamica di una classe d'eventi. La definizione è la possibilità di esprimere e di comprendere i caratteri di una classe d'oggetti o d'eventi salvando le apparenze, in altre parole individuando elementi comuni a più oggetti o eventi, anche se questi presentano innegabili differenze. Perciò una definizione è valida finché coincide con i fatti che si percepiscono e deve essere sostituita da una definizione più complessa quando quella precedente non è più valida.
Un esempio di quel processo sono i problemi astrologici. Secondo gli antichi la terra (con le sue varie sfere: terra, acqua aria fuoco, materia celeste) è il centro di tutto il sistema: sistema tolemaico. Prima si pensava che esistesse un orbis, un cielo in cui si trovava la luna e uno in cui si trovava il sole. Con la scoperta delle stelle fisse, che hanno come asse di rotazione la stella polare, questa definizione non era più valida, quindi bisognava aggiungere un cielo al sistema. La stessa cosa avvenne con la scoperta delle stelle vaganti, cioè i pianeti, che ricevono tutti i propri cieli. (Socrate) Siccome Platone ipotizza che i cieli sono di una materia invisibile e le stelle immerse in essa, il suo sistema non esclude l'esistenza di altri cieli. In questo processo viene dato per scontato che la conoscenza sia preferibile all'ignoranza.

La ripresa del problema della conoscenza

All'inizio la conoscenza, per Platone, non si fondava sull'osservazione della realtà (doxa), ma sulla conoscenza del bene. A questo punto però, per adattarsi alle sue nuove scoperte, introduce una nuova teoria, che falsifica quella precedente. Secondo questa teoria la conoscenza si fonda su un criterio ipotetico-deduttivo: da un'analisi di un fatto particolare si giunge a poter formulare delle teorie più generali, che permettono di includere altri fatti in classi sempre più ampie. Ma siccome la realtà è mutabile e quindi le teorie derivanti dai fatti sono sempre diversi a seconda del punto di vista dell'osservatore, tutte le ipotesi diventano ugualmente valide, quindi questa teoria non può essere ritenuta valida.

Il Teeto

In base alla conclusione precedente del Parmenide, Platone parte dall'ipotesi opposta: alla base della conoscenza c'è l'estesis, vale a dire la sensibilità, che è sempre reale. Così l'uomo percepente diventa la misura di tutte le cose (Protagora). Ma anche qui sorgono dei nuovi problemi perché la conoscenza diventa puramente sensibile, visto che i sensi sono solo un processo interattivo e reciproco tra percepente e percepito. Questo processo è un flusso ininterrotto di stati razionali, visto che i due soggetti s'influenzano. Questo flusso, poiché è mutevole, non è esprimibile.
Questa situazione mutevole rende impossibile ogni conoscenza denotativa, visto che un ente, mentre viene espresso è già mutato. Quindi i nomi diventano inutili e all'uomo è solo consentito il silenzio di fronte alla realtà.
Pertanto si deve ripartire dall'inizio e stabilire in un primo passo in che cosa consiste la possibilità di percepire un oggetto, e se le percezioni sono vere o no. La percezione di un oggetto consiste in un insieme d'impressioni sensoriali, che sono sempre reali, anche se alcune sensazioni non sono vere (sogni, per esempio). L'anima viene considerata una facoltà innata, che connette le varie sensazioni fra di loro. Così la conoscenza diviene un insieme di connessioni reali, che sono corrette, in base alle quali è possibile dare dei giudizi tramite la parola. L'errore nasce poi se l'uomo percepisce l'impressione corretta in corrispondenza a un fatto o un oggetto incompatibile con essa. Quindi è anche possibile dare un giudizio spagliato. (sento che casco- 'casco', ma invece sogno.)
Esempio. Durante il dormire è possibile che si rovesciano le ampolle degli orecchi. Questo crea una sensazione reale di caduta, anche se l'individuo sta dormendo.

Il problema dell'errore

La memoria ha la funzione specifica di conservare le immagini percepite. La memoria viene raffigurata metaforicamente da una tavoletta di cera, in cui ogni immagine sensoriale rilascia un'impronta, che può essere più o meno profonda. La tavoletta di cera, cioè la memoria è secondo Platone suddivisa in tre zone:
Nella prima zona vengono impresse immagini, che non devono essere cancellate, quindi si tratta di una memoria permanente.
La seconda zona rappresenta la memoria a medio termine, mentre
La terza è a breve termine. Qui le immagini vengono salvate casualmente e una si pone sovra l'altra. Così nascono anche delle memorie false.
Quindi la conoscenza vera consiste sul coretto rapporto tra l'immagine ricordata e l'oggetto corrispondente. A ogni immagine viene data un'etichetta, cioè un nome. Pertanto dare un giudizio corretto vuol dire collegare l'immagine reale attraverso il nome al ricordo corrispondente.
Questa teoria vale solo per i domini che coinvolgono l'esperienza. Per domini astratti, come la matematica, questa teoria non vale. Nel campo logico formale si può soltanto ipotizzare dei principi al posto dei ricordi. Per formulare questa teoria Platone ricorre all'esempio della voliera.
Nella nostra mente esistono vari principi astratti, che non hanno dei corrispondenti nella realtà, come i principi matematici. Nell'esempio della voliera Platone ipotizza che ci siano solo due principi innati nella nostra mente (voliera). I due principi sono rappresentati da un uccello nero e da uno bianco. Se si deve applicare uno dei due principi si deve ovviamente scegliere fra i due. Se si conosce i due principi, cioè se si sa qual è l'uccello nero e chi quello bianco si applica quello giusto, ed è impossibile errare.
Se invece non si è in grado di stabilire qual è quello bianco e qual è quello nero si prende uno a caso. A questo punto non si sa se è stato applicato il principio giusto e non si può nemmeno verificare se è stato fatto la scelta spagliata.

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Il Sofista

Nel Sofista la conoscenza sensibile viene rappresentata da un blocco di cera e le sensazioni come delle interazioni tra due oggetti (fra cui uno è il percepente), che cambiano entrambi.
Esempio della voliera: secondo Platone nella mente vi devono essere anche principi preesistenti, come per esempio il principio di moto e di stabilità, o i generi di sommi. Questo fatto consente a Platone di affermare che la quiete e il moto cosono nella realtà. La quiete e il moto sono domini distinti, quindi non possono far parte di uno stesso insieme. Ma siccome Platone ha affermato prima che cosono, entrambi devono appartenere all'essere. Ma allora moto e quiete si confondono fra di loro, e quindi l'unica ipotesi è che appartengono entrambi all'insieme dell'essere, ma sono distinti fra di loro.
Platone deve ammettere l'esistenza preesistente di due altri generi: il principio d'identità e di distinzione. Quindi alla fine appartengono il moto, la quiete, l'identità e la distinzione appartengono all'essere.
Nel Teeto è stato affrontato un problema falso perché essere o non essere acquistano solo nell'ambito dei giudizi un valore, quindi il verbo essere può essere interpretato solo con valore propositivo, non predicativo. Perciò dire che una cosa non è nera, per esempio, non vuol dire che essa non esiste, ma che il predicato 'nero' non è compatibile con il soggetto.
In questo modo viene anche risolto il problema dell'errore, che consiste in pratica nel formulare un giudizio sbagliato, in altre parole dare ad un soggetto un predicato non compatibile. Anche il problema della conoscenza risulta falso. Questa attribuisce dei predicati ai soggetti, cercando di non sbagliare. Ma questo è impossibile visto che la conoscenza umana è limitata e soltanto in grado di definire delle contraddizioni. Non si può, per esempio dare il predicato e preparato e contemporaneamente il predicato impreparato attribuire allo stesso soggetto. Se invece viene adoperato un solo predicato occorre una verifica.
Con questa teoria vengono risolti i problemi posti da Parmenide riguardante l'essere, che non era un vero problema, e da Eraclito. Soltanto i problemi dei pluralisti non sono stati affrontati.

Il Timeo e il mito del Demiurgo

In questo dialogo viene spiegato il rapporto tra essere e divenire, tra il mondo delle idee e la realtà. Platone ipotizza che all'inizio di tutti tempi si ebbe il dominio della materia uniforme (pura estensione spaziale), detta cora, e il dominio delle forme, iperuranio, distinti fra loro. (nella filosofia greca non viene mai affrontato la creazione dal nulla, ex nihil). A questo punto entra in gioco il primo elemento ordinatore: il Demiurgo, che è un artigiano che plasma la cora secondo i modelli.
Il demiurgo è il fattore che consente di superare il problema della somiglianza: il Demiurgo è la personificazione del principio di somiglianza e perciò Platone non deve affrontare il problema del terzo elemento. (Zenone)

La soluzione dei problemi posti dai pluralisti.

In un altro dialogo cerca di spiegare come avviene la formazione da parte del Demiurgo, quindi viene affrontato il problema dei pluralisti. Secondo Platone la realtà è composta di quattro elementi simbolici, che a loro volta sono composti di solidi regolari: tetraedro – fuoco (triangolo), esaedro – terra (cubo), ottaedro – aria (rombo), icosaedro – acqua.
Tutti questi solidi regolari sono scomponibili in triangoli elementari isosceli. Pertanto tutta la realtà è scomponibile in triangoli elementari e perciò tutta la realtà è esprimibile attraverso rapporti proporzionali, visto che gli angoli dei triangoli sono noti e costanti. Questa teoria è simile a quella pitagorica perché alla base della realtà è un elemento di misurabilità.
Con il dodecaedro, che ha tutte le facce pentagonali, Platone rappresenta il cosmo, che non è completamente misurabile dall'uomo. L'universo platonico è di tipo teleologico, vale a dire di tipo finalistico. Il demiurgo, cioè il principio di somiglianza, rende la materia proporzionalmente analoga alle idee. Quindi i principi proporzionali rendono la realtà materiale analoga al modo delle idee. Gli elementi elementari si mescolano in base a relazioni armoniche, esprimibili in forme proporzionali.

La teoria riguardante i numeri

Per Platone i numeri non si sommano, ma la serie numerica è costituita da forme fisse che esprimono la classe di tutti gli elementi che si assomigliano. Due classi sono simili da un punto di vista numerico se c'è una corrispondenza termine a termine tra gli elementi, quindi una corrispondenza equivoca. Se vengono sommati due numeri, in realtà vengono sommati gli oggetti che compongono le due classi. Ciò è soltanto possibile se gli oggetti sono gli stessi. (è impossibile sommare pere e mele). Se si sommasse due numeri in senso vero e proprio il risultato sarebbe sempre due. Lo zero è una classe vuota, che non comprende nessun oggetto.

La concezione del tempo

Platone è il primo filosofo che affronta il problema del tempo. Per lui l'universo è eterno, quindi la materia e il mondo delle idee. Da Platone il tempo viene concepito come un elemento che consente di dare un senso ordinale al cosmo (Eraclito). Il tempo insieme allo spazio costituisce il moto, quindi il mutamento, il cui ritmo viene dato dal moto astrale. Il moto astrale è un susseguirsi prevedibile e immutabile di proporzioni.
Quindi il prima e il dopo si può stabilire grazie al moto degli astri, quindi il moto astrale riesce ad ordinare gli eventi attraverso il prima e il dopo.

La morale e la politica e il mito di Er

Secondo Platone sono morali colori che riescono a controllare le tre anime, cioè i tre elementi che costituiscono la biga. Ogni uomo deve vivere secondo le proprie capacità per essere in armonia con il suo ambiente. Di queste capacità bisogna dare il meglio alla società.
Nel mito di Er Platone cerca di esplicitare quella teoria. Er era un soldato che cade durante una battaglia in coma. Viene ritenuto morto e perciò messo sul rogo, dove si sveglia. Mentre Er era nel coma, Psicopompo, la guida nell'al di là, lo aveva già portato su una collina dove poteva scegliere il destino per la sua vita. Ma l'unico destino giusto per Er era quello di rifare il soldato, perché in questo ruolo riesce a dare il meglio alla società. Solo il destino da soldato era quello in grado di armonizzare le sue tre anime.

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