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Platone - I miti

Platone inventò il mito della biga alata, che è contenuto nel Fedro. In origine le anime vivevano nell’iperuranio ed erano trainate da bighe con cavalli alati. I cavalli erano uno bianco e uno nero. Le varie anime giravano tra le idee ognuna seguendo un dio. Però queste bighe avevano problemi di stabilità perché i cavalli bianchi erano fortissimi e ubbidienti all’auriga, mentre i cavalli neri erano più capricciosi e tendevano sempre a tirare verso il basso. Gli aurighi si sforzavano di proseguire il volo, ma molti non ci riuscivano e così le anime precipitavano nella dimensione terrena, entrando in un ciclo di reincarnazione, per ritrovare le condizioni idonee per risalire nell’iperuranio. Questo mito spiega anche perché ci siano persone buone e cattive. La gerarchia delle idee nell’iperuranio secondo Platone era la seguente:

Il bene sopra ogni cosa
Le cinque idee somme: Essere - Identità - diversità - Quiete - movimento
Idee valori: Giustizia - onestà - amicizia - coraggio
Idee matematiche: linea - punto - sfera - retta
Idee di tutte le cose: pallone - armadio - banco - penna
Quindi ci sono bighe che sono riuscite a volare fino in alto e sono quindi anime buone, mentre altre bighe sono precipitate prima e ora sono meno buone. Anche in Platone il male è l’ignoranza, tema dell’intellettualismo etico ripreso dal maestro, perché le anime cattive sono quelle che nell’iperuranio non hanno avuto modo di accedere ai livelli più elevati di idee. Inoltre il carattere delle persone veniva spiegato dal tipo di divinità che le loro bighe inseguivano nell’iperuranio (ad esempio, una persona la cui anima nell’iperuranio seguiva Ares, dio della guerra, è piuttosto battagliera e rissosa). Nella concezione platonica l’anima è immortale ed è coinvolta in un continuo processo di reincarnazione, caratteristica ripresa dal pitagorismo. Platone creò alcune prove a favore della tesi dell’immortalità. Una delle più convincenti, quella della vitalità, dice che avere un’anima ed essere animato è sinonimo di avere vitalità e di essere quindi vita. Perciò l’anima è vita ed è quindi immortale. Il mito della biga alata fu molto utile a Platone per spiegare diversi aspetti, tra cui la composizione delle anime. Infatti ogni anima è formata dall’auriga, che rappresenta la ragione, dal cavallo bianco, che è la parte irascibile (che spinge all’impegno e alla determinazione), e il cavallo nero, che rappresenta la parte desiderativa o concupiscibile (che spinge ai bisogni naturali e all’attrazione verso i piaceri terreni).
La filosofia di Platone è contraddistinta da dualismi. C’è un dualismo ontologico perché esistono due tipi differenti di essere: l’essere di questo mondo e l’essere dell’iperuranio. C’è un dualismo gnoseologico perché, accanto ai due tipi di essere, si affiancano due tipi di conoscenza: la conoscenza sensibile, tipica della dimensione terrena, e la conoscenza scientifica, legata all’iperuranio. I due tipi di conoscenza inoltre si dividono in altri due sottotipologie di conoscenza. Infine si può parlare anche di dualismo antropologico, perché l’uomo è composto da due componenti differenti: il corpo e l’anima. Un aspetto comune di tutti i dualismi è che il primo elemento è collegato al mondo terreno ed è quindi corruttibile e inadeguato, mentre il secondo elemento è legato all’iperuranio ed è quindi perfetto, eterno e incorruttibile.
Uno dei più bei miti di Platone è sicuramente il celebre mito della caverna, contenuto nella Repubblica. È un mito che serve a riassumere gran parte del pensiero della filosofia platonica, soprattutto parlando della teoria delle idee e della teoria della conoscenza. C’erano una volta degli uomini incatenati a terra sul fondo di una caverna e con la testa rivolta verso una parete rocciosa. Alle loro spalle vi era un muro. Questi uomini vedevano sul fondo della caverna delle ombre e pensavano che queste sagome fossero la realtà. Un giorno uno di questi riuscì a liberarsi dalle catene e ad andarsene. Si girò e alle sue spalle vide il muro, lo scavalcò è notò che le sagome che pensava fossero la realtà non erano altro che l’ombra di oggetti che degli uomini dietro al muro portavano sulla testa. Inoltre le ombre erano proiettate da un focolare che si trovava dietro al muro. L’uomo decise di proseguire, trovò l’entrata della caverna e uscì all’aperto. Qui vide un mondo meraviglioso e luminoso, tanto che non riusciva a vederlo bene perché era abbagliato a causa di anni trascorsi al buio della caverna. Quindi si avvicinò a un laghetto e, guardando nel riflesso nell’acqua, contemplò la bellezza di quel mondo. Dopo poco tempo, i suoi occhi si abituarono alla luce e poterono osservare direttamente tutte le cose del nuovo fantastico mondo. Il primo impulso che ebbe fu di godersi il piacere che quel mondo gli provocava, ma poi si sentì in colpa e decise di andare ad avvertire i suoi compagni che si trovavano ancora nella grotta. Ritornò indietro, ma i suoi amici non volevano ascoltarlo e non credevano alla sua parola. L’uomo però continuava a cercare di persuaderli a uscire nel fantastico mondo fuori dalla caverna. All’inizio i suoi compagni lo prendevano in giro, poi iniziarono a stancarsi di lui e infine lo uccisero. Questo mito ha tantissimi significati. La caverna simboleggia il mondo terreno, mentre il mondo esterno rappresenta l’iperuranio. Gli uomini incatenati rappresentano la condizione dell’anima nel mondo terreno che è prigioniera del corpo. Le ombre che vengono viste proiettate sul fondo della caverna corrispondono al primo livello di conoscenza, che è l’eikasìa. Il muro da scavalcare rappresenta la difficoltà del processo conoscitivo. Gli oggetti visti grazie alla luce del fuoco e toccati con mano rappresentano il secondo livello di conoscenza sensibile, la pìstis. Il fuoco rappresenta i primi filosofi che hanno cercato di spiegare questo mondo, hanno cercato di far luce. Il fatto che l’uomo, quando esce dalla caverna, rimanga abbagliato dimostra ancora la difficoltà del processo di ricordo. L’uomo che guarda nell’acqua invece rappresenta il terzo livello di conoscenza, la diànoia. Infine la visione diretta di tutte le cose del mondo rappresenta il quarto livello conoscitivo, la nòesis. Il sole rappresenta il bene, l’idea che con la sua luce illumina tutte le altre. L’uomo che ritorna nella grotta per avvertire i suoi compagni simboleggia Socrate che voleva convincere i suoi concittadini e che rimase ucciso in questa missione. Nella Repubblica Platone spiega questo suo mito molto importante per evitare equivoci.
Platone, sempre nella Repubblica, scrisse un mito legato all’immortalità e al destino dell’anima noto con il nome di mito di Er. Er era un guerriero che era stato gravemente ferito in battaglia e ora si trovava in coma. La sua anima si era distaccata dal corpo ed era andata nell’aldilà, trovandosi di fronte alle tre Parche, divinità che si preoccupavano del destino delle anime. Le Parche proposero all’anima di Er una serie di vite in cui reincarnarsi. Ma, mentre la sua anima stava scegliendo, Er si risvegliò dal coma e anima e corpo si ricongiunsero. Il senso di questo breve mito è che siamo noi i responsabili del nostro destino e che non è corretto dare la colpa alla cattiva sorte. Se l’anima ha vissuto male, sceglierà male anche la vita in cui rincarnarsi.
Per spiegare il rapporto tra le idee e le cose, Platone usa tre termini: mimesi, metessi e parusia. Con mimesi (imitazione) si intende che le cose di questo mondo sono un’imitazione delle idee nell’iperuranio. Metessi (partecipazione) è un termine che sta a indicare che le cose di questo mondo partecipano in parte alle idee. Parusia (presenza) indica che le cose di questo mondo sono la manifestazione terrena delle idee.

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