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Autore: Platone Titolo: Apologia di Socrate

Trama


L’Apologia è ambientata ad Atene, durante il processo che accusa Socrate di credere in altri déi o di non credervi affatto, di non rispettare le regole della città, di corrompere i giovani e di essere un sofista.
È divisa in tre parti distinte.
La prima è incentrata sul grande discorso in difesa di Socrate, in cui egli tenta di persuadere i cittadini presenti di essere stato calunniato ingiustamente e sulle posizioni d’accusa dei suoi antagonisti politici.
Nella seconda parte emerge che anche dopo il suo primo tentativo di persuasione, la maggioranza vota a favore della sua condanna a morte. Nonostante ammetta di ritenersi completamente innocente, suggerisce pene in denaro alternative, comunque sottolineando che continuerà a filosofare.
La terza parte comprende un breve discorso di Socrate dopo la seconda votazione, in cui si congeda. Inizialmente si rivolge a coloro che lo giudicano colpevole e mette a confronto morte e malvagità. È più difficile sfuggire alla malvagità che alla morte, perché essa corre più veloce della morte, e i suoi accusatori sono stati raggiunti proprio dalla malvagità, mentre Socrate dalla morte. Dice anche che uccidendo un uomo non si uccide l’idea che egli aveva creato.
In secondo luogo, rivolto ai magistrati che lo hanno assolto, esplicita che forse, se sono vere le cose che si dicono, la strada della morte risulta migliore di quella della vita ad Atene, della prigionìa o dell’esilio, concludendo di affidarsi gli dèi, gli unici a cui non è oscuro il suo futuro.

Citazioni


“Quello che è avvenuto a voi, Ateniesi, in udire i miei accusatori, non so; ma io, per cagion loro, poco meno mi dimenticai di me stesso, cosí parlarono persuasivamente: benché, se ho a dire, essi non han detto nulla di vero. Ma delle molte loro menzogne ne ammirai massimamente una, questa: dissero che a voi bene conveniva guardarvi non foste tratti da me in inganno, perciò che sono terribile dicitore. Imperocché a non vergognarsi che tosto li avrei smentiti, mostrando in fatto non essere niente terribile dicitore, questa mi parve la lor maggiore impudenza: salvo che non chiamino terribile dicitore uno che dice il vero; ché, se intendono cosí, ben consentirei che sono oratore io: ma non a lor modo. Essi dunque han detto poco o nulla di vero, come io dico; ma da me voi udirete tutta la verità.”
“Devo cercare di rimuovere da voi, in così poco tempo, quella calunnia che vi tenete dentro da molto tempo” (Prologo, pag. 51)
“Quelli che avevano maggior fama, mi sono sembrati quasi tutti privi di sapienza in grado supremo; invece, altri che erano giudicati di minor sapienza, si trovavano più vicini alla saggezza” (cap. II – pag. 69)
“Non per sapienza componevano le cose che componevano, ma per una certa dote di natura e perché erano ispirati da un dio, (…) dicono molte e belle cose, però non sanno nulla di ciò che dicono. (…) Ritenevano di essere più sapienti degli uomini anche nelle altre cose in cui non lo erano” (cap. II – pag. 71)
(rif. agli artigiani) “(…)ciascuno di essi era convinto di essere sapientissimo anche in altre cose grandissime, e proprio per questo metteva in secondo piano la sapienza che pur avevano” (cap. II – pag. 71)
“La risposta che diedi a me e all’oracolo fu che, per me, era meglio rimanere in quello stato in cui mi trovavo” (cap. II – pag. 73)
“(…) Pensavano che io fossi sapiente in quelle cose in cui io confutavo l’altro” “La sapienza umana ha poco o nessun valore” “Il dio sembra che parli proprio di me Socrate, e invece fa uso del mio nome, servendosi di me come esempio, come se dicesse: <Uomini, fra chi di voi è sapientissimo, come Socrate, si è reso conto che, per quanto riguarda la sua sapienza, non vale nulla>” (cap. II – pag. 73)
“Infatti mi pare proprio che nell’accusa si metta in contraddizione con se medesimo, come se dicesse: <Socrate ha colpa di credere negli dèi, ma anche di credere negli dèi>” (cap. III – pag. 89)
“Quale uomo potrà ritenere che esistano figli di dèi, ma che non esistano dèi?” (cap. III – pag. 91)
“Infatti, avere paura della morte, non significa altro che credere di essere un sapiente, mentre in realtà non lo si è (…) nessuno sa che cosa sia la morte e se essa non sia per l’uomo il maggiore di tutti i beni; invece gli uomini ne hanno paura, come se sapessero bene che è il più grande dei mali. Non è forse ignoranza questa, l’essere convinti di sapere cose che in realtà non si sanno?” (cap. IV – pag. 97)
“Non credo sia possibile che un uomo migliore riceva danno da uno peggiore” (cap. V – pag. 103)
“Socrate non cesserà mai di fare ricerche, perché una vita senza ricerche non è degna di essere vissuta” (cap. VII – pag. 131)
“Preferisco molto più morire per essermi difeso in questo modo, che non vivere per essermi difeso in quello” “Ma badate bene cittadini, che non sia questa la cosa più difficile, ossia sfuggire alla morte, ma che molto più difficile sia sfuggire alla malvagità. Infatti, malvagità corre molto più veloce della morte” (cap. VIII – pag. 139)
“Se credete che col condannare a morte uomini per impedire a qualcuno che vi faccia rimproveri perché non vivete in modo retto, voi non pensate bene. Questo modo di liberarsi non è certo possibile, né bello. Invece, è bellissimo e facilissimo non quello di stroncare la parola d’altri, ma quello di cercare di diventare buoni il più possibile” (cap. VIII – pag. 141)
“Se dunque la morte è qualcosa di tal genere, io dico che è un guadagno” (cap. VIII – pag. 145)
“Ma chi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio” (cap. VIII – pag. 149)
“Temere la morte altro non è che credere di esser saggi senza esserlo, di sapere ciò che non si sa. Infatti, nessuno sa che cosa sia la morte, se per l'uomo il più grande dei beni; eppure tutti la temono come se fossero sicuri che essa è il più grande dei mali. E non è forse la più riprovevole ignoranza, questa, di credere di sapere ciò che non si sa?”

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