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Neoplatonismo

Il neoplatonismo nacque in un particolare momento storico, in cui l’uomo sembrava avvertire una profonda crisi interiore e si accorgeva della caducità della realtà sensibile. Esso è l’ultima manifestazione del platonismo del mondo antico e riassume elementi pitagorici, aristotelici e stoici divenendo così la manifestazione più cospicua dell’orientamento religioso che prevale nella filosofia dell’età alessandrina. Fondatore del neoplatonismo è Ammonio Sacca vissuto tra il 175 e il 242 d.C. ma, tuttavia tra le figure di maggiore spicco del neoplatonismo si rivela Plotino la cui scuola ebbe tra gli ascoltatori numerosi senatori romani e lo stesso imperatore Gallieno e sua moglie Salonina (riferisce all’elite). Egli esprime l’ultimo sistema dell’antichità, cioè una visione della realtà che consente di leggere il mondo secondo una determinata chiave di lettura. Come il suo maestro non scrisse nulla; fu il suo scolaro Porfirio di Tiro a pubblicarne gli scritti ordinandoli in sei enneadi, ossia libri di nove parti ciascuno.
Plotino

Dai molti all’uno

Plotino costruisce il suo sistema metafisico dal mondo sensibile, quindi dalla concretezza del mondo, sostenendo che tutto ciò che è in esso è molteplice e dunque può essere valutato sotto diversi aspetti. Perciò partendo da un principio che sostiene la molteplicità, sarebbe impensabile non presupporre l’unità, giacché il “molteplice” garantisce la comprensione dell’Uno. Quindi è possibile classificare, valutare le cose del mondo secondo la loro molteplicità, percorrendo una scala decrescente che risale dalle cose che possiedono una molteplicità elevata fino a pervenire all’Uno. In questo modo egli sostiene la trascendenza dell’Uno poiché essendo molteplici tutte le cose del mondo, procedere verso l’Uno equivale operare fuori dal mondo. Tale è l’Uno primo (da cui tutta deriva e grazie cui i molti sono) che è ineffabile, cioè non si può dire ciò che è, ma ciò che non è, perché esso è al di là dell’essere, privo di forma (amòrphos) e di figura (anèideos). Infatti, non può essere qualificato mediante attributi finiti e, quindi non può configurarsi come argomento di discorso o oggetto di scienza. Questo tipo di comportamento di fronte alla divinità è definito “teologia negativa”, per la quale ogni discorso su Dio può essere fatto solo per via negativa.

Dall’uno ai molti

Plotino attraverso un’analisi dall’uno ai molti giunge a dimostrare che il divino è in ogni cosa, adottando un linguaggio evocativo e metaforico. Il mondo deriva da Dio ma, non attraverso un atto volitivo, bensì mediante un processo di emanazione. L’essere di questa realtà è in costante espansione ed è cosi esteso da «traboccare», non per volontà ma per necessità e, poiché la sostanza tracima in esso, non c'è nessun creazionismo (Il mondo esiste poiché risultato inevitabile dell’essere abbondante dell’Uno). Egli giustifica tale pienezza, riferendosi a una realtà che è così realizzata tanto da generare, riprendendo un riferimento tipicamente biologico secondo cui tutto ciò che in natura è arrivato a maturazione, genera (automatismo). Non c’è divino che progetta, ma è la realtà che in quanto è realizzazione completa è quindi generazione. L’espansione andrà a determinare tutta la realtà man mano che ci si allontana dal fulcro (divino).

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