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La formazione della civiltà umana

Un'altra questione cui la cultura greca offre differenti risposte riguarda il rapporto, nell'uomo, tra fattori naturali e fattori culturali: quanto, nell'uomo, dipende dalla sua costituzione naturale e quanto invece è un prodotto artificiale? Incivilendosi, l'uomo realizza la propria natura, oppure si allontana da essa, separandosene ed elaborando via via i tratti che contraddistinguono la nostra specie rispetto alle altre: linguaggio, istituzioni politiche e sociali, tecniche? Su questo tema, possiamo distinguere due orientamenti: il primo stabilisce un forte legame tra uomo (e cultura umana) e natura; il secondo mette invece in risalto la frattura che interviene tra uomo e natura, in conseguenza del fatto che l'uomo, per garantirsi la sopravvivenza in un ambiente difficile e ostile, elabora strumenti che gli altri animali non possiedono e di cui non possono dotarsi.

La cultura umana come prodotto artificiale

Veniamo ora al secondo degli orientamenti sopra richiamati, che mette in evidenza la frattura esistente tra uomo e natura. Alla fondazione naturalistica della cultura umana fin dalla metà del V secolo a.C., i sofisti avevano opposto una diversa idea della relazione tra natura e cultura, supponendo che fra le due vi fosse, invece che continuità, uno iato e una frattura: linguaggio, arte, politica e tecniche non rappresentavano in questa veduta la piena attuazione di potenzialità insite nella specifica natura umana, ma costituivano un prodotto artificiale dell'uomo, che, civilizzandosi, prende in qualche modo congedo dalla propria naturale animalità. Rispetto agli altri animali, l'uomo non ha, come invece sostiene Aristotele, una natura superiore e potenziata, ma anzi ha una natura debole e difettiva. La lotta per la sopravvivenza contro altri animali per natura più idonei alla competizione, perché più robusti, più veloci, dotati di sensi più acuti, costringe l'uomo a costruirsi vere e proprie protesi strumentali, che egli ritrova nell'elaborazione del linguaggio, nell'invenzione delle tecniche e nella capacità di risolvere politicamente i conflitti all'interno della comunità umana.

Il racconto mitico di Protagora

Tale visione delle origini della civiltà umana, che possiamo definire convenzionalistica, è rappresentata con il linguaggio del mito dal sofista Protagora nell'omonimo dialogo platonico. Il semidio Epimeteo, ricevuto da Zeus l'incarico di distribuire tra gli animali le facoltà naturali indispensabili alla sopravvivenza, si trova ad aver esaurito sbadatamente tutte le competenze di cui disponeva quando giunge il turno dell'uomo, che dunque si trova nudo e per natura privato di qualsiasi risorsa. All'uomo giunge allora in soccorso Prometeo, che avendo rubato a Efesto e Atena le loro arti, cioè i saperi tecnici e la scienza, ne dota l'uomo. Anche le tecniche, però, sono insufficienti ad assicurare all'uomo la forza indispensabile per competere con le altre specie e così si rende necessario un altro dono: quello della tecnica più raffinata e tipicamente umana, ossia la politica. La cultura non è dunque un appannaggio naturale dell'uomo, ma un dono degli dèi; ovvero, fuori di metafora, una conquista dell'uomo, che la ottiene attraverso «l'insegna-mento e lo studio», allontanandosi dalla propria natura animale, e in certo modo denaturalizzandosi, per divenire se stesso.

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