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Filosofia e religione nel pitagorismo

Nel pitagorismo filosofia e religione si intersecano. Una frase tipica dei discepoli di Pitagora era “ipse dixit”, “l’ha detto lui”. I discepoli che esportarono nella Magna Grecia la scuola pitagorica conobbero un tale successo da riuscire a prendere il potere e amministravano una rete di città con regimi aristocratici. Ma proprio per questo furono vittime di una serie di rivolte che li costrinse a fuggire dalle città della Magna Grecia, come successe allo stesso Pitagora che dovette fuggire da Crotone e morì in esilio intorno al 490 nel Metaponto. I superstiti si rifugiarono in Grecia dove aprirono nuove scuole grazie a cui resero note alcune delle principali convinzioni pitagoriche. Pitagora si presentò come un profeta, come colui che afferma la verità assoluta e conosce il volere divino. I pitagorici credevano nella reincarnazione e avevano avuto influenza dalle religioni orientali e greche. Il primo grado della scuola pitagorica era l’acusmatico, cioè colui che poteva esclusivamente ascoltare le parole di Pitagora, senza però poterlo vedere né porre domande. Il livello successivo era quello dei matematici ed erano coloro che potevano anche vedere Pitagora e gli potevano rivolgere domande. Secondo alcuni la differenza tra acusmatici e matematici era che i primi si interessavano all’aspetto religioso, mentre i secondi erano più attenti all’aspetto matematico. Pitagora parlava per sentenze e solo i matematici potevano chiedere chiarimenti. All’interno della setta vi erano inoltre parecchie regole, alcune anche molto strane: non si poteva raccogliere ciò che cadeva per terra, non si poteva attizzare fuoco con strumenti di ferro, non si poteva mangiare carne e fave, si doveva praticare il celibato e vivere in comunità, non si poteva parlare al di fuori della comunità di alcuni argomenti vietati.

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