Daniele di Daniele
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L'importanza della Bibbia nella filosofia

La Bibbia e la filosofia sono apparentemente agli antipodi, visto che le Sacre Scritture sono una rivelazione di Dio, mentre la filosofia è una ricerca fatta dall'uomo. Ma la Bibbia, pur essendo un testo sacro, offre risposte simili a quelle cercate dalla filosofia, non risponde forse alla domanda di "Chi è l'uomo?", che a dire di Kant è il succo della ricerca filosofica? Inoltre le idee portanti della Bibbia hanno influenzato l'intero pensiero occidentale, sono concetti che ritornano sempre nella nostra cultura. Pertanto possiamo concludere che il messaggio biblico condizionerà chi lo accoglierà positivamente e anche chi lo rifiuterà, perché dovrà confrontarcisi. Quindi saranno possibili tre modi di filosofare:

1. credendo;
2. credendo ma separando la fede dalla ragione;
3. non credendo.

Ma non sarà più possibile filosofare come se il messaggio biblico non fosse stato mai rivelato. Adesso esaminiamo analiticamente le differenze tra la filosofia greca e il messaggio biblico.

Monoteismo

Il Dio biblico è uno e solo, anche se in tre persone (Trinità), e il comandamento "Non avrai alcun Dio al di fuori di Me" ci fa vedere come fosse difficile per l'uomo del tempo concepire il monoteismo. Infatti prima della rivelazione del messaggio biblico l'uomo aveva sempre manifestato un'attitudine politeista, e i Greci non sfuggirono a tale atteggiamento. Semplicemente non si erano mai posti il problema dell'unicità di Dio. Invece il monoteismo biblico porta una novità nella concezione stessa di Dio (Uno e Trino) ed impone una trascendenza assoluta, non sarà più possibile definire il Dio come il cosmo (Platone) o come le stelle (Aristotele), significativo in questo contesto il passo del Deuteronomio "...quando vedrai il cielo, la luna e le stelle, non prostrarti a loro, non rendergli culto..."

Creazionismo/Physis

I filosofi Greci proposero diverse soluzioni al problema dell'origine degli esseri, seguendo diverse vie, materialistiche o più metafisiche, ma non si avvicinarono mai al concetto di creazione. I naturalisti parlavano di una physis che aveva in sé stessa il principio vitale, Parmenide sosteneva che l'essere era eterno e non aveva avuto origine né avrà fine, Democrito parla di atomi eterni anch'essi, Platone parla di un Demiurgo, però è semi-creazionismo, perché la chora che il demiurgo plasma è sempre esistita.
Invece il Dio della Bibbia crea dal nulla (si parla di creazione "ex nihilo"), dal non essere se vogliamo, tutto questo cosmo. Lo fa solo con la sua parola, che, come afferma Von Rad, è dotata di sublime energia. Insomma Dio. Il creazionismo è l'opposto della concezione della physis greca, infatti dio fece la natura quando la natura non c'era ("Sine natura naturam facere"). Inoltre se leggiamo in chiave filosofica l'affermazione di Dio rivolta a Mosé "Io sono colui che E'", possiamo notare che Dio è l'Essere e il creato non è pertanto l'essere ma ha l'essere, cioè l'ha ricevuto per partecipazione.

L'antropocentrismo/cosmocentrismo

I Greci non erano molto propensi ad avere una concezione antropocentrica del mondo, infatti quasi tutti i filosofi greci rifiutarono questa concezione a favore di una cosmocentrica, fatta eccezione per Senofonte e gli stoici Zenone e Crisippo, la cui origine semitica ha sicuramente influenzato la filosofia. Per i Greci, infatti, l'uomo i cosmo sono strettamente connessi perché anche il cosmo venne per lo più considerato come un'entità dotata di anima e vita propria. Però ai loro occhi la dignità riconosciuta all'uomo, seppure grande, non può essere pari a quella del cosmo. Indicativa in merito è il passo del Timeo in cui Platone afferma che il cosmo non è stato fatto per l'uomo, che viene chiamato con un dispregiativo "omiciattolo", ma lui è stato fatto per il cosmo e può conoscere sé stesso solo se conosce anche il cosmo.
Al contrario nella Bibbia si dice che l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e pertanto nessuna creatura nel cosmo gli è superiore, e Dio stesso, per questo motivo, gli ha affidato il comando del mondo, ma non perché possa distruggerlo, ma perché lo possa sfruttare per i suoi bisogni, è una sorta di luogotenente di Dio sulla terra. In questa visione l'uomo può assimilarsi totalmente a Dio aspirando alla santità, ma può percorrere anche una strada autonoma, perché è libero. Quindi l'assimilazione a Dio, che per alcuni filosofi Greci si raggiungeva con la conoscenza, mentre per la Bibbia con la volontà, che permette all'uomo di seguire i comandamenti divini e quindi di santificarsi.

Il Dio nomoteta
Per i greci il nomos derivava direttamente dalla physis, e come tale vincolava sia gli uomini sia gli dei, perché non erano loro a stabilirlo ma la physis. Quindi il concetto di un Dio nomoteta, cioè che dà la legge morale agli uomini era completamente estraneo ai filosofi greci. Il Dio biblico dà la legge all'uomo come comando, e i dieci comandamenti ne sono un esempio. Quindi il bene morale supremo, va a coincidere con l'ubbidienza ai comandamenti di Dio, cioè alla santità. Al contrario il male morale supremo è il peccato, cioè la disubbidienza a Dio. Un'applicazione concreta di questo santificarsi è quello della vita di Gesù Cristo, che ha applicato perfettamente fino alla morte la volontà di Dio. Lo scopo supremo della vita dell'uomo è fatto quindi coincidere col fare la volontà di Dio, cioè santificarsi, assimilarsi il più possibile a lui. Quindi all'antico intellettualismo etico greco si sostituisce una sorta di "volontarismo", perché l'uomo per fare il bene deve seguire la legge di Dio, e quindi quando fa il male ciò è dovuto ad un difetto di volontà (così lo definirà Agostino) e non di conoscenza, perché Dio ci ha rivelato cosa è il bene, ovvero fare la sua volontà.

La Provvidenza divina

I Greci non avevamo mai concepito un Dio provvidenziale in senso cristiano, cioè il cui intervento provvidenziale fosse mirato nella storia di ognuno. Anche il dio provvidenziale degli stoici Zenone e Crisippo non si avvicinava a questa concezione, infatti esso va a coincidere con il fato, cioè l'aspetto razionale della Necessità con la quale il logos produce e governa tutte le cose. Invece la provvidenza biblica è propria di Dio, e si dirige non solo sul creato in generale ma anche sui singoli uomini. In un passo del vangelo di Marco si consiglia di non affannarsi nella ricerca della sicurezza materiale nella vita, e si pone a sostegno di questa tesi la metafora degli uccelli, che pur non coltivando campi, non ammassando il raccolto nei granai (a differenza dell'uomo), riescono a sopravvivere, perché Dio li nutre. Un altro passo evangelico quantifica la grandezza della provvidenza divina: "...Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto. Chiunque, infatti, chiede riceve, chi cerca trova, a chi picchia sarà aperto". Concetti questi presenti anche nell'antico testamento, precisamente nel salmo 91, di cui riporto alcune frasi:

* "Non ti accadrà alcun male"
* "Il Signore è mio rifugio"
* "Appena mi invoca Io lo esaudirò"
* "Sarò con lui nelle avversità"

Quindi Dio interviene nella storia di ognuno di noi e ci sostiene nella prova. Concezione questa che non era minimamente concepita dai greci, Plotino, ad esempio, diceva che l'uomo era solo nel suo cammino di ricongiungimento all'Uno. Invece il Dio biblico offre all'uomo un messaggio rassicurante e gli offre la sicurezza di non essere solo nella quotidianità.

Il peccato originale

Il peccato originale con cui nasce ogni uomo, secondo la Bibbia, è dovuto alla disubbidienza al comando di Dio da parte di Adamo ed Eva, progenitori della stirpe umana. E alla radice di questo peccato è stata la superbia di aver voluto essere come Dio. Ma Egli offre all'uomo la possibilità di redenzione con un altro dono, dopo quello della creazione: quello del riscatto mediante la morte di suo figlio, Gesù Cristo, che risorgendo dalla morte ha sconfitto la morte stessa, conseguenza del peccato. Quindi l'uomo non si salva grazie a sé stesso, ma attraverso il dono di Dio. Ciò va contro le concezioni greche tradizionali, che avevano parlato di una colpa originaria, desumendola dai misteri orfici, a cui avevano collegato il male. Ma non avevano mai spiegato questa colpa e i filosofi che l'avevano concepita nella propria filosofia ritenevano che questa colpa si potesse cancellare con la passare delle vite (metempsicosi) oppure attraverso la conoscenza, quindi con i propri mezzi.

L'amore greco (eros) e quello cristiano (agàpe)

L'amore (eros) è stato descritto mirabilmente da Platone, che lo definisce come figlio dell'espediente (Poros) e della povertà (Penia). Egli non possiede nulla, non è un dio, ma aspira ad esserlo. Aspira al sapere, che solo gli dei possiedono. Quindi è l'amore che muove il filosofo, e lo spinge ad aspirare alla sapienza. L'amore biblico è completamente diverso. Non è una salita dell'uomo, ma una discesa di Dio, un dono che fa agli uomini. E solo avendo questo dono l'uomo è capace di amare a sua volta. Ma egli riesce a ricevere questo dono solo convertendosi, cioè mettendo Dio al primo posto nella propria vita. Dice la Bibbia: "...Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore...". L'amore di Dio è infinito, tale da donare all'uomo una possibilità di riscatto sacrificando Suo figlio Gesù Cristo. Ma non è un amore umano, perché Egli ama l'uomo anche nel mondo della debolezza (difficilmente noi continueremo ad amare una persona che ad esempio ci volta la faccia). Ma soprattutto quest'amore è per tutti, anche per coloro che deludono Dio. San Paolo scrive nella prima lettera ai Corinzi un inno all'agàpe, nel quale lo definisce come l'elemento più importante nella vita dell'uomo e in particolare la più importante fra le tre virtù teologali, (fede, speranza e agàpe, generalmente tradotta come carità).

Il sovvertimento dei valori antichi

Il messaggio biblico, in particolare quello del Nuovo Testamento, sovverte completamente la scala dei valori classici. Lo vediamo nel discorso delle beatitudini, dove quelle situazioni (afflitti, perseguitati, ecc.) che la logica comune tende a scartare perché sconvenienti sono invece esaltate e ad esse verrà corrisposta una ricompensa nel Regno dei Cieli. Inoltre quando gli apostoli si disputano su chi di loro fosse il più importante, Gesù risponde che chi vuole essere il primo deve essere l'ultimo e il servo di tutti. Quindi la virtù che permette all'uomo di giungere al regno dei cieli è l'umiltà, che era invece completamente sconosciuta ai Greci. Infatti l'umiltà è la presa di coscienza che "...la salvezza non può avvenire né attraverso le cose ma nemmeno attraverso se medesimi [...] Senza il mio aiuto non potrete fare nulla...". Ciò abbatte completamente il concetto di autarchia, cioè del filosofo che basta a se stesso, capace da solo di raggiungere il fine ultimo della sua vita.

L'immortalità dell'anima dei Greci contro la resurrezione dei corpi

In genere la maggior parte delle correnti filosofiche aveva considerato il corpo come l'origine del male e una prigione per l'anima, che, immortale, poteva ricongiungersi all'essere solo liberandosi dal vincolo del corpo. Cristo ha portato un messaggio completamente diverso: non solo l'anima è immortale, ma ci sarà anche la resurrezione dei corpi compiutosi il giudizio universale. Ciò era, in relazione a quanto detto prima, inconcepibile per i filosofi greci. Quando San Paolo parlò all'areopago di resurrezione dei corpi, stoici ed epicurei lì presenti appena parlò di resurrezione dei corpi, se ne andarono. Plotino, in polemica con il cristianesimo, scriveva che la vera resurrezione dell'anima, addormentata nel corpo, era dal corpo e non col corpo, perché risorgere col corpo significa passare da un letto ad un altro, perché il corpo è contrario all'anima. Non a caso Plotino indicava l'estasi (cioè l'uscire fuori dall'anima del corpo) come la sola via possibile per arrivare all'Uno.

La concezione del tempo

La concezione biblica del tempo è di fondamentale importanza anche per la nostra cultura occidentale, visto che l'abbiamo per così dire ereditata da Gerusalemme e non da Atene. Infatti la Bibbia ci ha tramandato una concezione del tempo lineare, in attesa di qualcosa, cioè del Giudizio universale, momento di riconciliazione tra l'uomo e Dio. Ma se si aspetta questo evento, significa che qualcosa è già successo, ovvero la creazione da parte dello stesso Dio del cosmo antropologico. Pertanto la storia è vista come una freccia che ha un inizio, la creazione e una fine, il giudizio universale. Tutto il tempo storico è visto come attesa della fine (futurismo storico) e i vari pragmata non sono altro che un passo in avanti verso l'eskaton, cioè la fine, e anzi è una preparazione ad esso. Per questo possiamo anche definire questa concezione del tempo escatologica. Inoltre c'è una concezione di progresso, che invece i Greci negano. Al contrario i Greci non avevano questa concezione lineare del tempo, ma ciclica, circolare. Ritenevano infatti che tutto passa, ma è anche destinato a ritornare. In questa chiave è impossibile notare un'idea di progresso, infatti la natura umana è sempre uguale a sé stessa e non progredisce, per cui la storia è destinata a ritornare. Vediamo che negli Stoici, negli Epicurei, negli Atomisti, tanto per fare un esempio, dicevano che il cosmo, dopo essersi formato, si sarebbe distrutto, e ciò che lo componeva avrebbe dato origine ad un altro cosmo.

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