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FELICITÀ E SAGGEZZA NELL’ ETICA DI ARISTOTELE E DELLE SCUOLE FILOSOFICHE DELL’ ETÀ ELLENISTICA: “EPICUREISMO E STOICISMO”

L’oggetto dell’etica è l’agire dell’uomo, la riflessione sui principi che devono regolare l’agire dell’uomo e sul fine dell’agire umano. In pratica, oggetto dell'etica è la riflessione sulla vita buona e sulla vita felice. Alcune massime di carattere morale sono molto antiche, ci siamo fermati sulla morale socratica ( IL MALE È IGNORANZA DEL BENE), poi sul centro etico della filosofia platonica (CHE COS’è IL BENE), cioè una forma di assolutismo etico. Per Platone c’è l’idea del bene in sé e per sé, la forma assoluta del bene e di conseguenza esiste una e una soltanto vita buona. Platone contro il relativismo sostiene l’oggettività dei principi e dei valori morali.
L’Epicureismo e lo Stoicismo sono molto concentrate sul problema etico, qual è il fine dell’uomo, della vita? Cos’è la vita buona? Cosa sono i vizi e le virtù? Cos’è la felicità?

ARISTOTELE: ETICA

L’etica appartiene alle scienze pratiche: Etica/Politica. Scrisse diversi trattati di etica e il più celebre è la cosiddetta Etica Nicomachea, dedicata a Nicomaco, poi c’è l’Etica Eudemia e infine la Grande Etica. Aristotele definisce l’etica come lo studio dell’agire dell’uomo in quanto individuo, non nella collettività che è l’oggetto della politica. Da un punto di vista epistemologico l’etica è una scienza in senso debole rispetto a quelle teoretiche perché nel campo etico ci muoviamo nel campo del probabile non nel campo dell’assolutamente necessario. Aristotele sconsigliava l’insegnamento dell’etica ai giovani, perché non adatta, e perché richiede esperienza e i giovani ne sono privi.
Aristotele comincia affermando che gli uomini agiscono in vista di fini e scopi, osservato questo, Aristotele, enuncia la sua prima tesi secondo cui il fine dell'agire umano è il bene: i fini ai quali noi tendiamo con il nostro agire ci appaiono come dei beni.
Ma vi sono soltanto fini=beni relativi o anche un sommo fine,un sommo bene del nostro agire? Solo fini che perseguiamo in vista di altro o anche un sommo bene? Se vi sarà un sommo fine, in cosa consisterà? Ebbene esiste un sommo bene che è la felicità. Noi perseguiamo la salute in vista di quello stato di salute che ci permetterà di essere felici. Tutti i fini sono relativi in quanto mirano ad altro. Emerge qui chiaramente il carattere eudemonistico dell’etica, della riflessione morale greca. Eudemonistico = EUDAEMONIA = FELICITÀ eu – bene; daemon – demone.
Che cos’è la felicità? Cosa pensano gli uomini sulla felicità? Per la maggior parte degli uomini, la felicità sta nel piacere fisico, godimento fisico. Felicità è piacere = EDONISMO. Aristotele è molto critico e dice, questa idea di piacere è una vita da bestie, da schiavi. Altri uomini sostengono che la felicità sta negli onori, le cariche pubbliche, quindi il potere, il prestigio, cioè il successo. Che felicità è questa? Del tutto esteriore, che dipende da altro e da altri. Altri uomini ancora dicono che la felicità sta nella ricchezza, nell’avere, possedere. Questo tipo di felicità è contro natura, non nel senso che asceticamente non da valore alla ricchezza, ma nel senso che la ricchezza dev’essere un mezzo e mai un fine. La risposta di Aristotele è inizialmente ermetica, questa è la sua definizione classica:”la felicità sarà l’attività dell’anima secondo la sua virtù più propria, secondo la sua più perfetta delle virtù”. La parola fondamentale è L’ATTIVITÀ, la felicità non sta in un oggetto, in un qualcosa, nell’ottenere qualcosa. La felicità non è nemmeno una condizione o uno status acquisito da possedere, ma è un’attività, un fare, si è felici quando si fa. È l’attività dell’anima, riguarda l’anima dell’uomo che agisce secondo la più perfetta virtù. Qual è questa virtù? Aristotele parlando di virtù opera una distinzione tra virtù etiche e dianoetiche.
Etiche: Sono le virtù proprie del comportamento pratico. Sono quelle virtù che realizzano il dominio da parte dell’anima razionale sulle parti irrazionali dell’anima, ovvero sull’anima vegetativa e sull’anima sensitiva. Queste virtù si acquisiscono attraverso l’esercizio costante, pratico fino a che divengono degli abitus, degli abiti comportamentali, dei modi d’essere che finiscono per appartenere ad un uomo. La caratteristica fondamentale di queste virtù è il loro rappresentare sempre il giusto mezzo tra due estremi. Tra due eccessi: coraggio = mezzo tra la viltà e la temerarietà; temperanza = intemperanza/insensibilità; liberalità = prodigalità/avarizia; mansuetudine; e la più importante che è l'ingiustizia.
Dianoetiche: in cui risuona il termine DIANOIA(intelligenza). Sono le virtù della mente, che riguardano l’anima razionale, le virtù della vita della mente. Queste virtù sono 5 e sono:
1. ARTE
2. SCIENZA
3. INTELLIGENZA
4. SAGGEZZA
5. SAPIENZA
La saggezza,la PHRONESIS di Aristotele, è la virtù razionale, la capacità della ragione di agire in modo conveniente, adeguato nei confronti dei beni umani. In particolare la PHRONESIS, è una saggezza deliberatamente, capace di scegliere tra il bene e il male. Riguarda quindi anche la sfera mutevole del vivere, un uomo è saggio per come vive, per le faccende del vivere. La sapienza è la virtù dianoetica più alta, è la sintesi perfetta della conoscenza dei principi primi veri, delle premesse vere delle scienze e della scienza stessa. Cioè scienza della capacità dimostrativa della capacità di ragionare sillogisticamente. Il sapiente possiede al massimo grado intelligenza e scienza. La felicità sta nell’attività contemplativa, nella vita teoretica, nella vita della mente. Di conseguenza l’uomo felice è il sapiente. Qui c’è tutto l’ideale greco della conoscenza. Solo il sapiente basta perfettamente a se stesso, la sua felicità non dipende da altro. Solo l’attività del sapiente ha il suo fine in se stesso, è veramente libera perché ha il suo fine in sé. Il suo fine è il sapere per il sapere. Se per l’uomo la felicità è la vita di pensiero vuol dire che l’uomo cerca di avvicinarsi a Dio.

Introduzione alle scuole filosofiche ellenistiche

Alla morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. si fa normalmente risalire l'inizio dell'Età Ellenistica. Prima della sua morte il principe macedone era riuscito a conquistare la Grecia. Tutto il suo regno, nel periodo ellenistico, venne suddiviso in una serie di regni: le monarchie ellenistiche. Ciò comportò la caduta della POLIS greca. L’uomo da cittadino di una città stato diventa suddito di un regno. Per l’uomo greco questo mutamento ebbe un effetto fortemente traumatico: l’uomo greco perse la sua identità e insieme ad essa il suo senso di appartenenza. Bisogna introdurre la centralità della riflessione etica che nascerà in questo contesto. Cioè l’uomo greco si concentra sulle domande più urgenti per l’individuo, per l’uomo nella sua individualità, cioè: che cos’è la felicità? La vita felice? Come attingere la felicità? Fino ad Aristotele l’etica e la politica erano state fortemente unite perché l’uomo era cittadino della POLIS, qui si separano, l’individuo si concentra su se stesso.
Essere un filosofo non significava solo sapere qualcosa, ma anche vivere in un certo modo, era una sorta di pratica filosofica.
Scuola Epicurea: epicureismo = Epicuro IV/III sec a.C.; Lucrezio
Scuola stoica: stoicismo = Antica stoa – Zenone di Cizio, Cleante di Asso, Crisippo di Soli. media stoa – Panezio di Rodi, Posidonio di Apanea nuva stoa – Seneca, Epitteto I/II d.C., Marco Aurelio.
Scuola scettica: scetticismo = Pirrone di Elide, Timone di Fliunte, Arcesilao, Carneade, Enesidemo,Sesto Empirico.
Hanno proposto dei modelli di vita che sono divenuti paradigmatici, ci sono degli atteggiamenti di fondo che ancora oggi possono essere fatti propri. Pure oggi si può essere epicurei, stoici, scettici. Per tutte queste scuole la filosofia è costituita da tre branche: 1. una logica, cioè una canonica che però costituisce una teoria della conoscenza cioè una ricerca del criterio di verità. 2. una fisica, intesa come come una teoria sulla PHYSIS, rerum natura. La fisica è importante perché la terza branca cioè 3. l’etica, si fondava interamente sulla fisica. Per gli STOICI, la filosofia è come un giardino protetto in cui le mura che lo proteggono sono la logica, gli alberi sono la fisica mentre i frutti sono l’etica.

Epicureismo
Epicuro: visse tra il 341 e il 200 a.C. circa. Fondò una scuola filosofica alla periferia di Atene, in un giardino. È la prima scuola filosofica in cui vennero ammesse le donne e gli schiavi. Ci sono rimaste tre epistole di Epicureo, tra cui la famosa lettera a Meteco sulla felicità, poi ci sono rimaste delle massime capitali e vari frammenti. Si occupa di logica, teoria di conoscenza, si occupa di fisica ed elabora una concezione della physis che si rifà all’atomismo di Democrito: nulla si genera dal nulla, nulla ritorna assolutamente al nulla. Quindi il tutto è costituito da atomi in movimento nel vuoto. Tutto ciò che esiste sono atomi e composti atomici. Gli atomi sono caratterizzati da forma, grandezza e peso. Il movimento degli atomi è un movimento di caduta dall’alto verso il basso nel quale Eraclito ammette delle deviazioni casuali, secondo la teoria del clinamen. Tale deviazione rappresenta una differenza del suo pensiero rispetto al determinismo di Democrito.
Se sono infiniti gli atomi e lo spazio vuoto è infinito, per Epicuro saranno infiniti anche i mondi.
Se tutto è materia, anche l’anima dell’uomo sarà materiale, contro le teorie di Platone e Aristotele, dunque, come il corpo anche l’anima sarà mortale. Gli dei esistono, però non si spiega bene, la loro natura è definita con una formula molto ambigua, non sono corpo ma quasi corpo, non anima ma quasi anima. Gli dei vivono negli intermundia, negli inframondi, in degli spazi tra i diversi, infiniti mondi. Gli dei non si interessano minimamente del mondo e degli uomini, sono beati e imperturbabili.
Epicuro nell’etica si occupa della vita dell’uomo del fine della vita dell’uomo, della felicità e dei mezzi per raggiungerla. Quindi anche l’etica di Epicureo è eudemonistica.
Tetrafarmacon, e le quattro pillole della felicità:
vogliono liberare l’uomo dalle sue paure più profonde che sono anche le cause più profonde dell’infelicità. pillola 1: è un rimedio contro la paura degli dei e dell’aldilà. Il timore degli dei è vano perché sono perfettamente indifferenti all’uomo. Anche la paura dell’aldilà è vana, perché non esiste nessun aldilà. L’anima muore col corpo. pillola 2: è contro le paure più radicate, cioè la paura della morte. Per Epicureo è assurda, è inutile perché per noi la morte, l’evento del morire è un nulla, ovvero finché siamo vivi, la morte non c’è. Quando ci sarà, non ci saremo noi, quindi la morte è un nulla. Wittgenstein: “Non si vive la propria morte”. Potrà essere senza dubbio vero il fatto del morire, ma irrilevante rispetto all’angoscia della possibilità del morire. Pillola 3: riguarda il tema centrale della sua etica, cioè il piacere, (tesi di fondo) perché il bene coincide col piacere. Il fondamento della tesi è facilmente ricostruibile, se l’essenza dell’uomo è materiale,(la realtà è costituita da atomi), anche il bene sarà di carattere materiale, quindi coinciderà con il piacere. Di conseguenza si è creato uno dei più pesanti voluti fraintendimenti della storia del pensiero in era cristiana, nel Medioevo e oltre, si è fatto degli Epicurei degli Edonisti in senso deteriore: Epicureo = Godereccio. Cosa intendeva Epicuro con il piacere? È un’idea particolare, cioè un piacere catastematico, ovvero un piacere quieto. Il piacere per Epicuro significa due cose: 1. a-ponia: assenza di dolore fisico; 2.a-tarassia: assenza di turbamento nell’anima. Proviamo piacere nel momento in cui non patiamo dolore fisico o nell’anima, quindi è negativo. Il piacere è dunque un’assenza di dolore. Questo piacere è sperimentabile e raggiungibile,: Epicuro fa una "tavola dei piaceri" dove distingue tre tipi di piacere:
1. I piaceri naturali e necessari: concernono la conservazione del nostro vivere, cioè mangiare se si ha fame, bere se si ha sete, riposare quando si è stanchi; intende pane, acqua e due olive e un riparo sotto cui dormire. Tra i piaceri non pone i piaceri d’amore o sessuali. Questi piaceri eliminano questi dolori e sono autolimitativi, hanno un limite naturale, non eccedono. Si nota il principio greco della misura.
2.I piaceri naturali non necessari: sono una variazione della prima classe nel segno del superfluo, come mangiare bene, cioè un cibo buono, bere cose buone. Dormire bene, in case sontuose. Questi piaceri per Epicureo vanno evitati perché portano a un sorpasso del limite quindi dolore e turbamento.
3. I piaceri non naturali e non necessari: sono vani, desiderio di ricchezza, onore e potere. Questo tipo di piaceri non solo non eliminano un dolore fisico, ma anzi generano un turbamento dell’anima perché dipendono da fattori esterni.
L’epicureo quindi sembra quasi un asceta, a cui basta una vita semplice.
Una delle nostre più grandi paure è la paura del dolore, ma Epicuro dice di non farsi turbare da questa paura perché se il dolore è lieve è facilmente sopportabile, se è acuto passa presto e se è acutissimo porta alla morte, alla dissoluzione, cioè all’insensibilità, al nulla. Pare che Epicuro in fin di vita per una malattia dolorosissima rimase impassibile e imperscrutabile. Secondo Epicuro ilfatti: “il saggio è imperturbabile anche nel Toro di Falaride”. Come si può vedere, l’etica epicurea è rivolta al singolo e infatti a differenza di Platone e Aristotele, Epicuro rivela quasi un disprezzo per la politica. Per Platone il filosofo doveva governare lo stato. Il motto di Epicuro è: “vivi nascosto”. Al contrario aveva un senso di amicizia altissimo. Concludendo, con un tratto quasi ottimistico, una filosofia che esprime un si alla vita. Epicureo attacca il pessimismo nella “lettera sulla felicità”. Quella di Epicuro è una posizione spirituale positiva, una ricerca del piacere semplice della vita. Lucrezio è più cupo e pessimista.

Stoicismo
Ci sono rimasti solo frammenti degli stoici antichi. Deriva dal greco stoa = portico. Zenone ad Atene teneva le sue lezioni sotto un portico affrescato. Gli stoici fecero notevoli passi in avanti nella logica, soprattutto in quella modale, le relazioni logiche tra possibilità, necessità ecc…sillogismi con questa modalità. La fisica per gli stoici è il fondamento dell’etica, studiano la physis e l’arché. Per gli stoici la realtà si può definire come un materialismo monastico e panteistico. Per loro l’essere, la realtà è corpo, materia. Tutto ciò che è, è corpo. È possibilità di agire e\o patire. Monismo: l’essere è corpo e tutto è uno, cioè un’unità profonda della realtà. Il tutto è un grande e unitario organismo vivente; ci sono due principi fondamentali dell’universo: 1. la materia, che è il principio “passivo”. 2. la forma, che è principio attivo e che viene identificato con il logos. Quindi con la ragione divina, quindi con Dio. “Tutto è Dio, Dio è tutto”. Dio non è trascendente rispetto alla materia, ma è immanente, è dentro la materia. Dio è un principio formale interno alla materia. Plasma la materia dall’interno = panteismo. Su questo concetto si basa la dottrina stoica dei “Logoi delle ragioni seminali”. Nella materia sono presenti i semi, i principi formali di tutte le forme e che sono a loro volta l’espressione del logos divino interno alla materia.
Importante è la concezione stoica del destino e della provvidenza. Per gli stoici nel mondo domina la più rigorosa necessità. Tutto ciò che è, accade necessariamente. Nel senso che tutto ciò che è, è come deve essere e come è bene che sia. Nel senso che il fato, la necessità, il destino che domina nel mondo, è un fato non cieco, ma razionale. Questa concezione di destino si salda con la concezione di provvidenza. L’ordine necessario del mondo, il fato, (Eimarmene), la catena delle cause, è l’espressione necessaria del logos divino e cioè della provvidenza divina = pronoia = intelligenza che ordina. Negli stoici c’è una concentrazione di fatalismo, necessitrismo, determinismo, sono tuttavia l’espressione di un piano provvidenziale. Mentre il determinismo di Democrito, gli urti degli atomi, era cieco, il necessitarismo stoico è provvidenzialistico. Il disegno del mondo è necessario, ma razionale. L’atteggiamento fondamentale del saggio stoico, sarà quello di una razionale, consapevole accettazione del fato. Perché se il fato è l’espressione della razionalità divina, l’atteggiamento razionale non potrà che essere l’accettazione. Parleranno dell’amor fati, dell’amore per il fato. Qui troviamo l’amore per un concetto di libertà, nel senso di razionale accettazione della necessità. L’uomo è libero di accettare, di comprendere la necessità, il fato. Anche perché sarebbe possibile opporsi al fato? Seneca. “ fata volentem ducunt, nolentem trahunt” = “I destini, la catena delle cause conduce dolcemente colui che accetta, mentre trascinano, costringono con violenza colui che non accetta”.
Etica:
È la parte più famosa dello stoicismo. Bisogna sottolineare la fortuna stoica sull’etica. Anche per gli stoici lo scopo del vivere, il fine del vivere è la felicità, è raggiungere la felicità. Per gli stoici la felicità si ottiene nel vivere, secondo natura. Oikeiosis = realizzare la propria Oikeiosis. Risuona il lemme oikos = casa. Si può interpretare così: appropriazione di sé. Nel senso che ogni essere vivente è caratterizzato dalla tendenza e dallo sforzo di conservare se stesso, appropriarsi di sé e di ciò che è utile a conservare se stesso, evitare ciò che è contrario a sé e a conciliarsi con sé. Cosa significa ciò? Vivere appropriandosi di quanto gli è più proprio e dal momento che la natura più propria è la ragione, la razionalità. Vivere così sarà vivere secondo ragione. Questa impostazione sull’etica ha come conseguenza una nuova concezione dei valori, cioè una nuova concezione del bene e del male. Sulla base di ciò, per gli stoici il bene sarà ciò che conserva, incrementa il nostro essere; il male sarà ciò che lo danneggia, distrugge o diminuisce il nostro essere. Il bene e il male morale: significano virtù e vizio. La virtù è tutto ciò che conserva, cioè incrementa il nostro essere più proprio. Quindi virtù e vizio concernono il vivere o meno secondo ragione, conformandosi al logos. Per gli stoici ciò implica una conseguenza radicale, se ciò è vero, tutto ciò che concerne l’esteriorità, a partire dal nostro stesso corpo fisico, sarà moralmente indifferente. Cioè, la stessa vita (bios), la morte (fisica), la salute o la malattia, la bellezza o la bruttezza, la ricchezza o la povertà, l’onore o il disonore, tutto ciò sarà moralmente indifferente. Per lo stoico la virtù, quindi la felicità, dipendono soltanto dalla propria interiorità, del proprio io. Nello stoicismo emerge come l’individuo in crisi cerca e trova la propria sicurezza, rientrando in se stesso, in quella che Marco Aurelio chiamava “la nostra cittadella interiore”, abbandonando all’indifferenza, tutto ciò che è esteriore, a partire dal proprio corpo.
Epitteto dice che esistono due categorie di cose: 1. quelle che dipendono da noi, 2. quelle che non dipendono da noi, il nostro corpo, i nostri beni, gli onori. Dipendono da noi invece i nostri desideri e le nostre avversioni, cioè i nostri atteggiamenti verso le cose. Se noi confonderemo questi due ambiti, se noi vorremo le cose che non dipendono da noi, ci consegneremo ad un’infelicità certa. Se invece “lavoreremo” su ciò che è nostro, sul nostro atteggiamento, allora potremo aspirare ad essere felici. È una dottrina molto dura e rigorosa. Si introdusse in seguito il concetto degli indifferenti preferiti e degli indifferenti respinti: la vita, la salute ecc.. restano indifferenti moralmente, ma comunque sono preferiti. La morte, la malattia, ecc… sono indifferenti, ma respinti. Gli stoici dicono che c’è un positivum anche nelle cose esteriori, un positivum naturale. Le azioni moralmente perfette sono soltanto le azioni che concernono la conformità al logos. Solo il saggio è capace di azioni moralmente perfette. Le azioni che riguardano gli indifferenti, quelle del corpo ecc… sono azioni convenienti e riguardano la sfera dei doveri civici. Non hanno una vera qualità morale, riguardano il logos e il non logos.
La parte culminante riguarda le passioni dell’uomo. L’atteggiamento verso le passioni sarà di un rigoroso distacco. Le passioni sono la causa dell’infelicità. Il saggio mira all’apatia: a-patheia (da pathos), assenza di passione. Si nota la freddezza dello stoico, a differenza di Epicuro, che mostra un amore per la vita, lo stoico non la ama e non la odia, ne è estraneo. Per gli stoici tutto è Dio e il logos è un frammento di quello divino, ma c’è un distacco dalla vita. Troveremo in Cartesio una sorta di neo-stoicismo.

La filosofia dell’occidente medievale: uno sguardo e qualche cenno
Non si può parlare di un unico medioevo: c'è un medioevo latino/occidentale, della cristianità cattolica. un medioevo bizantino, riguardante l’impero romano d’oriente, che ha una propria e diversa cultura con una religione differente: la cristianità ortodossa. Un medioevo Arabo Islamico, Aristotele torna in Occidente grazie alla mediazione Islamica. Venne tradotto dall’islamico in latino o in greco. E infine un medioevo ebraico, quello della diaspora.
Qual è l’essenza della filosofia medievale? È un concetto che vale per tutti, la filosofia nel medioevo è costituita dall’incontro/scontro tra le religioni rivelate (cristianesimo, islam, ebraico) e la filosofia greca/romana, pagana, poiché questa era la filosofia del tempo.
Nell’occidente latino, la filosofia è caratterizzata dall’incontro/scontro tra il cristianesimo e la filosofia, sicché ci troviamo di fronte ad un’equazione abbastanza chiara, ma problematica: cos’è la filosofia medievale? È la filosofia cristiana. È la riflessione filosofica all’interno di un mondo cattolico. C’è una corrente dell’800 che dice che non si può parlare di filosofia medievale, finchè si parla di filosofia cristiana. Filosofia: ricerca libera del conoscere e dell’agire secondo ragione; Religione: ha delle autorità, delle scritture, parole divine e soprattutto una fede. Non c’è modo di dimostrarne l’esistenza, poiché è oggetto di fede. Non c’è una creatività razionale della ricerca. Quindi non può esserci filosofia. È una posizione estrema perché c’è una filosofia cristiana per cui il filosofo cristiano cerca, fin dove è possibile, di chiarire, comprendere attraverso la ragione i contenuti della propria fede, i contenuti religiosi, nei quali crede. C’è una branca della filosofia che nel medioevo compì notevolissimi progressi, cioè la logica. In questo campo si ponevano in modo autonomo rispetto a religione e fede. Salvo poche figure, quasi tutti i filosofi erano uomini di chiesa, gente che aveva scelto la vita religiosa.

• Mappa della filosofia medievale:
1° PERIODO: età patristica, dei padri della chiesa; II sec d.C./VI sec d.C. ca. è un periodo che coincide con l’età imperiale, con la prima cristianità.
I filosofi più importanti: padri d’Oriente (Origene di Alessandria III sec d.C.); padri d’Occidente (S. Agostino di Ippona IV/V sec); Severino Boezio ( V/VI sec “l’ultimo degli antichi e il primo dei medievali); Dionigi “lo pseudo aeropagita” (uomo misterioso del V/VI sec).
Caratteristiche: 1.si gettano i fondamenti teologici della dottrina cristiana. Si basa sull’antico/nuovo testamento, gli atti e le lettere, soprattutto di S.Paolo. Costruiscono l’edificio dottrinale della Chiesa; 2. Si cerca un rapporto con la tradizione pagana, con la filosofia greco – romana. Dipende da autore ad autore. C’è un rifiuto/opposizione netto della razionalità pagana, può essere invece un rapporto positivo nel quale si usano gli strumenti della ragione, per rafforzare, costruire la nuova dottrina cristiana, oppure questo rapporto può essere di conservazione e di tradizione, che rischia di andare perduto a causa dei barbari. I “padri” combattono contro o i nemici del cristianesimo, o contro una minaccia eretica (gnostici, manichei).
Testi: Confessioni di Agostino; La consolazione filosofica di Boezio.

2°PERIODO: età filosofica scolastica (VIII/XIV) è la filosofia spiegata nelle scuole. Si sviluppa nei monasteri, nelle scuole monastiche; in questi secoli bui, le luci sono i monasteri. Poi nelle scuole di corte, come la Scuola Palatina di Carlo Magno. Da dopo il mille, ci sono le scuole cattedrali, legate ad una grande cattedrale, scuola di Chartres. Poi nascono le università. La facoltà fondamentali erano: 1. Arti liberali (filosofia) del trivio (grammatica, retorica, dialettica) preparavano a tutto il resto, del quadrivio ( aritmetica, geometria, astronomia e musica “alla Pitagora”). 2. diritto 3. medicina 4. teologia. Nelle università si svolgeva un lectio, questio, disputatio. Qui si definisce il metodo scolastico, si parte da un testo che viene letto, poi si pone una domanda e che poi viene discussa. C’era il magister, l’opponens e il pones (assistenti) e poi il magister diceva la soluzione.
Il primo periodo si sviluppa tra il IX e il XII sec e vede come grandi protagonisti Giovanni Scoto Eriugena, Anselmo d’Aosta, Pietro Abelardo e Berardo di Chiaravalle. Nel medioevo islamico ricordiamo Avicenna e Averroè che hanno influenzato il pensiero occidentale. Del secondo periodo troviamo inoltre: Alberto Magno, Ruggero Bacone, Roberto Giossateste, Bonaventura da Bagnoregio e Tommaso d’Aquino. Nell’ultimo periodo vi è la fase tardo scolastica, con il suo declino; si ricorda Duns Scoto, Guglielmo d’Ockham, Giovanni Buridano.

• Problemi della filosofia medievale:
1. Problema del rapporto tra fede e ragione.
2. Il problema degli universali:
è un problema sia di natura logica che di natura ontologica e comprende implicazioni teologiche. Riguarda i termini universali (ARISTOTELICI): le SPECIE e i GENERI. Qual è lo statuto ontologico di questo termine: sono PAROLE o COSE? Esistono realmente o solo nel pensiero? Se sono realtà in che modo esistono? Questa problematica deriva dalla teoria platonica delle idee.
3. Il problema teologico: innanzitutto dallo “statuto epistemologico della teologia”, essa è o no scienza? Se è scienza i che senso? Si può parlare di scienza teologica? Che cos’è Dio? Esiste un Dio? Quindi il medioevo è per eccellenza l’età delle prove dell’esistenza divina.
4. Problemi relativi all’onnipotenza divina, molto sottili.
- spiegazione punto 1: la ragione mira ad una verità dimostrata, la fede presuppone una evidenza, una verità creduta per fede, ad esempio la trinità, immagine non accettabile dal pagano: una sostanza non può esserne tre!
Nel medioevo nascono due grandi modelli di soluzioni in questi rapporti: Credere ut intelligere/ Credo ut Intelligam credere per capire, comprendere: intellectus fidei  intelligenza della fede. Di fronte all’orizzonte di una religione dobbiamo credere e cercare di comprendere. Prima si crede e dopo si chiarifica ciò in cui si crede, fin dove possibile. Un altro modello è l’opposto, Intelligere ut credere, capire per credere  devo capire per poter credere diceva Abelardo, ma questo è il modello minoritario. Questo problema fino a tutto il 200 ha avuto una soluzione di tipo conciliatorio, si può conciliare fede e ragione, sia la rivelazione sia la ragione umana vengono da Dio: come potrebbero contraddirsi? Vi sono alcune verità che la ragione può conoscere razionalmente ed altre che la ragione non può dimostrare, come l’incarnazione di Dio e la trinità; cosa accadrebbe se ragione e fede si contraddicessero? La ragione è in torto. (T. d’Aquino)
Nel 1300 comincia una crisi della scolastica, si separano filosofia e teologia.
- spiegazione punto 2: questa questione è già tutta nel rapporto, nella polemica di Aristotele a Platone. Però “il luogo” in cui nasce seriamente il problema è un testo di Porfirio, un filosofo neo platonico del II/III sec d.C., chiamato “Isagoge”, che è un introduzione alla dottrina delle categorie di Aristotele. In questo testo, Porfirio si domanda se gli universali esistono di per sé o soltanto nel pensiero. Poi si chiede, nel caso esistano di per sé se siano corporei o incorporei e poi prosegue e si domanda se nel caso fossero corporei se esistono separati dalle cose sensibili, o se esistano invece nelle cose sensibili. Non la sviluppa maggiormente. In effetti la questione Porfiriana la ritroviamo in Severino Boezio, non a caso in un suo commento al testo di Porfirio. Esistono vari orientamenti dei medievali:
1.Realismo: l’esponente maggiore è Guglielmo Champeaux, “posizione platonica”, esistono di per sé e separati dalle cose determinate. Esistono le idee, esse esistono nella mente di Dio.
2.Concettualismo:è di matrice Aristotelica, i maggiori rappresentanti sono lo stesso Boezio e il più importante Pietro Abelardo. Gli universali non esistono come realtà, ma come concetti mentali. Per Boezio concepiamo gli Universali per un processo di astrazione. Per Abelardo l’universale viene definito come “sermo” che significa significato. L’universale è un nome, ma non nome in quanto insieme di lettere, vox, ma è dotato di significato, è appunto un sermo. Anche per Abelardo questi concetti universali, sono ricavati da un processo di astrazione, che tuttavia si fonda, su quella che lui chiama natura comune delle cose di una stessa specie/genere.
3.Nominalismo: gli universali sono solo nomi. Ce ne sono due versioni, uno estremo, radicale o esasperato, sostenuto da Roscellino da Compiegne. Per lui sono flatus vocis, cioè soltanto parole a cui non corrisponde nessun concetto. L’altro, nominalismo moderato, del 1300, sostenuto da Gugliemo d’Ockham. Per lui non esistono di per sé e sono nomi, non nel senso di Roscellino, ma in quanto segni che rinviano verso la realtà; i nomi universali sono segni che stanno per qualcos’altro, che suppongono altro. Es: uomo rinvia alla molteplicità degli individui. Per comprendere il significato di un termine è necessario sapere a cosa esso rinvia: "teoria della suppositio" di Okcham:
Esempio: il termine uomo. Si può dire che Socrate è un uomo. Il termine universale rinvia all’individuo di Socrate, non ad altro (suppositio personalis). Uomo è una specie, io non intendo affermare che esista la specie uomo come entità separata, ma uomo in quanto concetto. Uomo in quanto concetto è una specie (suppositio simplex).

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