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Epicuro

Il giardino di Epicuro
Epicuro nasce a Samo nel 341 a.C. Alla fine del quarto secolo si trasferisce ad Atene e fonda la prima delle grandi scuole ellenistiche, quando sono ancora attive l'Accademia platonica e il Peripato aristotelico.
Epicuro ha una nuova proposta filosofica. Egli sceglie come luogo della sua scuola non una palestra, simbolo della Grecia classica, ma un edificio con un giardino nei sobborghi di Atene, un luogo che era lontano dal tumulto della vita pubblica cittadina ed era vicino al silenzio della campagna. Il giardino passò ad indicare il nome della scuola e i seguaci di Epicuro vennero nominati come "quelli del giardino".
Le tesi principali di questa scuola sono:
a) la realtà è perfettamente conoscibile dall'intelligenza dell'uomo;
b) nelle dimensioni del reale c'è spazio per la felicità dell'uomo;

c) la felicità è mancanza di dolore e di turbamento;
d) per raggiungere la felicità, l'uomo ha bisogno solo di se stesso;
e) non gli servono, di conseguenza, la città, le istituzioni, la nobiltà, le ricchezze e nemmeno gli dei. L'uomo è perfettamente autarchico.
È chiaro che, nei confronti di questo messaggio, tutti gli uomini diventano uguali perché tutti aspirano alla pace dello spirito e tutti, se vogliono, possono raggiungerla.

La "Canonica" Epicurea
Epicuro accoglie sostanzialmente la tripartizione senocratica della filosofia in logica, fisica ed etica. La prima deve elaborare i canoni secondo i quali riconosciamo la verità, la seconda studia la costituzione del reale, la terza il fine dell'uomo e i mezzi per raggiungerlo. Le prime due parti sono in funzione della terza: c'è un primato dell'etica sulla conoscenza.
Secondo Epicuro, la sensazione coglie la verità. Come possiamo notare, siamo agli antipodi rispetto alla concezione platonica. Nessuna sensazione può fallire perché, in primo luogo, la sensazione è un'affezione, implica una passività e quindi è prodotta da qualcosa di cui essa è il corrispondente e adeguato effetto. In secondo luogo, la sensazione è oggettiva e vera perché prodotta e garantita dalla stessa struttura atomica della realtà. Da tutte le cose emanano complessi di atomi, che costituiscono immagini o simulacri, e le sensazioni sono esattamente prodotte dalla penetrazione in noi di tali simulacri.
Infine la sensazione precede la ragione, è immediata, ed è incapace di togliere o aggiungere a se medesima qualcosa: pertanto essa è oggettiva.

ome secondo criterio di verità, Epicuro pone le prolessi, che sono le rappresentazioni mentali delle cose. L'esperienza lascia nella mente un'impronta delle passate sensazioni, e questa impronta ci permette di cogliere in anticipo in caratteri delle cose corrispondenti anche senza averle attualmente di fronte.
Dunque, la prolessi anticipa l'esperienza, ma solo perché è stata essa stessa prodotta dall'esperienza.
I "nomi" sono espressioni "naturali" di queste prolessi e quindi costituiscono una naturale manifestazione dell'originaria azione delle cose su di noi.
Come terzo criterio di verità Epicuro pone i sentimenti di"piacere" e di "dolore". Le affezioni del piacere del dolore sono anch’esse oggettive proprio in quanto sensazioni. Queste sensazioni hanno un'importanza particolare perché, oltre ad essere oggettive, costituiscono il criterio assiologico per discriminare il bene dal male e quindi costituiscono il criterio per le scelte etiche dell'uomo.
Sensazioni, prolessi, piacere e dolore hanno una comune caratteristica che garantisce il loro valore di verità e questa consiste nell'evidenza immediata. Se ci fermiamo all'evidenza e accogliamo come vero ciò che evidente, non possiamo sbagliare, perché l'evidenza è sempre data dalla diretta azione che le cose esercitano sul nostro animo. È chiaro, però, che il nostro ragionamento non si ferma all'evidenza immediata: quando ragioniamo facciamo un'opera di mediazione.
Così nasce l'opinione e con essa la possibilità dell'errore: infatti, le opinioni possono essere vere o false.
L'opinione è vera quando riceve un’attestazione probante, cioè una conferma da parte dell'esperienza oppure non viene smentita dall'esperienza e dall'evidenza (non riceve attestazione contraria). È l'evidenza il parametro in base al quale si misura e si riconosce la verità. Ma quando Epicuro parla di evidenza, egli intende l'evidenza empirica e non l'evidenza razionale.

La fisica Epicurea
Parliamo della fisica epicurea.
Per Epicuro la fisica serve a dare un fondamento all'etica. La fisica del filosofo di Samo è un’ontologia, ossia una visione generale della realtà nella sua totalità e nei suoi principi ultimi.
Epicuro rielabora la concezione degli atomisti. I fondamenti della fisica epicurea possono essere enucleati e formulati come segue:

1) nulla nasce dal non essere e nessuna cosa si risolve nel nulla. Il tutto, cioè la realtà nella sua totalità, è stata sempre come è adesso e rimarrà sempre uguale a se stessa. Oltre il tutto non vi è nulla in cui esso possa mutarsi, né vi è nulla da cui possa essere mutato;

2) questa totalità è composta di corpi e di vuoto. L'esistenza dei corpi è provata dai sensi stessi, mentre l'esistenza dello spazio e del vuoto è inferita dal fatto che esiste il movimento: infatti, perché ci sia movimento, è necessario che ci sia uno spazio vuoto in cui i corpi possono spostarsi. Il vuoto non è assoluto non essere, ma è spazio;

3) la realtà è infinita. In primo luogo infinita come totalità, ma poiché il tutto possa essere infinito, infiniti dovranno essere anche i suoi principi costitutivi: infiniti sono i corpi e infinito è il vuoto;

4) i corpi sono composti da particelle indivisibili: gli atomi. Bisogna ammettere l'esistenza degli atomi perché, nel caso contrario, bisognerebbe ammettere una divisibilità all'infinito dei corpi, la quale condurrebbe alla dissoluzione delle cose nel non essere.

Rispetto alla concezione di Democrito, ci sono tre differenze fondamentali:

1) gli antichi atomisti indicavano come caratteristiche essenziali dell'atomo la figura, l'ordine e la posizione. Epicuro sottolinea come caratteristiche essenziali la figura, il peso e la grandezza. Le forme differenti degli atomi risultano necessarie per spiegare le diverse qualità fenomeniche delle cose che ci appaiono. Lo stesso vale per la grandezza. Il peso è necessario per spiegare il movimento degli atomi. Le forme sono numerosissime, ma non infinite.

2) Epicuro introduce la teoria dei minimi. Gli atomi sono ontologicamente indivisibili. Tuttavia, lo stesso fatto di essere corpi dotati di figura e di estensione e con grandezze diverse implica che essi abbiano delle parti. Ovviamente, si tratterà di parti non ontologicamente separabili, ma solo logicamente distinguibili, perché l'atomo è strutturalmente indivisibile. Anche la grandezza di queste parti dovrà arrestarsi ad un "minimo", che costituisce l'unità di misura dell'atomo stesso.

3) la terza differenza riguarda la concezione del moto originario degli atomi. Il moto degli atomi non consiste nel volteggiare in tutte le direzioni, ma consiste in un moto di caduta verso il basso nell'infinito spazio, dovuto appunto al peso degli atomi. Ma come mai gli atomi non cadono secondo linee parallele senza mai toccarsi? Per risolvere il problema, Epicuro introduce la teoria della declinazione degli atomi (clinámen), secondo cui gli atomi possono deviare in qualsiasi momento del tempo e in qualsiasi punto dello spazio per un intervallo minimo dalla linea retta e così incontrare altri atomi. Questa correzione serve a Epicuro per ragioni etiche: nel sistema dell'antico atomismo tutto avveniva per necessità e non c'era spazio della libertà umana. Per Epicuro la libertà umana è concepibile proprio perché il cosmo è in balia del caso: il clinámen non è vincolato a nessuna legge e a nessun ordine.

Dagli infiniti principi atomici derivano mondi infiniti; alcuni sono uguali o analoghi al nostro, altri sono molto diversi. È da rilevare che tutti questi infiniti mondi nascono e si dissolvono nella durata del tempo. I mondi non sono solo infiniti nell'immensità dello spazio, ma anche nel tempo, anche se, visto nella sua totalità, il tutto non cambia.

Alla radice di questa costituzione di infiniti universi non c’è alcuna intelligenza, alcun progetto, alcuna finalità, così come non c'è la necessità che regolava il cosmo di Democrito.
L'anima dell’uomo è mortale ed è costituita da un aggregato di atomi, in parte da atomi ignei, aeriformi e ventosi, i quali ne costituiscono la parte irrazionale e alogica, e in parte da atomi che sono " diversi" dagli altri e che non hanno un nome specifico, i quali ne costituiscono la parte razionale.

Epicuro sostiene l'esistenza degli dei: egli nega, però, che essi si occupino degli uomini o del mondo. Gli dei vivono beati negli "intermondi" , ossia degli spazi esistenti fra mondo e mondo.
Epicuro ha anche fornito delle prove dell'esistenza degli dei:
1) noi abbiamo di essi una conoscenza evidente e quindi inoppugnabile;
2) tale conoscenza è posseduta non solo alcuni, ma da tutti gli uomini di tutti tempi e luoghi;
3) la conoscenza che di essi abbiamo non può che essere prodotta se non da "simulacri" o "effluvi" che da essi provengono: si tratta, quindi, di una conoscenza oggettiva.
Epicuro sottolinea poi che gli dei sono composti da un" quasi corpo" e da una " quasi anima". Anche questa è una contraddizione: se gli dei sono costituiti da atomi dovrebbero dissolversi come tutte le cose, ma ciò non avviene perché le perdite del composto atomico di cui sono fatti gli dei vengono continuamente compensate.

Etica Epicurea

Se materiale è l'essenza dell'uomo, materiale sarà necessariamente anche il suo specifico bene, quel bene che, attuato e realizzato, rende felici. Come abbiamo già accennato, il bene è il piacere. Il vero piacere per Epicuro è l'assenza del dolore nel corpo (aponía) e la mancanza di turbamento nell'anima (atarassía). È la ragione dell'uomo, ossia la saggezza pratica, che sceglie fra i piaceri quelli che non comportano dolori e turbamenti, e scarta quei piaceri che danno momentaneo godimento, ma portano con sé dolori e turbamenti successivi.

Per raggiungere l'aponía e l'atarassía, Epicuro distingue:
a) piaceri naturali e necessari;
b) piaceri naturali ma non necessari;
c) piaceri non naturali e non necessari.
Per raggiungere la felicità bisogna soddisfare sempre i piaceri del primo tipo, limitando i piaceri del secondo tipo e rifuggendo quelli del terzo tipo.

Fra i piaceri del primo gruppo, quelli naturali e necessari, egli pone i piaceri legati alla conservazione della vita dell'individuo (es. mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, riposarsi quando si è stanchi). Epicuro esclude da questo gruppo il desiderio e il piacere d'amore, perché fonte di turbamento.
Fra i piaceri del secondo gruppo egli pone tutti quei desideri i piaceri che costituiscono le variazioni superflue dei piaceri naturali: mangiare bene, vestire in modo ricercato. Infine, fra i piaceri del terzo gruppo, quelli non naturali e non necessari, Epicuro pone i piaceri "vani", che sono quelli legati al desiderio di ricchezza, di potenza e di onore.
I desideri e i piaceri del primo gruppo sono gli unici che vanno sempre soddisfatti, perché hanno un preciso limite che consiste nell'eliminazione del dolore.
I desideri e i piaceri del secondo gruppo non tolgono il dolore al corpo e possono provocare un notevole danno.
I piaceri del terzo gruppo non tolgono il dolore corporeo e arrecano sempre turbamento all'anima.
Se ci atteniamo ai piaceri del primo gruppo, limitiamo quelli del secondo ed evitiamo quelli del terzo, possiamo raggiungere l'autarchia, cioè il bastare a noi stessi: ed è in questa autosufficienza che consiste la felicità.

Ora dobbiamo occuparci del male. Il male fisico per Epicuro è sempre sopportabile e non riesce mai ad offuscare la gioia dell'animo; se è acuto passa presto, se è acutissimo conduce presto alla morte, la quale è uno stato di assoluta insensibilità. I mali dell'anima sono dovuti agli errori della mente e la filosofia epicurea si presenta come l'antidoto contro questi errori. E la morte? La morte è un male solo per chi nutre false opinioni su di essa. La morte è la dissoluzione dei composti dell' anima e del corpo di cui l'uomo è fatto. Gli atomi si dileguano, la coscienza e la sensibilità cessano totalmente e non resta nulla dell'uomo. La morte è assoluta insensibilità e non toglie nulla alla vita che abbiamo vissuto, perché all'assoluta perfezione del piacere non è necessaria la dimensione dell'eternità.

Parliamo ora della politica. La politica causa all'uomo continuamente dolori e turbamenti e quei piaceri che molti cercano nella politica come ricchezza, onori e potere non sono altro che illusioni. Da queste considerazioni si capisce il motto di Epicuro: vivi nascosto, perché la vita pubblica disperde l'uomo, che solo in se stesso può trovare la pace e la serenità. Conseguentemente, il diritto, la legge e la giustizia hanno senso e valore unicamente quando e nella misura in cui sono legate all'utile. Lo Stato da realtà morale dotata di valore assoluto diventa semplice mezzo di tutela dell'utilità. La giustizia diventa un valore relativo, subordinato all'utile. Gli uomini non sono più cittadini, ma semplici individui.
Fra questi individui l'unico legame ammesso è l'amicizia, la quale è un libero legame che unisce chi sente e pensa in modo identico. Nell'amico l'epicureo vede un altro se stesso. Possiamo anche dire che l'amicizia è l'utile sublimato: infatti, prima si ricerca l'amicizia per conseguire determinati vantaggi estranei ad essa, poi diviene essa stessa fonte di piacere.

Quadrifarmaco e l'ideale del Saggio
Arriviamo alle conclusioni.
Per essere felici, Epicuro ci propone un quadruplice rimedio (quadrifarmaco), facendoci vedere come:

1) sono vani i timori degli dei e dell'aldilà;
2) è assurda la paura della morte, che non è nulla;
3) che il piacere, quando lo si intende correttamente, è a disposizione di tutti;
4) il male è di breve durata ed è facilmente sopportabile.

Con questo rimedio l'uomo può raggiungere la pace dello spirito ed essere totalmente padrone di sé. Il saggio può essere felice anche nelle situazioni più difficili e raggiungere così l'imperturbabilità.

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