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I cirenaici

Un insieme di benestanti aristocratici componeva la scuola di Cirene, fondata da Aristippo (435-360 a.C. circa), che, prendendo da Protagora la dottrina secondo cui la sensazione, nella sua immediatezza, è sempre verità relativa a chi la percepisce, dirigeva appunto verso la sensazione e il piacere sensibile la ricerca di quella felicità di cui il socratismo faceva lo scopo principale del filosofare. La sensazione nasce dall'incontro del senziente con la cosa sentita: ora l'importante, per Aristippo, è che in questo incontro il senziente rimanga padrone di sé e di ciò che sente, senza lasciarsene soverchiare, senza perdersi nel sentire: di qui il motto "possedere, non essere posseduti".
Data la relatività del sentire, per cui piace all'uno ciò che all'altro dispiace o è indifferente, i seguaci di Aristippo differiscono grandemente nell'applicare la sua dottrina, e giungono, a volte, a un radicale pessimismo. Teodoro, detto l'"ateo" (sec. IV-III), preferisce al piacere momentaneo una gioia meno movimentata. Egesia pensa che la cosa relativamente più piacevole sia sopprimersi senz'altro, per non soffrire, e venne chiamato, perciò "persuasore di suicidi". Seguace dell'ateismo di Teodoro è Evemero di Messina (o, forse, di Messene: 340-260 a.C., circa), secondo cui gli dei sarebbero stati originariamente uomini, divinizzati per i loro meriti dopo morte ("evemerismo").

La nozione dell'"universale" nasceva sul terreno di un'analisi morale dei principi informatori della nostra condotta.
Socrate cercava una definizione di quei principi perché era convinto che chi sa qual è il comportamento da seguire, senz'altro lo segue, e segue, se si agisce male, ciò avviene per ignoranza. Quindi "nessuno pecca volontariamente", ma erra perché non coglie il principio da seguire. La cosa può essere vera, se s'intende un cogliere quei principi non astrattamente, bensì con adesione piena.

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