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Aristotele - La Politica

Appunto approfondito sulla Politica aristotelica

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Aristotele - La politica
La politica è il fine della vita etica. La vita associata è un'esigenza naturale degli uomini: infatti Aristotele definise l'uomo come un animale politico (zoòn politikòn), diversamente dalle bestie o dalle divinità che possono vivere isolate.
Solamente l'uomo Greco è animale politico, giacché i barbari non vivono nelle polis, bensì in grandi regni che sono domini personali del sovrano e perciò sono servi per natura.
L'individuo ha bisogno degli altri sia per le proprie necessità sia perché senza leggi ed educazione non può raggiungere la virtù. Perciò è necessario che ci sia lo Stato, che si ponga come fine, la felicità: lo Stato è il fine ultimo di tutte le forme di convivenza sociale. La famiglia è la prima struttura, sia dal punto di vista sociale (è organizzata come un primato del capofamiglia sulla donna e figli e sul possesso degli schiavi) che economico. Aristotele accetta la schiavitù, giustificata dalla disuguaglianza naturale degli uomini: gli schiavi sono strumenti animati che col proprio lavoro permettono agli uomini liberi di dedicarsi ad altre attività tra cui la contemplazione della verità.
Economicamente Aristotele mostra una preferenza per l'attività agricola che converte merce in denaro per acquistare altre merci piuttosto che per l'attività commerciale che converte denaro in merce per guadagnare altro denaro e quindi è mossa dal desiderio di ricchezza più che dal bisogno.
Aristotele cerca la forma di governo più adatta a tutte le città, scelta intermedia tra una esistente ed una ideale. Negli ultimi due libri disegna la forma migliore, verosimilmente nei libri IV, V e VI esaminava le tante da lui raccolte. In ogni caso il libro più antico risulta essere il III, che discute delle forme perfette.
Aristotele divide le forme di governo in monarchiche, in cui governa solo uno; aristocratiche, in cui governano i migliori, costituzionali (politèiai), che oggi definiremmo democratiche, in cui governano i più. Esse degenerano allorché ognuno agisca per il proprio interesse: la monarchia degenera in tirannide, l'aristocrazia in oligarchia, la costituzione diviene democrazia, ovvero dominio dei nullatenenti in cui nessuno mira all'utile comune. Ovviamente ogni forma di governo struttura in maniera differente le proprie istituzioni: così l'equilibrio migliore si ha quando governa la classe media agricola piuttosto che non quando governano i ricchi che vogliono mantenere l'ineguaglianza o i poveri che vogliono sovvertire lo "status quo".
Aristotele, che in un primo tempo preferiva la monarchia, giacché è più facile realizzare la virtù in uno che in molti, ritiene poi che la politèia conferisca la possibilità a tutti di raggiungere la virtù e di coprire cariche pubbliche, essendo abbastanza duttile inoltre ad accogliere ciò che vi è di buono nelle altre forme di governo.
Più specificamente i cittadini devono essere proporzionati all'estensione territoriale e bisogna tener sempre presente l'indole del popolo che si governa. I compiti devono essere distribuiti bene e Aristotele postula tre classi ma non prevede comunanza di donne o beni. Difatti nel IV libro, in cui Aristotele affronta tale questione, nota come gli affetti e la proprietà siano ciò di cui l'uomo si preoccupa di più perché suoi e perciò lo stimolano ad agire.
È bene che nello Stato governino gli anziani, giacché vi è meno amarezza nell'obbedire ad una persona più anziana e si potrà poi occupare il suo posto. Comunque i filosofi non sono posti a capo della città (come in Platone dove il filosofo = re o il re = filosofo) quanto piuttosto come consiglieri: difatti ciò che è necessario all'uomo politico è la saggezza pratica (phrònesis) di cui il primo è privo. Compito principe dello stato è l'educazione, uguale per tutti, mirante soprattutto al conseguimento della virtù.
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