gaiabox di gaiabox
Ominide 3546 punti

Ecco alcuni aspetti della filosofia aristotelica, riconsiderandoli criticamente.

1. Il lascito dell'ontologia e della gnoseologia aristoteliche L'ontologia e la gnoseologia aristoteliche hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia del pensiero occidentale. Rispetto a quella platonica, l'ontologia aristotelica appare ancor oggi indubbiamente più vicina al sentire comune a causa del pieno riconoscimento della realtà degli enti concreti che ci circondano. E questo vale anche per la gnoseologia aristotelica, la quale rappresenta un fondamentale — benché lontano nel tempo — punto di riferimento di ogni orientamento empirista. L'empirismo moderno, con John Locke (1632-1704), sviluppò infatti la propria critica alle tesi innatiste presenti nella filosofia del Seicento sulla base del principio aristotelico, tra-smesso dalla Scolastica medievale, secondo cui «nihil est in intellectu, quod prius non fuerit in sensu», che potremmo così tradurre liberamente: "non vi è nessuna idea nell'intelletto, che non ci sia derivata dall'esperienza sensibile".

2. Un confronto tra scienza aristotelica e scienza moderna Quanto all'epistemologia e, in particolare, alla concezione della scienza della natura, per quasi due millenni, dall'antichità al Rinascimento, le spiegazioni dei fenomeni naturali offerte da Aristotele si imposero agli studiosi come le più convincenti, anche perché si accordavano con l'esperienza quotidiana. Basti pensare alla dottrina dei movimenti e dei luoghi naturali, che spiega la struttura ordinata dell'intero cosmo sulla base dei moti di pochi elementi (terra, acqua, aria, fuoco), ben noti anche all'uomo comune (i sassi cadono e così la pioggia; il fuoco sale verso l'alto ecc.).

Solo con la nascita della scienza moderna, nel XVII secolo, la fisica e la biologia aristoteliche furono abbandonate. Anzi, quando — nella prima metà del Seicento — filosofi e scienziati come Bacone, Galilei e Cartesio vollero definire le caratteristiche peculiari di un nuovo metodo scientifico, la loro polemica si indirizzò proprio contro la filosofia aristotelica, ancora dominante nelle università dell'epoca. Della concezione aristotelica venne contestato, in particolare, il divieto di "passare da un genere all'altro", cioè di applicare la matematica e la geometria all'indagine sul mondo fisico. Per Aristotele infatti è impossibile applicare la strumentazione matematico-geometrica, così esatta e rigorosa, ma anche in un certo senso rigida e astratta, a realtà sensibili e concrete come quelle naturali, inevitabilmente imperfette. Se per esempio in geometria una sfera avrà un solo punto di tangenza con un piano su cui sia appoggiata, non altrettanto si può dire di una sfera materiale, fisica, la quale, a causa della sua forma inevitabilmente imperfetta, toccherà certamente il piano in più punti. Proprio l'applicazione della matematica allo studio della natura costituisce invece una delle caratteristiche fondamentali del metodo della fisica moderna. ln essa, i fenomeni osservati vengono ridotti dallo scienziato a numero, a quantità misurabili (per esempio di spazio, di tempo ecc.), come accade se consideriamo la formula della velocità media che è uguale a spazio (percorso) diviso tempo (di percorrenza): — 100 km/ora. Per questo motivo, la fisica moderna è detta anche quantitativa, in v s/t, v — opposizione a quella aristotelica, che si sofferma sui caratteri qualitativi dei fenomeni. Ma ci sono aspetti per i quali Aristotele è più vicino al modo moderno di intendere la scienze della natura. Per lo Stagirita, come per noi, la scienza si propone di spiegare e descrivere enti e processi naturali; non invece di trascendere la natura, come accadeva in Platone ricerca di un altro mondo più rigoroso e perfetto, più degno del sapere scientifico. Anche sul piano del metodo, vi sono elementi dell'aristotelismo che ritroviamo nella metodologia scientifica moderna: tra di essi quello forse più significativo riguarda il ruolo ne dei fenomeni sensibili. Persino Galileo Galilei — seppur polemico per altre ragioni con gli aristotelici del suo tempo — riconobbe apertamente che il loro antico maestro attribuiva una grande importanza all'esperienza nella conoscenza scientifica.

3. La ricerca di un equilibrio etico tra sensibilità e ragione L'idea che lo scopo della vita morale risieda nella felicità — così tipica dell'eudaimonismo aristotelico — forse non coincide con la nostra. Non siamo infatti abituati a pensare che agire moralmente significhi conformarsi a un dovere, sottoporre il nostro comportamento a qualche imperativo raziona. le, in cui tale dovere si esprime? Se è così, ciò significa che la nostra concezione della mora. le non è eudaimonistica, ovvero fondata sulla ricerca della felicità, ma è fondata sul dovere (in greco to déon): se è così, allora la nostra è un'etica deontologica. Il modello di tutte le etiche deontologiche, che si sono sviluppate soprattutto in epoca moderna, sarà messo a punto da Immanuel Kant (1724-1804) alla fine del Settecento.

Dal punto di vista deontologico, una morale basata come quella di Aristotele sulla ricerca della felicità fallisce il suo compito, perché non può indicare norme di validità Universale essendo la felicità strettamente legata all'esperienza e alle inclinazioni di chi la prova, che variano da soggetto a soggetto. Aristotele ci dice che felicità e virtù coincidono, perché la virtù consiste nella piena attuazione delle nostre facoltà, nell'esercizio a livello di eccellenza di ciò che ci è più proprio, in un rapporto equilibrato tra sensibilità e ragione. Per lo Stagirita questo equilibrio deve certo esser guadagnato con un lungo esercizio, ma è in qualche misura naturale, legato com'è — almeno in potenza — alla costituzione antropologica dell'uomo, il quale è sì animale, ma "animale che ha la ragione". ln una prospettiva invece, virtù e felicità non coincidono e la potenziale armonia tra sensi e ragione postulata da Aristotele non si dà: è possibile infatti — come spesso accade — che il virtuoso (ossia chi fa ciò che la ragione gli dice essere il proprio dovere) non sia affatto felice; ma non per questo egli deve rinunciare a ottemperare al dovere e deve piuttosto continuare a perseguirlo, anche contro le proprie inclinazioni sensibili, anche a costo di una virtù dolorosa ed "eroica'.

4. Esistono valori universali? Due punti su cui l'etica aristotelica coglie nel segno sono certamente la critica all'intellettualismo etico di Socrate e Platone, a causa del suo carattere di astrattezza, e l'insistenza sul ruolo che hanno la volontà e l'esercizio pratico nel forgiare una personalità virtuosa. Ma la critica all'astrattezza dell'intellettualismo platonico e l'insistenza sul fatto che solo imitando concretamente l'esempio delle persone sagge noi possiamo diventare saggi hanno una contropartita. La concezione della virtù risulta così legata a un determinato contesto storico e ad una determinata comunità. Il saggio — cui guardare come modello di vita — è colui che l'opinione dei suoi concittadini reputa tale, in base all'esperienza. Dunque' i valori che il saggio incarna non valgono per tutti gli uomini e per tutti i tempi: non sono valori universali, ma sono appunto propri di una specifica cultura, in questo caso quella della POIÀ. Per questa ragione, in età contemporanea, l'etica aristotelica e la politica a essa strettamente legata sono assunte come base da tutti coloro che esprimono scetticismo intorno all'esistenza di valori (e di diritti umani) universali e ritengono che valori (e diritti) abbiano le loro 'radio soltanto nella tradizione e nella cultura di ciascun popolo e comunità, entro i cui confini hanno dunque validità e possono ottenere rispetto e riconoscimento.

Registrati via email