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Aristotele e Platone

L’epoca in cui vive Aristotele è segnata dalla scomparsa della polis e dalla fine dell’indipendenza greca. I commerci si ampliano e compare la figura del mercante. Il filosofo rinuncia al suo ruolo politico, diventa sempre più sapiente e meno saggio. La filosofia perde la sua centralità in quanto sorgono altri saperi che richiedono la propria autonomia.
Aristotele compie una vera e propria rivoluzione, criticando la teoria delle idee e la loro trascendenza rispetto alle cose. Per Aristotele esse non sono forme ideali ma sono immanenti alla singole cose. Deve essere l’uomo a conoscere le cose attraverso i sensi per astrarre tramite l’intelletto le forme universali, ovvero le essenze. Aristotele opera una vera e propria enciclopedia del sapere dividendo le scienze in teoretiche: quelle che hanno per oggetto il necessario, che studiano ciò che esiste oggettivamente indipendentemente dalla volontà dell’uomo. Poi abbiamo le scienze pratiche e poietiche che hanno per oggetto il possibile. Le prime sono relative al comportamento e si occupano della volontà dell’uomo indipendentemente da ciò che esiste oggettivamente. Invece le scienze poietiche sono orientate alla produzione di cose sensibili, queste comprendono tutte le scienze ma Aristotele esamina solo la poetica e la retorica. Inoltre Aristotele introduce la logica, che è comune a tutte le scienze.
Aristotele, insieme a Platone è colui che ha dato il maggior contributo alla filosofia occidentale. Le sue opere si distinguono in essoteriche.(destinate alla circolazione pubblica) ed esoteriche (usate presso le lezioni al liceo).
Il termine logica deriva da logos e significa ragione, discorso. La logica è quindi la disciplina che studia la ragione ed il suo corretto uso. È considerato lo strumento comune di ogni ricerca scientifica in quanto in ogni ambito è opportuno l’uso di ragionamenti validi. La logica studia il pensiero attraverso il linguaggio: Aristotele prende in esame prima i singoli termini senza connessione, poi le proposizioni ed infine i ragionamenti. Per Aristotele il pensiero rispecchia la realtà:il discorso è vero in quanto esprime ciò che esiste.
Qualunque proposizione può essere scomposta in singoli termini senza connessione che per Aristotele vengono classificati in dieci categorie:
sostanza, quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, giacere, avere, agire e patire.
Le categorie sono i predicati generali della realtà e richiamano i generi sommi di Platone. Inoltre indicano le caratteristiche reali degli enti. I termini presi senza connessione non sono né veri né falsi: il vero e il falso si possono predicare soltanto delle loro connessioni. La categoria di sostanza è l’unica che può costituire il soggetto di una proposizione. Tuttavia non tutte le sostanze sono uguali ma si differenziano in sostanze prime, che sono quelle che possono fungere solo da soggetto e mai da predicato e sostanze seconde, cioè quelle che possono fungere sia da soggetto che da predicato. Le prime sono tutte allo stesso livello mentre tra le seconde c’è un rapporto di genere-specie.
La connessione dei termini da luogo ai giudizi. Aristotele li classifica in base a due variabili: qualità e quantità dalle quali scaturiscono quattro possibili tipi: universali affermativi, universali negativi, particolari affermativi e particolari negativi. Tra i diversi giudizi esistono relazioni specifiche che dipendono dalla loro struttura e sono indipendenti dal contenuto. I giudizi possono essere:
- Contrari: Quando si escludono a vicenda. Se uno è vero l’altro è necessariamente falso, ma possono essere entrambi falsi.
- Subcontrari: Quando possono essere entrambi veri ma mai entrambi falsi
- Subalterni: Quando la verità dell’universale indica la verità della particolare ma non il contrario.
- Contraddittorie: Quando si escludono a vicenda (Se una è vera l’altra è falsa; se l’una è falsa l’altra è vera)
Il ragionamento per eccellenza esaminato da Aristotele è il sillogismo (“discorso congiunto”, “ragionamento”): si tratta di un ragionamento deduttivo dal quale, date due premesse, si arriva ad una conclusione. Ogni sillogismo si compone di tre proposizioni: due premesse ed una conclusione. Il passaggio dalle prime all’ultima avviene tramite il termine medio presente nelle due premesse ma non nella conclusione dove compare il termine maggiore (quello più ampio), che funge da predicato e il termine minore (quello meno esteso) che funge da soggetto: Il ragionamento rimane corretto anche se è fatto con termini inappropriati: la conclusione non sarà vera ma valida. La logica infatti si occupa soltanto della validità, non della verità, che è oggetto della scienza. Esiste inoltre un tipo di sillogismo, che è quello induttivo nel quale tramite due premesse particolari si giunge ad una conclusione universale: questa conclusione non sarà mai vera ma soltanto probabile.
Oltre al ragionamento deduttivo, tipico del sillogismo categorico, Aristotele introduce altri due tipi di ragionamenti:
Il ragionamento induttivo, che consiste nel cogliere i principi universali a partire dal particolare e il ragionamento intuitivo che consiste nel cogliere i principi nella loro evidenza tramite l’intelletto. Esistono principi comuni a tutte le scienze come quello di non contraddizione, quello di identità e quello del terzo escluso. Mediante questi assiomi ogni scienza costruisce le proprie definizioni per genere prossimo e differenza specifica. Qui entra in gioco anche la prontezza mentale che non tutti hanno per natura.
La metafisica o filosofia prima indica i due ambiti fondamentali dello studio dell’essere (ontologia) e dello studio di Dio (teologia). Aristotele la definisce come la scienza che considera l’essere in quanto essere e le caratteristiche che possiede in quanto tale. Aristotele enumera quattro significati dell’essere: l’essere come sostanza, l’essere come potenza e atto, l’essere come accidente e l’essere come vero. Tutti questi significati possono essere ricondotti a quello di sostanza.
Per Aristotele la sostanza è un sinolo di materia e forma in cui la forma è ciò che caratterizza la materia. La forma è propriamente l’essenza immanente. Ma se gli enti hanno in sé l’essenza possiedono la propria ragion d’essere. Avremo quindi una rivalutazione del mondo visibile, che ha una propria razionalità e può essere oggetto di conoscenza scientifica.
L’accidente rientra nelle definizioni di essere ma non ne da una spiegazione scientifica: indica le caratteristiche di una cosa che non appartengono necessariamente alla sostanza, quindi possono essere o meno presenti: si tratta di una causa indeterminata.
Il concetto è la rappresentazione mentale della forma, astratta dall’intelletto a partire dalla conoscenza dei singoli enti. Conosciamo così l’universale che è comune ad una molteplicità di enti e ci consente di conoscerli razionalmente al di la degli accidenti. Per Aristotele il pensiero rispecchia la struttura della realtà e in base a ciò viene definito il vero e il falso.
Aristotele sostiene che il divenire non è casuale ma avviene sempre per un fine preciso: è dato dall’aggiunta di materia, che viene poi plasmata dalla forma. L’individuo contiene in se, in potenza ciò che sarà. Il divenire è il passaggio dalla potenza all’atto. La potenza è espressione della materia, l’atto della forma. La materia è potenza perché può assumere molteplici forme. Anche se l’atto è cronologicamente posteriore alla potenza, dal punto di vista logico lo precede, infatti definiamo la potenza a partire dall’atto; ogni essere in potenza deriva da un essere in atto e tutto ciò che che è necessariamente e eternamente deve essere in atto.
Aristotele ipotizza l’esistenza di una materia priva di forma, che chiama materia prima e di una forma priva di materia ovvero “atto puro” o “atto in atto” cioè Dio. La sua esistenza è dimostrata dall’esistenza di sostanza eterne, come il tempo che è strettamente connesso al movimento. Il movimento presuppone un motore in atto, che però sia privo di potenza quindi immobile, cioè un “Motore primo”, che agirà soltanto come causa finale e non come causa efficiente.
Dio, quindi, essendo atto puro è pura intelligenza, che ha come attività il pensiero. Dio è pensiero di qualcosa di perfetto, cioè se stesso perciò è “pensiero di pensiero in eterno”.
La fisica, per Aristotele, studia l’essere in movimento, del quale individua le cause e le leggi generali. Queste cause sono quattro:
- Causa materiale (la materia di cui è fatto un ente)
- Causa formale (la forma che dà ordine secondo un modello determinato)
- Causa efficiente (dà inizio al movimento)
- Causa finale (il fine per cui qualcosa è fatta o modificata)
Tra le cause dà molto rilievo a quella finale in quanto in natura tutto avviene per un fine.
Anche al movimento, il filosofo dà diversi significati
- Sostanziale (trasformazione della sostanza)
- Quantitativo (accrescimento e diminuzione)
- Qualitativo (cambiamento delle qualità)
- Locale (movimento nello spazio)
Aristotele formula una teoria che costituisce il fondamento della sua fisica: la teoria dei luoghi naturali secondo cui ognuno degli elementi fondamentali ha un luogo naturale che tende a raggiungere quando non agiscono cause esterne. Inoltre sostiene che l’universo abbia una forma sferica, perfetta per eccellenza. Da queste due concezioni deriva un geocentrismo. L’universo è composto invece da un quinto elemento, l’etere.
Vi è quindi un netto dualismo tra mondo terrestre e mondo celeste. Il primo soggetto alla nascita e alla morte; il secondo è immutabile e perfetto. Aristotele introduce il sistema aristotelico tolemaico che durerà per 2000 anni. Per Aristotele la Terra è al centro dell’universo racchiuso da più sfere: l’ultima sfera è quella delle stelle fisse che chiude l’universo. Il moto delle sfere è dato da un motore primo, ovvero Dio, che agisce come causa finale.
Il dualismo aristotelico riguarda anche il moto locale. Nel mondo celeste è perfetto ed è circolare. Nel mondo terrestre si divide in moto naturale, che è quello che tende verso il luogo naturale e moto violento, che contrasta quello naturale.
Nell’universo non esiste il vuoto, perché lo spazio è il limite del corpo ed è come un contenitore. Il tempo è definito in relazione alle cose e si può parlare di tempo solo se c’è qualcosa che cambia in quanto presuppone un prima e un poi. Il tempo ha un anima che congiunge il prima e il poi dando la realtà.
Per l’uomo la forma è l’anima che è congiunta con il corpo ed è mortale. È il principio della vita ed ha un significato spirituale. Questa si differenzia nei viventi a seconda del ruolo che svolge: quella vegetativa è tipica delle piante, quella sensitiva è caratteristica degli animali e quella razionale dell’uomo. Per Aristotele la conoscenza comincia dai sensi e avviene per un duplice passaggio dalla potenza all’atto. La facoltà sensitiva è potenza e diviene atto con l’avvertimento di una sensazione. Oltre ai sensibili corrispondenti ai 5 sensi ce ne sono altri che Aristotele chiama sensibili comuni che coinvolge più sensi. Le sensazioni prevedono la conoscenza del particolare e sono affiancate dalle immagini generiche delle cose. L’immagine è comune anche agli animali mentre il concetto è tipico dell’uomo. Per giungere a questo però c’è bisogno dell’intelletto, che ci permette di giungere all’universale. Questa conoscenza avviene per astrazione e consiste in un duplice passaggio dalla potenza all’atto: Aristotele parla di un intelletto passivo, che indica la possibilità dell’uomo di conoscere tutti i concetti esistenti; e di un intelletto attivo, che indica la conoscenza effettiva dei concetti. Per Aristotele ogni uomo può conoscere tutti i concetti ma richiedono la presenza degli stessi concetti in atto.
Il fine delle scienze pratiche è la realizzazione della felicità. Per Aristotele è un concetto relativo che dipende dalla natura dell’ente. La felicità consiste nel realizzare la propria natura. L’uomo ha una natura razionale e la sua felicità consiste nel realizzarla. Aristotele distingue due livelli di felicità: quello maggiore è dato dalle virtù dianoetiche che riguardano il rapporto tra ragione e pensiero; quello inferiore, al quale possono giungere tutti riguarda le virtù etiche che trattano il rapporto tra ragione e passioni. Per Aristotele c’è legame tra anima e corpo e le passioni non sono negative: lo diventano soltanto quando c’è un eccesso. Infatti la virtù consiste nella medietà tra due eccessi opposti. Per Aristotele la virtù non è un comportamento ma un modo di essere che si raggiunge mediante l’abitudine.
Aristotele considera l’etica come un ambito della politica: sostiene che le norme devono essere interiorizzate e che bisogna agire di proprio conto senza essere costretti.
Aristotele considera la giustizia come la virtù etica per eccellenza e la divide in distributiva e commutativa: la prima riguarda il rapporto tra la società e il cittadino e stabilisce come debbano essere distribuiti i beni comuni; la seconda regola i rapporti tra i cittadini e stabilisce che bisogna essere reso ciò che è stato dato.
Aristotele prende in esame l’amicizia distinguendone tre tipi: l’amicizia fondata sull’utilità reciproca, quella fondata sul piacere e quella disinteressata. Le prime due sono effimere e cessano col cessare degli interessi e del piacere. Solo l’ultima è vera amicizia in quanto si ama l’altro per se stesso come fine e non come mezzo.
Le virtù dianoetiche si distinguono in: sapienza, intelligenza, scienza, saggezza e arte.
La sapienza è il desiderio di ricerca
L’intelligenza è la capacità di intuire i principi primi
La scienza è il possesso delle qualità che predispongono alla conoscenza scientifica
La saggezza fa parte delle scienze pratiche e permette di agire in vista del bene
L’arte fa parte delle scienze poietiche e consiste nell’applicare le diverse arti.
Sapienza e saggezza sono considerate due ambiti separati. L’una non implica l’altra.
Queste virtù si realizzano nella vita contemplativa, che è quella che dà maggiore felicità all’uomo.
Per Aristotele la politica è una scienza tra le altre e la colloca tra quelle pratiche. Nella sua opera, egli raccoglie le costituzioni delle principali polis greche operando una ricerca della realtà storica: da questo studio opererà una classificazione delle diverse costituzioni e giungerà a definire quelle che possono garantire la felicità materiale e morale dei cittadini. Per Aristotele, come per Platone la politica ha un ruolo formativo nella vita dei cittadini.
Aristotele prende in considerazione la famiglia, che comprende coniugi, figli e schiavi. La donna viene considerata inferiore all’uomo. Inoltre fa un’analisi dell’economia che si distingue in quella necessaria al sostentamento e alla cremastica, cioè l’accumulo di ricchezze. Aristotele lo condanna perché ritiene naturale solo il necessario.
L’unione di più famiglie forma il villaggio e più villaggi danno le città stato. Lo Stato è l’ultimo cronologicamente a formarsi ma il primo dal punto di vista logico perché è quello che da significato alle parti e le indirizza verso la virtù.
Ogni Stato ha una costituzione e Aristotele le classifica in base a chi esercita il potere e in quale modo. Se governa una sola persona la forma giusta è la monarchia e la degenerazione la tirannia. Se governano in pochi si hanno l’aristocrazia e l’oligarchia. Se governa la maggioranza si ha la politia e la democrazia. La democrazie è intesa in senso negativo perché la maggioranza è data dai poveri che agiranno a proprio vantaggio mentre la politia affida le cariche pubbliche ai migliori che agiranno secondo il bene comune. Tra le forme rette non ne esiste una perfetta, perché deve essere adatta ai diversi popoli. Aristotele traccia le caratteristiche dello Stato preferibile attuando la medietà: è preferibile che domini il ceto medio; la città deve essere di medie dimensioni e bisogna avere la partecipazione di tutti i cittadini.
La città deve garantire funzioni date da classi diverse: contadini, operai, guerrieri, commercianti, governanti e sacerdoti. Contadini, operai e commercianti però non sono considerati cittadini. I cittadini svolgono il loro compito in base all’età: da giovani saranno guerrieri, da adulti governanti e da anziani sacerdoti.
Per Aristotele lo stato deve guidare alla virtù e ha un importante ruolo formativo verso i cittadini.

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