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Aristotele - L'Etica

L'etica è stata affrontata innanzitutto nei libri I, II, III, VII, VIII (il più anteriore probabilmente); i libri IV, V, VI sono posteriori e comuni all'Ethica Nicomachea, di cui costituiscono i libri V, VI, VII. L'Ethica Nicomachea è posteriore.
Ogni azione per Aristotele viene compiuta per un fine che appare buono e desiderabile; alcuni fini sono mezzi per fini superiori. Il fine sommo, desiderabile di per se stesso, bene sommo è la felicità. La politica lo cerca e determina.
Piacere si ottiene quando si esegue bene il proprio compito; per felicità Aristotele intende il piacere continuo e duraturo; il piacere è più alto quanto più alta è l'azione che lo causa; il compito proprio dell'uomo è la vita secondo ragione; perciò il vivere secondo ragione è la fonte massima di felicità. Vivere secondo ragione è perciò virtù e la ricerca della felicità è la ricerca della virtù. Il piacere deriva dalla vita virtuosa; i beni possono rendere più facile o difficile il conseguimento della virtù ma la scelta di quest'ultima dipende solo dall'uomo che quindi è libero, non di determinare il proprio fine quanto di scegliere o meno di perseguirlo e scegliere quali mezzi adottare.

Due sono i tipi di virtù: la dianoetica o intellettiva, che consiste nell'esercizio stesso della ragione e la etica o dell'agire che consiste nel dominio dei sensi ad opera della ragione.
Quest'ultima è la capacità (héxis) di scegliere il giusto mezzo (mesòtes): giacché ogni proponimento è il convergere di un elemento razionale (boùlesis) che deve prevalere, e di uno irrazionale (òrexis) che ha la forma della volontà, dell'impeto, del desiderio, l'irrazionale, perché l'uomo sia virtuoso, deve continuamente dare il proprio assenso al proponimento; la virtù cioè si rafforza con l'esercizio.
Suoi aspetti sono il coraggio (tra viltà e temerarietà su ciò di cui si deve temere), la temperanza (tra intemperanza ed insensibilità, sull'uso del piacere), la liberalità (tra l'avarizia e la prodigalità, sull'uso delle ricchezze), la magnanimità (tra vanità ed umiltà), sull'opinione di sé), la mansuetudine (tra l'irascibilità e l'indolenza, riguardo l'ira).
Va notato tra l'altro che per Aristotele senza elemento irrazionale noi non potremmo compiere alcuna azione (a questo elemento appartiene la volontà); un uomo privo di passioni non potrebbe realizzare l'armonia (symphonìa) degli estremi che è nella virtù.
La principale virtù etica è la giustizia, cui dedica il V libro dell'Etica Nicomachea. Essa è la conformità alle leggi ed è la virtù perfetta. In un senso specifico, essa può essere distributiva o commutativa: secondo la prima bisogna dare proporzionalmente ai meriti di ciascuno e si attua nella divisione di beni, denaro, onori; la seconda cerca di pareggiare tra vantaggi e svantaggi dei contraenti, presiede ai contratti volontari o involontari (di tipo fraudolento come il furto o violento come le percosse).
Il diritto si fonda sulla giustizia. Esiste oltre al diritto privato il diritto pubblico, che regola la vita degli uomini nello Stato ed è legittimo, stabilito da leggi o naturale, non sancito. L'equità è la correzione effettuata dal diritto naturale della legge nei casi in cui sarebbe ingiusto applicare quest'ultima.
La virtù dianoetica comprende la scienza (apodittica), capacità dimostrativa di ciò che non può accadere diversamente da ciò che accade, cioè del necessario e dell'eterno; l'arte (techne), capacità di produrre un oggetto; la saggezza (phrònesis), capacità di fare cose che abbiano in se stesse il loro fine (essa determina il giusto mezzo); l'intelligenza (nous), capacità di cogliere i principi primi delle scienze; la sapienza (sofìa), virtù somma, che deduce i principi e giudica della loro verità, interessandosi delle cose universali e non di quelle umane come fa la saggezza.
Per Platone il bene è l'origine dell'essere e studiarlo significa saggezza e sapienza; per Aristotele l'essere non ha il suo principio nel bene ma nella sostanza, perciò la sapienza è conoscenza dell'essere, scienza, la saggezza conoscenza del bene. Perciò per Aristotele Talete, Anassagora erano sapienti, non saggi.
Il libro VIII e IX dell'Ethica Nicomachea ed il VII della Ethica Eudemea trattano dell'amicizia, rapporto di solidarietà ed affetto tra uomini, indispensabile all'uomo: se essa è fondata sul piacere o sull'utile termina quando il piacere o l'utile cessa, se fondata sul bene e sulla virtù ha radice nella natura della persona e quindi è stabile. Sul piano individuale l'amicizia comporta il desiderare il bene dell'altra persona, sul piano sociale fonda, grazie alla giustizia, la vita associata.
La felicità si raggiunge perciò con la sapienza, non con il piacere, né gli onori; la sapienza è la massima virtù dianoetica ed il sapiente non ha bisogno di nulla che non sia in se stesso: perciò è sereno ed in pace perché non si affatica per un fine esterno; la vita teoretica è dell'uomo in quanto ha in sé qualcosa di divino.
In questo aspetto Aristotele si ricongiunge a Platone: la ricerca dell'essere è il compimento della vita umana.

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