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La critica al comunismo platonico

Aristotele riconosce l'autonomia del singolo nella piena realizzazione delle proprie facoltà e dunque nel conseguimento della felicità e delle proprie virtù, pur sostenendo che la vita entro la città ne rappresenta una condizione irrinunciabile e quindi necessaria. Egli critica anzi l'eccessiva cura rivolta da Platone, nella "Repubblica", a salvaguardare l'unità della polis contro gli interessi particolaristici: infatti la concentrazione di tutto il potere nelle mani dei guardiani potrebbe produrre non l'auspicata unità cittadina, ma bensì una divisione a livello popolare a causa dell'accentramento del potere nelle mani di troppo pochi, al di sopra degli interessi di parte, ed inoltre una spaccatura orizzontale tra chi governa e detiene tutto il potere e chi non ne dispone affatto.

Per Aristotele, inoltre, è illusorio pensare che la comunanza dei beni (e degli affetti) tra i guardiani possa far sì che ognuno consideri i beni (e gli affetti) di tutti come propri. È probabile invece che il comunismo platonico porti a sacrificare senza contropartite la specifica attenzione che ogni singolo riserva ai propri beni e l'amicizia che lega i membri della famiglia, perché la cura del patrimonio e i rapporti familiari rappresentano un importante fattore della stessa compattezza dello stato. Ogni cittadino, osserva con realismo Aristotele, distinguendosi in questo non solo da Platone, ma anche dall'ideologia democratica, che attribuiva il massimo valore alla partecipazione attiva alla vita politica, antepone gli interessi propri a quelli pubblici ed è portato a occuparsi di questi ultimi solo se lo coinvolgono direttamente.

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