sbardy di sbardy
Admin 22784 punti

L'apologia di Socrate

E' questo, probabilmente, il primo dialogo di Platone. Scritto sull'onda delle emozioni suscitate dalla morte di Socrate, descrive la difesa del filosofo e i momenti successivi alla sua condanna a morte.
La denuncia contro Socrate è la seguente:
"Accusa mossa e giurata da Meleto figlio di Meleto del demo di Pitto contro Socrate figlio di Sofronisco.
Socrate commette reato non credendo negli dei in cui crede la città e cercando d'introdurre nuove divinità; commette anche reato corrompendo i giovani.
Pena: la morte".
Letta la denuncia e la ricusazione, s'ascoltano i testimoni, quindi i querelanti, Meleto, un poeta tragico senza talento, Anito, un riccone frustrato, un democratico fondamentalista, cui l'amnistia non ha permesso di saziare la sua sete di sangue innocente, e Licone un demagogo fallito. Infine, silenzioso, Socrate, che portatosi davanti ai giudici, cessato il brusio degli spettatori, inizia la sua difesa.
Cos'abbiate provato voi Ateniesi alle asserzioni dei miei accusatori, io non so dire. E' vero che anch'io sotto la spinta del loro argomentare giunsi a dubitare di me stesso.
Proprio Socrate, l'accusato, l'unico protagonista fra tante mezze figure, spezza la tensione, grazie all'ironia che lo contraddistingue.
Dopo essersi scusato per il suo modo d'esprimersi, dovuto alla sua poca pratica di tribunali, Socrate afferma di temere, più delle recenti accuse mossegli da Meleto, le calunnie che da tanto tempo lo screditano presso gli Ateniesi. Queste hanno avuto, infatti, la possibilità di radicarsi profondamente nell'animo dei giudici, che, tra l'altro le hanno ascoltate, da giovani, quando è più facile essere ingannati.
Due sono le imputazioni dalle quali intende scagionarsi: quelle mossegli da alcuni commediografi, in particolare da Aristofane nell'opera Le nuvole, cioè d'occuparsi dei corpi celesti e di non credere agli Dei, e quella d'essere un sofista, in pratica, un sapiente, che delle sue conoscenze faccia commercio.
Socrate per evidenziare la vacuità di queste accuse non ha bisogno di ricorrere alla dialettica, si limita, semplicemente, a chiedere ai cittadini presenti, se mai lo hanno sentito parlare di tali argomenti, o chiedere denaro per i suoi discorsi. Le risposte non possono essere che negative, ma fanno sorgere un'altra domanda: come mai il filosofo è tanto odiato da essere richiesta per lui la condanna a morte?
"Sono qui", risponde il pensatore, a causa "di una certa sapienza. E qual'è poi questa sapienza? Quella che viene considerata sapienza umana, e, in realtà, io rischio d'essere saggio in questa sapienza. Quelli invece di cui parlavo poco fa( i primi accusatori), potrebbero essere saggi in una sapienza che è più grande rispetto a quella umana. Io in realtà questo tipo di sapienza non lo conosco e se qualcuno invece lo afferma, mente e parla per spargere calunnie sul mio conto".
Socrate può sostenere d'essere possessore della sapienza umana, perché è stato l'oracolo di Delfi ad indicarlo come il più saggio tra gli Ateniesi. Potrebbe testimoniarlo Cherefonte, amico di Socrate fin dalla giovinezza e convinto democratico, che, esiliato dai trenta tiranni, non esitò a prendere le armi per restaurare la democrazia, ma purtroppo è morto, c'è comunque il fratello che può confermare quanto Socrate s'appresta a dire. Cherefonte, infatti, chiese alla Pizia, se Socrate fosse il più saggio fra i suoi concittadini, ed ottenne risposta affermativa.
Stupito per quanto rivelato dal Dio, Socrate si diede subito da fare per smentirlo. Recandosi da un noto uomo politico, che, facilmente, avrebbe dimostrato maggior saggezza di lui.
"Mentre stavo esaminando questo tale, provai quest'esperienza: mi sembrava che quest'uomo avesse la fama e fosse sapiente per molti altri uomini e, in particolare modo, per se stesso, ma che in realtà non lo fosse; e, allora, tentai anche di fargli intendere che credeva d'essere sapiente ma che in realtà non lo era. Da quel momento fui odiato non solo da lui, ma anche da molti di quelli che erano presenti. E, mentre me n'andavo via, consideravo, fra me e me, che ero più sapiente di lui: era molto probabile che nessuno di noi due sapesse nulla di bello e di buono, ma costui, credeva di sapere pur non sapendo, io, invece, poiché non so, non penso nemmeno di sapere. Di là me n'andai da un altro che aveva la reputazione d'essere sapiente e mi sembrò di provare le stesse cose. Così venni in odio a lui e a molti altri".
Socrate, malgrado questi insuccessi, non si arrese, continuò le sue ricerche interrogando prima i poeti e gli autori di tragedie, poi gli artisti. Tutti gli parvero, però, poco sapienti e afflitti dalla stessa presunzione dei politici. Il filosofo non riuscì a smentire il Dio di Delfi. La sua indagine gli aveva procurato solo dei nemici.
Cessato di difendersi dalle prime accuse, Socrate si occupa adesso delle seconde.
Chiamato Meleto comincia ad interrogarlo, rendendolo ben presto ridicolo.
L'accusatore giunge ad affermare che di tutti gli Ateniesi, l'unico a corrompere i giovani è Socrate, dimostrata così la cecità del delatore. Il filosofo vuole evidenziarne anche la stoltezza, perché Socrate dovrebbe rendere malvagi i giovani della città? Non sarebbe lui, loro assiduo frequentatore, il primo a riceverne danno?
Venendo alle accuse d'ateismo, non ha il filosofo sempre sostenuto d'aver presso di se un demone? Meleto, che cerca di tergiversare, è costretto dai giudici a rispondere, e la risposta non può che essere affermativa. Com'è dunque possibile, conclude il filosofo, che lui creda nell'esistenza dei demoni, che sono figli degli Dei, e non in quella di chi li ha generati?
La pochezza di Meleto e la facilità con la quale le sue accuse sono state confutate, dimostrano, ancora volta, che è solo l'odio verso Socrate, a muovere gli accusatori, così rabbiosi, da non retrocedere neanche di fronte alla calunnia, pur di portarlo in tribunale.
Potrebbe Socrate, in cambio della vita, rinunciare a quello stile di vita che tanto astio ha fatto sorgere contro di lui? No! Egli non smetterà di filosofare, facendo vergognare tutti quegli Ateniesi, che interessati ai soli beni materiali, non perseguono la virtù. Anito, inoltre, non può in alcun modo nuocergli, giacché un uomo di un certo valore non può subire danni da uno peggiore: "Egli potrà, certo, farmi condannare a morte, cacciare in esilio, farmi privare dei diritti di cittadino, tutte cose che egli, e altri ancora, crederanno grandi mali: io non lo credo, ma ritengo sia un male molto maggiore quello che egli fa, il tentare di fare condannare a morte ingiustamente un uomo".
La morte di Socrate non sarà, in ogni caso, un male per il filosofo ma per la città: "Perché se mi ucciderete, non troverete facilmente un altro come me, posto a fianco della città dal dio, come di fianco a un cavallo grande e di razza, ma per la sua grandezza piuttosto lento e bisognoso, anche se è ridicolo a dirsi, di un tafano per essere stimolato, quale a me sembra che il dio abbia posto me al fianco della città, per stimolarvi, persuadervi, rimproverarvi, uno per uno incalzandovi per tutto il giorno, ovunque. Non sarà facile che un altro come me possa venire a voi, o cittadini, ma, se darete retta a me, mi risparmierete. Ma, voi, forse, importunati, come chi è svegliato, quando sta per addormentarsi, picchiando contro di me, e dando ascolto ad Anito, mi condannerete a morte con tutta tranquillità, e continuerete a dormire per il resto della vostra vita, salvo che il dio, preoccupandosi di voi, non rimandi qualcuno in vece mia".
E' questo sicuramente uno dei vertici di tutto il dialogo, il filosofo serve alla città, perché sveglia i cittadini dal sonno. Scuote, in altre parole, il loro conformismo, evidenzia le loro miserie, se lo condanneranno, perché turba il paradiso artificiale, che si sono costruiti dando retta alle menzogne altrui e, soprattutto, mentendo a se stessi, saranno loro a pentirsi perché non troveranno più nessuno, che mostrando loro le tenebre e i fumi ideologici in cui sono immersi, li guidi verso la luce.
Che Socrate sia un dono degli Dei alla città è dimostrato dalla povertà in cui versa , occupandosi costantemente della città, il filosofo ha finito per trascurare, infatti, i propri affari. E' lecito allora chiedergli per quale motivo non ha mai preso parte alla vita politica d'Atene. Il demone non l'ha voluto, e ha fatto benissimo. Il filosofo, qualora si fosse occupato di politica, non avrebbe potuto recare alcun giovamento né a se stesso né alla città perché sarebbe morto precocemente: "E voi non prendetevela con me se dico la verità. Non è possibile, infatti, che nessun uomo si salvi, se si oppone legittimamente a voi o a un'altra moltitudine e tenta di impedire che nella città si compiano ingiustizie o fatti illegali, ma è necessario, per chi si batte realmente per il giusto, anche se vuol sopravvivere per breve tempo, condurre vita privata e non ricoprire cariche pubbliche".
Il filosofo può provare quanto ha appena detto. Quando, infatti, gli Ateniesi, contro la legge, intendevano giudicare dieci comandanti militari, solo Socrate s'oppose, chiedendo il rispetto della procedura, e, se non si fosse sottratto all'ira della folla, sarebbe, assieme alla legge e alla giustizia, anche lui morto quel giorno. Più pericolosa, ancora, la situazione in cui Socrate venne a trovarsi nel 403, incaricato dai capi dei trenta tiranni, d'arrestare, assieme ad altri quattro concittadini, che accettarono, Leonte di Salamina, il filosofo rifiutò d'obbedire, ritenendo ingiusto quanto comandato. La sua sorte sarebbe stata segnata, se di lì a poco non fosse stata restaurata la democrazia.
Socrate ha finito di parlare. I giudici si sono riuniti per decidere la sua sorte. Al loro ritorno, annunciano il verdetto:
280 si sono pronunciati per la condanna, 220 per l'assoluzione. Le due parti devono, ora, proporre le pene che giudicano più adeguate al caso. I giudici decideranno, poi, quale proposta accettare. Meleto chiede la pena di morte.
Socrate, dopo essersi detto favorevolmente colpito dalla sentenza, trenta voti sarebbero stati sufficienti ad assolvere il filosofo e a condannare Meleto al pagamento di una pesante multa, espone ai giudici la sua richiesta. L'istanza dev'essere proporzionale ai meriti di chi la formula? Ebbene, Socrate, che non si è mai prestato ai tradimenti e alle congiure che hanno contrassegnato gran parte della vita pubblica ateniese, che si è sempre preoccupato più del benessere della città che del suo, chiede d'essere mantenuto nel Pritaneo, l'edificio, che ospitava gli uomini che avevano dato lustro alla città. Pene alternative alla morte non ha alcun motivo per chiederne. In prigione sarebbe lo schiavo dei carcerieri, in esilio lo zimbello dei suoi ospiti, una multa non avrebbe i soldi per pagarla, se, tuttavia, i suoi amici, s'impegnano a pagarla per lui chiede d'essere multato d'una mina d'argento.
I motivi che hanno indotto Socrate a chiedere d'essere ammesso nel Pritaneo, richiesta che spingerà i giudici a condannarlo a morte, sono stati interpretati, nel corso dei secoli, nelle maniere più varie, esporre le varie teorie, e|o, trovarsi d'accordo con una o con l'altra è non solo seccante ma anche inutile. Fu la sete di giustizia di cui Socrate aveva appena parlato, a spingere il filosofo a fare quella richiesta.
I giudici si ritirano per l'ultima deliberazione. Stavolta il verdetto è più severo nei riguardi dell'imputato:
360 giudici sono favorevoli alla pena capitale.
Appresa la condanna Socrate si rivolge ai giudici che gli hanno votato contro. Lui non ha perso il processo perché non è riuscito a confutare le accuse dei suoi accusatori, ma, semplicemente perché, ha cercato di convincere loro, i giudici, della falsità delle accuse che gli erano mosse contro, invece d'implorarli di salvarlo, denigrando se stesso e le sue azioni. Socrate s'era comportato in quel modo per non mortificare la sua condizione di libero cittadino, né si pente di questa decisione: "Perché né in tribunale né in guerra, né Io, né alcun altro, deve orchestrare un tal contegno, di fare di tutto per poter sottrarsi alla morte. Anche nelle battaglie, del resto, spesso appare chiaro, che uno può evitare la morte e buttando le armi e volgendosi a supplicare gli inseguitori. "Ma, cittadini, non è questa la difficoltà, sfuggire alla morte, ma è molto più difficile evitare la malvagità: essa corre, infatti, più veloce della morte. Ora Io, che sono tardo e vecchio, sono colto da quella che è più tarda; i miei accusatori, invece, sono stati colti da quella che è più veloce: la malvagità".
Socrate s'intrattiene poi con i giudici, a lui favorevoli, e con gli amici per consolarli. Il demone, che, sempre, gli ha impedito di compiere azioni inique, o, dannose per se stesso. Quel giorno non si è manifestato, segno che tutto era andato per il verso giusto, poiché il demone giammai avrebbe spinto Socrate verso l'ingiustizia o verso un male.
Prova che la morte sia un bene, emergerà, anche dal seguito del discorso.
"La morte, infatti, è una di queste due cose: o è come essere nulla e il morto non ha alcuna consapevolezza, oppure, è un cambiamento, una migrazione dell'anima da quaggiù a un altro luogo. Ora se la morte è non avere alcuna coscienza, ma come un sonno, quando uno dormendo non vede nemmeno un sogno la morte può essere un meraviglioso guadagno; io penso, infatti, che se uno scelta la notte in cui dormì più profondamente, e dopo averla messa a confronto, con tutti gli altri giorni e le altre notti della sua vita, dovesse dire in quali giorni e in quali notti egli fosse vissuto in maniera migliore e più piacevole di quella notte stessa, io penso che costui, non tanto un privato ma anche il Gran re, troverebbe che son ben facili a contarsi questi giorni e queste notti". Se poi la morte è un emigrare, ed è vero quel che si dice, che là s'incontrano tutti i morti quale bene può esserci più grande di questo, o giudici? Che se uno giunto nell'Ade liberatosi dai sedicenti giudici di qui, troverà laggiù i veri giudici. E qual prezzo non accetterebbe ognuno di voi per stare insieme a Orfeo, a Museo, a Esiodo, e ad Omero".
Dopo aver raccomandato ai giudici la moglie e i figli Socrate si commiata:
"Ormai è ora d'andare, io verso la morte, voi verso la vita. E' ignoto a tutti, chi di noi vada verso il destino migliore, tranne che alla divinità".

Registrati via email