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L’APOLOGIA DI SOCRATE

Apologia di Socrate

Apologia di Socrate, riassunto

Platone ci descrive nell'Apologia la difesa del suo maestro Socrate durante il processo per la sua condanna a morte. Platone esalta notevolmente la figura del suo maestro, che anche in una situazione così estrema non rinnega la sua ideologia. L'Apologia di Socrate vuole quindi essere anche una sorta di presentazione del personaggio di Socrate, del suo pensiero e del suo stile di vita.
L'Apologia di Socrate si articola principalmente in tre fasi:
• La prima, dove Socrate confuta tutte le cause che vengono mosse contro di lui, partendo da quelle più antiche a quelle fatte di recente.
• La seconda fase, dove si assisterà alla dichiarazione di colpevolezza e alla richiesta di pena di morte, dove Socrate proporrà una pena alternativa.

• La terza e ultima fase dove Socrate dirà ai giudici che egli stesso era convinto dell’esito della sentenza, in quanto non sarebbe stato giusto né esiliarlo, né lasciarlo libero con la condizione di non incorrere più in quelli che erano i reati contestati.
Gli accusatori più recenti di Socrate saranno Meleto, Anito, Licone, nominati e chiamati in causa dallo stesso Socrate durante il processo.
Le accuse saranno quelle di empietà, per aver infatti rinnegato gli dei della città e aver provato a introdurne dei nuovi, e di corruzione dei giovani che seguivano la sua dottrina.
Socrate rimase molto impressionato dall’abilità oratoria dimostrata dai suoi accusatori, non nuovi al mondo della politica della città.
Inizia così la sua difesa spiegando ai giudici di non essere dotato della retorica propria dei Sofisti e perciò si limiterà a perorare la propria difesa usando modesti mezzi linguistici, quali quelli che usava nel linguaggio comune. Prega loro di non badare allo stile o alla forma, ma solo alla sostanza di ciò che si appresta a dire.

LE ACCUSE

Gli Accusatori

Socrate ritiene che le accuse più antiche siano anche le più gravi e pesanti perché c’è stato il tempo per diffonderle e insediarle nelle menti delle persone e perché sono mosse da interi gruppi di cittadini, ma da nessuno in particolare.
Gli accusatori più antichi presentano Socrate come un filosofo naturalista (“indaga sulle cose celesti e su quelle che sono sotto terra”) e come un sofista (“rende migliori anche le ragioni peggiori e si fa pagare per i sui insegnamenti”). Il maestro però per concentrarsi sull’uomo abbandonò la metafisica (solo questo ha in comune con i Sofisti), tanto meno si fa pagare.

Socrate pensa che antiche ostilità siano la causa portante di tutte le accuse che lo hanno portato in tribunale, ed è per questo che inizia a difendersi proprio da queste.
Gli accusatori recenti sono invece: Meleto, Anito e Licone: accusano Socrate di corruzione dei giovani, di non riconoscere gli dei della città e di volerne introdurre di nuovi.
In questa seconda parte del discorso di difesa, Socrate intraprende una sorta di dialogo direttamente con il suo principale accusatore. Attraverso un fitto interrogatorio, come solitamente faceva, Socrate smonta una ad una le accuse costringendo il suo avversario ad ammetterne indirettamente l’infondatezza.
L’accusa di corruzione dei giovani scaturisce dal fatto che durante i suoi dialoghi il maestro era seguito da molti giovani che desideravano seguire i suoi insegnamenti e cercavano di imitarlo. Socrate comincia col discutere intorno all’educazione dei giovani ed in particolare si chiede a chi debba essere affidato questo compito; con alcune domande costringe Meleto ad affermare che sia compito di ogni ateniese formare culturalmente i giovani, ma il filosofo è proprio colui che minaccia la sua integrità. Aggiunge inoltre di non possedere alcuna verità da insegnare, perché ognuno ha già in sé una propria verità; il suo compito è semplicemente quello di stimolare l’interlocutore per aiutarlo a (come disse Socrate) “partorirla” (attraverso la maieutica socratica).
nell'Apologia di Socrate l’imputazione di empietà invece si articola in due accuse: quella di ateismo, viene contraddetta e annullata dalla successiva legata all’introduzione di nuove divinità. È detto che Socrate non creda agli dei della città. Socrate raccontava di sentire dentro sé la voce di un demone che, da quando aveva accolto la rivelazione dell’oracolo di Delfi, suggerisce e giudica le sue azioni. Il demone più che come un essere divino può essere interpretato come un espressione di una forte coscienza interiore. In ogni caso il ‘segno demoniaco’ che avverte Socrate è ben lontano dalla nuova divinità che voleva far credere Meleto.
Proprio in questa incongruenza Socrate attacca il suo accusatore. In questo modo dimostra ai giudici che le ultime due accuse rappresentano una contraddizione in termini.

LA FINE DEL PROCESSO

L’ultimo appello di Socrate

Alla lettura della sentenza Socrate, riconosciuto colpevole, lancia un ultimo appello. Il maestro spiega perché sceglie di continuare la sua ricerca pur sapendo che lasciar perdere gli avrebbe salvato la vita. Lo fece perché pensava che la vita lontana dalla strada indicatagli dal dio, sarebbe stata una vita non vissuta, quindi inutile. Continuò ad interrogare i suoi concittadini, a pungolarli per mostrare loro l’importanza della sua missione; continuò a mettere tutto in discussione, a non accettare nulla come verità definitiva restando coerente alla sua filosofia.
Platone pone in evidenza il fatto che la vittima non è solo Socrate, ma tutti i suoi concittadini ateniesi. Con questo discorso Socrate vuole soltanto convincere i giudici della verità, infatti “l’importante non è indurre il giudice ad assolverci, ma persuaderlo della nostra innocenza, facendolo agire secondo giustizia”.

Socrate si dimostra fermamente convinto di questo, non cerca mai la pietà dei giudici; nei processi ad Atene era uso degli imputati portare in tribunale i propri figli, i familiari a piangere di fronte ai giudici per supplicare clemenza e spesso impietosire la corte poteva alleviare la pena e salvare la vita al condannato a morte. Socrate rifiuta di sottostare ad una simile consuetudine perché la considera offensiva per la propria persona e screditante per la dignità della città, senza contare il fatto che gli stessi giudici avrebbero dovuto agire secondo giustizia e non sotto la pressione di un sentimento di pietà.

La condanna

Al momento della votazione da cui dipenderà la sua vita Socrate si accorge del numero esiguo di voti a suo sfavore “…se trenta voti soltanto fossero caduti dall’altra parte sarei stato assolto…” .
Meleto chiede per Socrate la pena di morte (inizialmente non desiderava la sua morte, ma intendeva soltanto spingerlo alla fuga da Atene nei giorni che precedevano il processo) poi i giudici, come era consuetudine, chiesero al condannato di proporre una pena adatta alla propria colpa.
Questi, dopo aver ragionato dichiarando di essere sempre vissuto per gli altri ed in funzione della città, afferma che non potrebbe proporre altro che una ricompensa; dice questo non senza una punta di ironia, infatti subito dopo passa in rassegna possibili pene che siano accettabili anche per i giudici. Potrebbe proporre di andare in esilio oppure di rinunciare ad ogni attività, ma ciò significherebbe per lui disubbidire alla missione affidatagli, e andare contro alla sua natura e a tutto ciò in cui crede. Per questo l’unica pena accettabile secondo Socrate è una multa proporzionata alle sue disponibilità, o magari più congrua da pagare con l’aiuto dei suoi discepoli.

L’ultimo discorso di Socrate è rivolto a coloro che lo hanno giudicato colpevole. Il maestro dice che è stato condannato, non perché non avesse ragione o perché non avesse detto la verità, ma ciò è accaduto perché non aveva usato la sfrontatezza dei suoi accusatori.
Platone sottolinea il senso di questo discorso “bisogna salvarsi dal male e non dalla morte”. A questo aggiunge una sorta di predizione, dica che negli anni a venire altri percorreranno la sua strada e non sarà possibile eliminarli tutti, la giusta cosa per liberarsi da colui che rimprovera i comportamenti scorretti è comportarsi correttamente.
Le sue ultime parole furono “è un bene che io muoia in quanto anche dopo la morte continuerò nella mia ricerca senza il limite di essere condannato a morte”.

COMMENTI PERSONALI

Socrate fonda la sua difesa sul contrasto verità - falsità: la verità della sua difesa e la falsità delle accuse contro di lui.
ll personaggio di Socrate si difende al meglio, smontando tutte le accuse che gli vengono contro e dimostrando la verità della sua innocenza. Ciò però non basta a convincere i giudici che decidono lo stesso per la condanna a morte.
Stupefacente è invece il fatto che Socrate non fa uso della retorica per convincere i giudici né vuole piangere e supplicare per essere accolto. Durante il processo, imposta la sua difesa sul metodo dialogico; infatti usa elementi ironici (prima fase del dialogo) intrecciati ad affermazioni logicamente incontestabili per giungere al suo scopo: dimostrare la sua verità.
L’intenzione di Socrate è sempre stata quella di rendere consapevoli le persone della propria ignoranza. Coloro che non sapevano, ma avevano la presunzione di sapere, vedevano smontate le loro convinzioni ed erano portate alla contraddizione. Il filosofare socratico non è soltanto di tipo distruttivo; dopo aver sgretolato ogni presunzione Socrate aiuta l’interlocutore a tirare fuori la verità che ha in sé, sempre nella consapevolezza di non poter ambire alla verità assoluta. L’obiettivo che si pone è quello di far risaltare la cura della propria anima.
Durante il processo il maestro cerca di mettere in luce questo punto, afferma infatti di non temere la morte perché in vita si era comportato secondo il volere del dio, quindi era certo che le sua anima era salva. Inoltre il demone che sente parlare da dentro la sua anima non gli ha mai rivelato durante l’intero processo che stava agendo in modo sbagliato, quindi ha la certezza di essere nel giusto.
È evidente che le vere motivazioni della condanna a morte di Socrate, nell'Apologia, vanno ricercate molto oltre le accuse di Meleto. Socrate nell’Atene del tempo, è una persona estremamente scomoda; la città stava tentando di ricostruire la democrazia dopo la terribile esperienza dei trenta tiranni, aveva bisogno di sicurezze e le cercava nelle istituzioni e nella religione tradizionale. Quando Atene necessitava di punti di riferimento solidi, Socrate metteva in discussione ogni cosa, non accettava alcuna verità assoluta e istigava gli altri a fare altrettanto. Proprio per questo decise di rimanere ai margini della politica cittadina, e disse che non avrebbe potuto vivere fino ai settant’anni se si fosse occupato di politica. Proprio il suo metodo di filosofare l’ha portato alla sentenza di condanna a morte (= condanna di un uomo giusto), benchè la sua difesa fosse impeccabile.

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